L'Italia con gli occhi aperti nella notte triste


"Tempi bastardi". Era questa la chiusura degli interventi di un comico che da Zelig era finito a esibirsi nel programma di Gianfranco Funari sulle tv regionali (condoglianze!). Di tempi bastardi in effetti si tratta. Non sono uno storico, né un giornalista, e per ovvi motivi anagrafici non sono stato testimone di certi periodi, ma ho studiato, ho letto dei libri, mi informo, mi interesso. E credo che stiamo vivendo il momento più nero della nostra ormai centocinquantennale storia di paese unito, per certi versi ancora peggiore degli anni del nano col manganello o del periodo delle BR.

Peggiore perché, pure in contesti dove sono state compiute le peggiori nefandezze, chi deteneva il potere, o nei casi delle BR il tritolo, possedeva una propria "etica". Il virgolettato è fondamentale, come ovvio, perché è un'etica sui generis, che mi piace definire "etica di Tony Montana".
Piccola parentesi per coloro che vivono in una grotta e ignorano chi sia Tony Montana (come riusciate a leggermi da una grotta non è un mio problema): Tony Montana è il protagonista del film Scarface, di Brian de Palma. Come si intuisce dal nome, si tratta di un immigrato cubano che, negli anni '80, raggiunge Miami e da ladruncolo di quattro soldi costruisce un impero poggiato sulle solide basi del narcotraffico e del riciclaggio. Senza dilungarmi sulla trama, Tony viene fatto a pezzi da un manipolo di killer assoldati da altri baroni della droga messi in ginocchio dall'inchiesta di un eroico giornalista.

Cosa c'entra col mio discorso? C'entra perché Tony avrebbe potuto eliminare il cronista con una bomba preventivamente installata sull'auto dell'uomo. Ma non lo fa, perché si accorge che sulla macchina ci sono anche due bambini.
Morale: un individuo responsabile di crimini efferati e quintalate di reati rinuncia a violare il proprio, personalissimo codice d'onore firmando, in sostanza, la sua condanna a morte.
Ecco, una buona parte di quelli che detengono il potere oggi in Italia non possiedono nemmeno l'etica di Tony Montana, e con essi anche tante persone comuni che il potere lo determinano e ne sono l'espressione. Siamo in una democrazia, no?
Andare oltre le ideologie è positivo, parlare ancora di destra e sinistra, di lotta di classe, di "dux mea lux" (sic!) è tanto ridicolmente anacronistico quanto i cinquantenni che si iscrivono a Facebook e vogliono atteggiarsi a ventenni. Ma sfruttarlo come pretesto per il relativismo più becero, per affermare che tutto è lecito, perché "tanto lo fanno tutti", è la via per la fine. Non lo fanno tutti, rassegnatevi.

La gente, a prescindere dallo schieramento (schieramento... un altro concetto che è assurdo esista ancora nel 2010. Si sostengono le persone, non le categorie), è colma di disillusione amara, complici un numero impressionante di organi di disinformazione, un gusto sempre più marcato per l'orrido e lo scabroso che hanno portato a passare agevolmente da un servizio su Sarah Scazzi (nomen omen) a un servizio sulle escort, pardon, puttane frequentate dai politici. Sempre di pornografia si tratta.
Ragazzi della mia età con un paio di lauree in tasca, una mezza infinità di sogni in testa sono mortificati da meritocrazia ai minimi storici e un futuro a tempo determinato dove l'unico progetto che ci si può permettere è quello dei contratti. Tanti vogliono andare via, spesso trovano riconoscimento e dignità professionale altrove, spendendo poi parole di miele per i lidi d'oltremare e parole di fiele per quella che ormai è la repubblica delle banane. Con una carrettata d'ipocrisia niente male, ma sul comportamento di certi provinciali che dal nulla diventano esperti cittadini del mondo scriverò qualcosa a parte prossimamente.

Anni e anni di berlusconismo, sia a destra che a sinistra, hanno portato a una visione mortificante e negativa del "fare politica". Fateci caso, in tv o sui giornali capita spesso che alcune persone vengano accusate di fare politica.
Fare politica è una delle cose più nobili al mondo, nonché un dovere morale di tutti noi. Essere onesti, fare il proprio dovere, preservare la propria dignità di cittadino e di persona è fare politica. Spiacente, nessuno mi convincerà mai del contrario.

In questi tempi bastardi tutto sembra capovolto: la boccata d'aria fresca di ex-fascisti (Fini) e comunisti dichiarati (Vendola) in lizza per prendere in mano le redini dell'Italia nel dopo-Berlusconi (arriverà prima o poi, no???), comici che fanno i politici e viceversa, leghisti che si sentono puri figli di P...adania ma quando perde la Ferrari magicamente si riscoprono italiani, scrittori che altrove sarebbero orgoglio nazionale e qua spesso osteggiati come vili diffamatori.

In questo contesto disastrato ecco arrivare con una puntualità che pare studiata i 150 anni dell'Unità d'Italia. A ricordarci, senza retorica squallida, che in mezzo a tanti delinquenti di professione c'è anche tanta gente onesta che il tricolore non vuole metterlo nel cesso ma sul cuore, non come fardello ma come orgoglio. Che ci sono tanti cervelli in fuga, ma ce ne sono molti altri, altrettanto brillanti, che rimangono e che magari ingoiano amaro, ma che danno anima e corpo ogni giorno per cambiare le cose. Che ogni volta che abbiamo toccato il fondo non ci siamo mai rimasti a lungo e ne siamo usciti. Tutti assieme. Da Varese a Capo d'Orlando.
Certo, parlo di persone ed eventi che non fanno notizia, che non c'é pericolo finiscano sui giornali, in tv o in qualche intervento di Travaglio (Marco, sei bravo, competente e in buona fede, ma ogni tanto va anche bene fare qualche critica costruttiva, non parlare solo delle migliaia di ladri che ci circondano. Parla anche delle migliaia di volontari ogni tanto. Darebbe speranza. Non devi per forza rimanere schiavo del tuo personaggio. Alle donne piacerai ugualmente, fidati, noi coi capelli sale e pepe siamo irresistibili!).
Perché non è vero che siamo tutti uguali. Non è vero che "tanto lo fanno tutti". Non è vero che tutto è perduto e che va tutto a rotoli, benché si stia correndo al galoppo in quella direzione. Qualcuno tiene duro. E' l'Italia che non muore, come recitava il testo di una canzone di De Gregori da cui è preso il titolo di questo mio intervento, Viva l'Italia.

Appunto, Viva l'Italia.

Metamorfosi - Inferno (1973)


1973: nel pieno della bufera progressiva che infuria in tutta Europa, con sporadiche precipitazioni in America e Giappone, una band italiana con un debole per i sovrarrangiamenti tastieristici e sostanzialmente priva di chitarre, decide di dare alle stampe un disco liberamente ispirato nientepopodimeno che all'Inferno dantesco.
Progressive, sovrabbondanza di tastiere, chitarre assenti, tematiche pretenziose: messa così viene subito il terrore di avere di fronte la peggior pacchianata della storia del rock.  Invece succede proprio l'esatto opposto. E concedetemi la voglia matta di creare un ipotetico titolo, vi imploro: Inferno Divino. Aaah, ho provato la vertigine di trovarsi nel vuoto pneumatico della testa di un redattore di un qualsiasi quotidiano sportivo. La consiglio a tutti. Una volta sola, non di più.

Ma torniamo al disco. Che è indubbiamente tra le cose migliori del rock italiano di quel periodo, e di grandi cose ce ne sono davvero tante in quegli anni tanto deprimenti a livello sociale quanto dorati per creatività e ispirazione musicale. Un capolavoro, dicevamo. Perché riesce nell'impresa quasi sovrumana di essere validissimo sotto ogni aspetto nonostante la concomitanza delle caratteristiche elencate a inizio post. Perché le probabilità di risultare ridicoli maneggiando cristallo purissimo come i versi della Divina Commedia sono elevatissime. Percentuali che arrivano quasi al 100% se in ambito rock si sforna un disco senza chitarra e saturo di tastiere. Emerson, Lake & Palmer sono lì a perenne monito per ogni ascolto. E tra le band attuali sembra che siano i Muse, ahimé, ad aver raccolto quel poco invidiabile testimone. Ma spero si rendano conto di quello che stanno facendo prima che sia troppo tardi e si salvino.

Le linee programmatiche del disco si definiscono sin dai primi secondi di Introduzione - Selva Oscura: a dettare legge sono pianoforte, hammond, sintetizzatori, in poche parole tutto ciò che è dotato di una tastiera d'avorio, e la voce di Davide Spitaleri, chiara, potente, da brividi.
Le liriche raccontano una versione 2.0 dell'inferno dantesco, dove accanto a canonici e sempre attuali peccatori quali Lussuriosi e Violenti si aggiungono anche moderne anime prave come Spacciatore di Droga e Razzisti. Il tutto è raccontato non in volgare, ma in italiano moderno, con una scrittura particolarmente felice e interpretata con grande espressività da Spitaleri.
La sezione ritmica è sorretta dal bassista (e all'occorrenza chitarrista) Stefano Turbitosi e dal batterista italo-congolese Gianluca Herygers: il duo costruisce una base solida e agile sulla quale scivolano morbidamente le evoluzioni melodiche delle tastiere di Enrico Olivieri.
Alle composizioni pesanti e sovrastrutturate tipiche del genere infatti si sostituiscono miniature di una manciata di minuti che si amalgamano naturalmente in un incedere omogeneo ma ben articolato a seconda dell'umore che traspare dal cerchio raccontato. Ecco quindi che al grave monito di Caronte (non sperate mai di rivedere il cielo/anime nere, al fuoco eterno brucerete) fa eco la struggente passionalità dei Lussuriosi (siamo dannati insieme/soffriamo queste pene/e non ritorneremo indietro mai./Perversi ed invertiti/amanti proibiti/noi non ritorneremo indietro mai), passando per il vertiginoso pianismo jazz di Limbo, per le maliziose storpiature di Stars Spangled Banner e dell'inno sovietico in Sfruttatori, sino alla dolorosa constatazione di Lucifero (Politicanti) (Sul trono della morte,/mostruoso imperatore,/maciulli quei dannati/sfogando la tua rabbia/e mi si gela il sangue/pensando al nostro inferno).

Il clima generale è ovviamente tetro, ma mai in modo eccessivo. Quando infatti la tensione emotiva raggiunge il proprio culmine, va prontamente a stemperarsi in intermezzi strumentali più dilatati, come la dolcissima melodia di Limbo o la coda di Lussuriosi, che profuma di romanticismo pinkfloydiano (Goodbye Blue Sky, di sei anni più giovane. I Pink Floyd che "si ispirano" ai Metamorfosi??? Dopo Michael Jackson che perde la causa per plagio contro Al Bano non mi stupirei più di nulla). Siamo pur sempre nell'inferno, e persino dopo che si è tornati a riveder le stelle (Conclusione) il disco chiude con l'inquietante ripresa del marziale, definitivo tema di Lucifero. Quasi a volerci ricordare, magari con eccessiva enfasi retorica, che l'inferno non ha le proprie porte in nessuna selva oscura ma è attorno a noi, ogni giorno.
E' forse però l'unico eccesso di un disco che proviene da un ambiente musicale/culturale che nella verbosità e nella megalomania spesso e volentieri ci sguazzava. Inferno è un piccolo grande compendio del meglio di un periodo: padronanza strumentale, buon gusto nelle scelte melodiche e timbriche, composizioni variegate ma dalla struttura solida, cucite tra loro con miracolosa naturalezza. E scusate se è poco.

Quell'espressione un po' così di chi era ieri sera a Genova


Il 12 ottobre 1492 il genovese Cristoforo Colombo approdava sulle coste del centro-America e finalmente creava i presupposti per l'invenzione della pizza e dei sigari.
518 anni dopo invece Genova offriva in mondovisione uno spettacolo parecchio squallido in cui uno stadio, un paio di federazioni calcistiche, il sistema tout court, erano sotto scacco di una persona sola, un idiota serbo incappucciato, strapalestrato, munito di cesoie e di tanta stupidità.
Ora, molti paladini della giustizia, strenui difensori di "certi valori", hanno gridato allo scandalo per una polizia ritenuta troppo remissiva, e in questo senso sono stupefatto che non ci siano state esternazioni brillanti di qualche genio leghista impegnatissimo a non avere un cazzo da fare. Altri sono rimasti sbigottiti per il comportamento dei giocatori serbi, rei di aver fatto tutt'altro che dissociarsi dagli idioti in curva. Altri ancora si sono gonfiati di orgoglio patrio perché "i nostri tifosi non sono mica così!". Massimo del grottesco, i primi a dare degli zingari di merda ai serbi sono state alcune frange della curva laziale. Sì, proprio quelli di "Onore alla tigre Arkan" di una decina di anni fa!

Cerchiamo allora di fare un po' d'ordine e di chiarire certe cose, perché gli episodi di ieri sera sono in minima parte responsabilità di qualche decina di vandali serbi e in massima parte del sistema-calcio italiano.
Punto primo: in base alle regolamentazioni attuali, nello stadio non possono accedere persone incappucciate o con oggetti potenzialmente dannosi. In alcuni stadi, in alcune circostanze, i controlli ci sono, in altri no. L'anno scorso ho accompagnato un amico giapponese a vedere Juventus-Fiorentina all'Olimpico di Torino e ai tornelli ci fecero storie per una macchina fotografica. Sì, una macchina fotografica, avete capito bene. Forse il timore era dovuto al fatto che tanti giapponesi usano il flash così frequentemente che alla lunga potrebbe diventare dannoso per i giocatori in campo, ma non era il caso del mio amico. Tra l'altro i nostri posti non erano in curva ma in tribuna est (sapete com'è, già che pago ci tengo a vederla, la partita. Partita che tra l'altro stranamente non abbiamo perso, e viste le eroiche gesta della Juve della passata stagione è già stato un piccolo miracolo. Non abbiamo nemmeno vinto, se per questo, il risultato finale fu un nemmeno tanto malvagio 1-1), per cui questa severità mi è apparsa financo eccessiva, ma fondamentalmente positiva.
Allora come mai ieri sera nella curva di Marassi c'erano assiepate decine di persone totalmente incappucciate, il leader dei quali, il coglione affetto da gigantismo, maneggiava in tutta tranquillità delle cesoie con cui vandalizzava le reti di recinzione? Non è colpa nostra, per carità, è colpa dei serbi.

Punto secondo: la polizia si è comportata come meglio non poteva. Spesso è proprio l'intervento dei poliziotti a far sfociare dei casini in totale tragedia. Nel 1989 a Hillsborough, in Inghilterra, novantasei tifosi del Liverpool persero la vita schiacciati alle recinzioni dalla calca umana provocata dall'apertura della polizia di un cancello all'esterno dello stadio. Non solo, per trovare salvezza molti tifosi avevano iniziato a scavalcare le recinzioni e invadere il campo, salvo poi venire bloccati anche da quella direzione. La fine del topo. Questo è l'esempio più sciagurato di come a volte un intervento della polizia (totalmente in buona fede, ci tengo a sottolinearlo) possa risultare cruciale ma per il motivo sbagliato.
Ieri sera un eventuale accesso alla curva da parte dei poliziotti avrebbe sicuramente esacerbato gli animi più di quanto già non stavano riuscendo a fare Mazzocchi, Collovati e gli altri pseudo-giornalisti che più che preoccupati parevano eccitatissimi da quello che stava succedendo. In quel settore c'erano anche tantissimi tifosi serbi, la stragrande maggioranza, famiglie, donne e bambini che erano venuti allo stadio per vedere la partita. Liberare i manganelli avrebbe significato sicuramente pestare anche loro, visto che nella calca l'adrenalina sale e i colpi raggiungono il naso altrui prima che il sangue arrivi al proprio cervello.

Punto terzo: perché alcuni giocatori serbi non hanno fatto nulla, ma al contrario alcuni di loro si sono mostrati condiscendenti? Non scandalizzatevi, contrariamente alle opinioni comuni non è perché sono criminali zingari di merda, ma perché queste persone avevano paura. Semplice, umanissima paura. E' vero che tanti di questi giocatori militano in squadre prestigiose di Italia, Inghilterra, Spagna o Germania, ma è altrettanto innegabile che la maggior parte di loro ha mogli, figli o genitori in Serbia, e giustamente loro hanno la priorità.
Soprattutto perché, e vorrei essere chiaro, i personaggi che li minacciavano erano lì per tutto tranne che per il calcio, nel senso che non sono stati atti di guerriglia dettati da motivi calcistici. Non erano curvaioli della Juve che bruciano i seggiolini o quelli dell'Inter che di bruciato avevano già un motorino, pronto a esser lanciato giù dagli spalti, perché la loro squadra è ripugnante. Si trattava di una vera e propria rappresaglia di stampo politico, che questi individui hanno pensato bene di attuare in Italia perché probabilmente han visto che il clima che si respira nella discussione politica dalle nostre parti è similare.
Per questo quando leggo certe bestialità tipo "i giocatori sono come loro" mi incazzo. Se volete fare del moralismo qualunquista da salotto iscrivetevi al PD, altrimenti informatevi.

Cosa possiamo salvare di questa vicenda? Prima di tutto il fatto che non ci siano state persone ammazzate o ferite gravemente, e questo è già un piccolo miracolo. E poi un'intelligente coordinazione della polizia all'interno dello stadio, una tantum.
Sportivamente c'è poco da dire, bene il 3-0 a tavolino pro-Italia e un Krasic intatto e carico per domenica.

Per chiudere, vorrei consigliare un libro meraviglioso che parla di vita, di calcio, di episodi simili a quelli di ieri sera e talvolta ben peggiori. Naturalmente mi riferisco allo splendido "Febbre a 90", ("Fever pitch" in originale), del bravissimo Nick Hornby. Se volete farvi un'idea su cosa sia il calcio, su cosa possa significare, leggete questo libro. Non cercate risposte da chi ne parla sempre a sproposito, ovvero i giornalisti sportivi.

La sostenibilissima leggerezza dell'essere... me

Esemplare di Homo Peterpanus
Tornando a casa oggi ho incrociato un mio caro amico d'infanzia. Non lo vedevo da anni e anni. E fin qui niente di speciale, ogni tanto capita di rivedere persone con cui hai percorso in parallelo un pezzetto di vita. Poi mi è scattato qualcosa quando ho ripensato ai giorni in cui andavamo a scuola assieme, ai mesi estivi passati a lanciarci come proiettili in bici giù da vertiginose discese, ai sabati pomeriggio trascorsi davanti alla TV, col pad del Mega Drive in mano, a sfide epiche con qualsiasi gioco passasse per lo slot della console.
Sono passati almeno 13-14 anni da allora. E questo mio amico è cambiato molto. Ha sempre lo sguardo da bravo ragazzo che aveva allora, e di sicuro un bravo ragazzo lo è ancora, ci metterei la mano sul fuoco. Ma è cresciuto molto anche di statura, penso mi abbia sorpassato, si è un po' spelacchiato pure lui, e soprattutto proprio nel momento in cui l'ho incrociato è stato raggiunto da una tipa dall'età indefinita e con passeggino marmocchio-munito. Insomma, è diventato grande.
E' in quel momento che mi ha folgorato un interrogativo (capitemi, sono in pieno periodo di caccia al lavoro, quindi di tempo da dedicare alle seghe mentali ne ho a strafottere): rispetto ad allora quanto sono cambiato io? Qualche decina di centimetri in più ben distribuiti nelle zone giuste, qualche migliaio di capelli in meno (sigh), un invidiabile e ben coltivato gusto per il bello, ma per il resto?
Ecco una lista di cose che non sono cambiate:

1. ho ancora alcuni tratti somatici da bambinone e di quello sono abbastanza contento.

2. ascolto ancora i Queen, la cosa mi dà sempre un estremo godimento e mi fanno tristezza quelli che non li apprezzano.

3. mi bullo oggi come allora quando completo videogiochi particolarmente ostici, e nei momenti di massimo godimento ci ho aggiunto quel quid pluris che solo l'esperienza ti può dare: canticchio come un pazzo l'assolo di sax di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson atteggiandomi compiaciuto.

4. come diretta conseguenza del punto 3, anche il mio sistema di priorità è sui generis (sto usando troppi latinismi in questo post, non vorrei essere scambiato per un avvocato!!). Un esempio vale più di mille parole: lo scorso dicembre, chiacchierando con una mia cara amica (che, tra le altre cose, è ufficialmente lettrice di questo blog, vediamo se si ricorda dell'episodio), si parlava dei buoni propositi che ognuno di noi si pone annualmente nel periodo natalizio. Il suo era trovare un nome per il marmocchio del quale sarebbe diventata madre da lì a pochi mesi. Alché io ho lasciato cadere il discorso con nonsciallanza. Non potevo confessarle che il dubbio che arrovellava me quel Natale fosse il seguente: meglio prendersi la PS3 fat o il nuovo modello? Il fatto che in quei giorni avessi ancora un'intera tesi di specialistica da scrivere è del tutto trascurabile... o forse no!

postilla al punto 4: alla fine mi sono preso il modello slim, e sono contento della scelta, l'hard disk è più capiente ed è meno soggetto al surriscaldamento.

5. la mia priorità attuale forse è abbastanza adulta: trovare il prima possibile un lavoro. Ma... un momento... perché allora ne parlo nella lista delle cose in cui non sono cambiato? Ah sì, è perché assieme al lavoro sto pure cercando un negozio o centro commerciale che proponga un sensibile sconto su NBA 2K11 per PS3.

6. oggi come allora mi immagino da grande come una persona realizzata professionalmente, ma soprattutto umanamente. Come allora non ritengo essenziale farmi il macchinone o l'orologio da 2000 euro. Di questo sono veramente orgoglioso. Vuol dire che sono soddisfatto delle dimensioni del mio pene. Mi stupisco che anche da ragazzino non avessi di questi bisogni materiali, perché a 12-13 anni nessuno è soddisfatto delle dimensioni del proprio pene. La chiamo "distorsione pre-puberale da overdose di porno". Il SUV o la barca spesso sono la versione adulta del righello col quale prendi dimestichezza col sistema metrico decimale e con il tuo corpo negli anni delle medie.
Cosa comporterà tutto questo? Probabilmente qualche collega col Mercedes coupé mi guarderà schifato e mi considererà un finocchietto perché me ne sbatto delle auto e perché no, non sgaso ai semafori. Già me lo vedo, il collega, a quarant'anni; una mattina si sveglia e gli viene la voglia matta di indossare una gonna.
Probabilmente mi gireranno attorno meno tipe, ma da quel punto di vista non sono mai stato tanto perspicace e magari non me ne accorgerò nemmeno (altra caratteristica in comune con i miei anni da ragazzino, ma questo non lo contiamo come punto a sè, dai...). Poco male, non ho mai sopportato gli uomini ossessionati dalle dimensioni del proprio pene, figuriamoci le donne ossessionate dalle dimensioni del mio portafogli. Potrebbe essere una scrematura efficace, ma nel mio caso non ne sono molto sicuro. Ho un ideale preciso di donna, sia estetico, sia caratteriale, ma puntualmente mi innamoro disperatamente di tutt'altro genere di ragazze.

7. rimanendo in tema, oggi come allora preferisco scrivere lettere d'amore, o SMS concatenati, piuttosto che esprimermi direttamente e fare quindi uso di una spina dorsale come nuova (qualcuno è interessato? ha pochissimi chilometri, ed è una Euro 4). Esempi in tal senso sono freschi freschi, ma questa è un'altra storia.
Sembra che la cosa non capiti solo quando la tipa di cui mi innamoro è straniera. Ma penso sia un problema squisitamente logistico, non ho il bagaglio sintattico e lessicale tale da esprimere le mie seghe mentali in un'altra lingua che non sia l'italiano. Forse si spiega perché a suo tempo scelsi di studiare giapponese...


Direi che sette punti bastano e avanzano. E senz'altro ce ne saranno molti altri che al momento non mi vengono in mente. Eh sì, non sono cambiato poi tantissimo.
"Ale, è il momento giusto per il turning point"(turning point? turning point??? Ma vaff... cioè, go to do in ass. E parla italiano!!!), "E tu, quando ti fai una famiglia?" "Guarda che in certi ambienti di lavoro un modello di auto piuttosto che un altro fa la differenza".
Avete ragione, avete ragione tutti.

Ma ne parliamo dopo, ok? Se porto un gioco usato, al Saturn pago FIFA11 solo 9,90 euri!!!

Dante's Inferno (Visceral Games, 2010, PS3)


Dante's Inferno è la versione medievale di God of War. In tutti i sensi.
Ma andiamo con ordine. Il prodotto di Visceral Games, software house che fa capo a EA, è uno slasher che, come suggerisce il nome, racconta della discesa di Dante in gironi e bolge dell'Inferno descritto dal Sommo Vate nella Divina Commedia. Il protagonista del gioco però non è il nasuto Alighieri, ma un guerriero fiorentino che, di ritorno dalla Terza Crociata (ecco il primo riferimento al Medioevo), trova la promessa sposa Beatrice e il padre Alighiero brutalmente assassinati. Perdute le due persone più care, a Dante si presenta l'anima dell'amata. La donna gli rivela di essere stata trascinata agli inferi da Lucifero per colpa sua, e lo conduce in una chiesa alle porte di Firenze. In quel luogo sacro, l'uomo dà sfogo a tutto il suo dolore. Improvvisamente l'edificio inizia a crollare su se stesso, e in pochi istanti si apre un'inquietante voragine.

Sotto i piedi di Dante si spalanca quindi un Inferno il cui design è obiettivamente molto ben riuscito. Non per niente è opera del maestro sci-fi Wayne Barlowe, già apprezzato al cinema per ambientazione e personaggi di Avatar e dei due Hellboy. Rivoltante e purulento proprio come quello della Divina Commedia, nell'Inferno del gioco di Visceral Games brulicano anime sofferenti per l'eternità. Colori saturi accecano la vista, gemiti e urla di strazio penetrano costantemente le orecchie, golosi bulimici vomitano sostanze ributtanti da ogni poro, corpi un tempo sinuosi di peccatrici lussuriose in topless sono straziati da pericolosissimi pungiglioni. E tutto attorno fuoco, cascate di lava, fiumi di sangue, corpi impiccati, peccatori che si contorcono dal dolore, anime "col capo sì di merda lordo". Sono solo alcuni degli scenari in cui Dante e il giocatore si troveranno nella discesa fino a Cocito e quindi a Lucifero. Scenari che alla lunga possono anche risultare abbastanza monotoni, ma alla luce del fatto che l'ambiente in cui si dipanano le gesta dell'inespressivo crociato è solamente uno, non si può obiettivamente pretendere più di tanto.

Veniamo ora al gameplay che, per usare un eufemismo, si ispira pesantemente a God of War. In termini di azioni performabili, il pattern è praticamente identico a quello adoperato per Kratos: attacco standard, attacco potente, parata, l'ormai famigerata schivata con R3, incantamenti (l'equivalente dei poteri divini in GOW). Rispetto alla trilogia di Santa Monica Studios, però, l'arsenale è meno variegato: a fronte delle classiche quattro armi dello Spartano, Dante può fare affidamento solo sulla Falce della Morte (sulla cui delirante acquisizione non mi pronuncerò) e sulla Croce di Beatrice. Sono questi gli strumenti con i quali il giocatore dispone del destino degli avversari che affronterà: la prima significa la condanna del peccatore, la seconda ne determina invece l'assoluzione. La scelta ovviamente incide sull'evoluzione di Dante, come in un rudimentale RPG: per ogni peccatore condannato si accumulano Punti Empietà, coi quali è possibile potenziare la Falce e "acquistare" nuove mosse con essa performabili; un atteggiamento più portato al perdono invece comporta l'acquisizione di Punti Santità, che vanno ad aumentare l'efficacia della Croce. Ciononostante l'aspetto strategico nella battaglia è quasi nullo. Se in GOW l'approccio a un determinato nemico con un'arma piuttosto che con un'altra è una discriminante fondamentale per l'esito finale del combattimento, in D'sI ci si trova spesso e volentieri a schiacciare furiosamente questo o quel pulsante fino a quando sul testone del nemico compare l'ormai immancabile tasto che, una volta premuto, innesca la fase finale del combattimento, con cui determinare condanna o assoluzione.

La stessa approssimazione si può trovare, oltre che negli sporadici quick time event, nei soliti enigmi a base di leve da abbassare, manopole da girare, massi da spostare, coglioni vorticanti da fermare. Ma se nella trilogia di GOW questi enigmi si integrano perfettamente col prosieguo del gioco, stemperando con inappuntabile tempismo il ritmo dei combattimenti, in D'sI sembrano infilati forzatamente, quasi perché negli slasher "si usa così". Non parliamo poi del minigame più palloso e insulso di sempre, che si affronta qualora si decida di assolvere una della trentina di "anime speciali" in cui Dante si imbatte regolarmente nella sua discesa, da Paolo e Francesca a Farinata degli Uberti.

Ed è proprio l'approssimazione che rovina parzialmente uno slasher comunque gradevole. L'ambientazione è indubbiamente molto affascinante e davvero ben realizzata sotto il profilo artistico, alle difficoltà più elevate il livello di sfida è stimolante e quando si usa una struttura di gameplay rodata come quella di GOW è davvero difficile non sfornare qualcosa perlomeno godibile. Tralasciando la sceneggiatura più o meno discutibile, che negli action game è importante ma non fondamentale (se già in tempi non sospetti porcherie solenni in termini di trama quali Onimusha 3 e relativi seguiti sono stati accolti entusiasticamente, un motivo ci sarà...), le note dolenti arrivano quando si viene ai dettagli. Che per inciso, sono le cose che determinano la differenza tra la normalità e l'eccellenza. L'impressione è la solita, "qua manca questo, lì non c'è quello, quest'altra cosa poteva essere fatta meglio". E' un GOW allo stato embrionale, o meglio, è un antenato di GOW, precisamente la sua versione medievale, per tornare al riferimento di inizio intervento. Ma visto che, anche per questo gioco, un seguito si profila all'orizzonte, i margini di miglioramento ci sono e sono confortanti. Solo una cosa mi spaventa: dopo l'Inferno, generalmente viene il Purgatorio. E quello a chi interessa???

E ora scusatemi, esco a riveder le stelle.

Essere calciatori oggi

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Le coincidenze non esistono. Ne è la riprova il fatto che Zebina e Giovinco abbiano deciso, tra gli altri, di tirare un po' di fango addosso alla Juve proprio nel giorno in cui si ricorda la tragica scomparsa di un grande calciatore, un grande uomo come Gaetano Scirea.

Nello specifico segnalo un passaggio significativo della dichiarazione di Zebina, pittore con l'hobby del calcio: "abbiamo visto come hanno rimandato a casa uno come Pavel Nedved e da quel momento in tanti nel gruppo avevamo capito che dalla società non potevamo aspettarci niente di particolare".

A questo punto vale la pena ricordare come la società abbia "rimandato a casa" Nedved, non fosse altro per correttezza verso chi legge. Pavel Nedved si ritira dal calcio giocato il 31 maggio 2009, ultima partita di campionato. La partita è Juve-Lazio, vede quindi protagoniste le due squadre che hanno fatto grande il ceco di Cheb. Come dicevo, le coincidenze non esistono. A fine partita tutto lo stadio è in piedi, e il biondo campione lascia il campo commosso, mentre i compagni lo acclamano a gran voce vestendo per l'occasione la maglia col numero 11, il suo numero storico.
Pavel Nedved lascia il calcio con 247 presenze e 51 reti con la maglia juventina, diventando lo straniero più longevo in bianconero. Con la maglia della squadra di Torino vince, da assoluto protagonista, quattro scudetti, due Supercoppe Italiane, un campionato di Serie B e il Pallone d'Oro nel 2003.
Dopo il ritiro, la Juventus lo "rimanda a casa" offrendogli la poltrona di responsabile del settore giovanile, ruolo che ricopre tuttora, oltre ad essere diventato braccio destro del neo-presidente Andrea Agnelli. Che trattamento orribile...

Zebina, così come Giovinco, verranno invece ricordati per la loro istantanea dimenticabilità. Il primo arriva a parametro zero negli anni di Capello. A una buona tecnica unita a un'indubbia prestanza atletica rispondono la pressoché insignificanza a livello difensivo e una spaventosa discontinuità, tanto che il prode Jonathan si fa più apprezzare per i discreti quadri che dipinge e per la notevole cultura di cui dispone. Doti apprezzabilissime. Fuori dal campo di calcio, ovviamente.

Giovinco invece è il più grosso bluff del vivaio juventino dai tempi di... Marchisio. Dotato di tecnica e fantasia straordinarie, lo gnomico giocatore sembrava destinato a grandi cose, salvo poi dimostrare la totale mancanza di personalità, oltreché di fisicità, ad alti livelli. Basta infatti che un cucciolo di millepiedi nano abbia la sciagurata idea di uscire dalla zolla di terra nel momento in cui ci transita sopra Giovinco ed ecco che il Premio Gillette 2008 ruzzola a terra. Non parliamo poi quando sullo stadio spira un po' di brezza...

Ma non c'è nemmeno da stupirsi delle loro reazioni, la maggior parte dei calciatori oggi è così, l'amore per la squadra è direttamente proporzionale all'ingaggio offerto, si batte cassa dopo due partite giocate bene (a certi ne basta una, chiedere a Marchisio) ma curiosamente non succede quasi mai il contrario. Effetti a lungo termine di quella sciagura che fu la Sentenza Bosman, certo, indubbia latitanza di attaccamento alla maglia, ma più che altro una generale svalutazione etica che interessa la società tout court (odio l'espressione tout court, ma rende così bene e così immediatamente il concetto che ormai mi è indispensabile) e che per forza di cose si riflette anche nel calcio.

Squallido. Probabilmente il buon Scirea sarebbe scappato a gambe levate dal mondo del calcio attuale. Oppure no. Ma, come dicevo a inizio intervento, le coincidenze non esistono. Ed è un bene, perché Zebina e Giovinco hanno aspettato proprio oggi per piangere lacrime amare. Ma oggi noi pensiamo al nostro Scirea, a quanto siamo sfortunati a non averlo più, ma a quanto siamo fortunati ad averlo avuto. Loro piangono lacrime amare, noi sorridiamo. A ognuno il suo.
Ciao, Gai. Ti vogliamo bene.
 

King Crimson - Red (1974)

Red è il settimo album in studio dei Crimson, nonché terza e ultima opera della formazione Fripp, Bruford, Cross, Wetton, a parere del sottoscritto la miglior incarnazione in assoluto del Re Cremisi.
Tra gli innumerevoli, straordinari musicisti che hanno affiancato Robert Fripp, quelli del periodo '73-'75 si sono mostrati i più complementari all'occhialuto Professore, per affiatamento e capacità di assecondarne le vibrazioni progressive: il violino di Cross accompagna perfettamente il tipico suono sinistro della Les Paul di Fripp; il basso di Wetton colpisce martellante allo stomaco, mentre Bruford, dopo aver co-firmato i dischi migliori degli Yes, dimostra di essere uno dei più grandi batteristi di sempre.

Red è un po' la summa dei King Crimson più propriamente progressivi, e anzi, la sua grandezza intrinseca è amplificata dal fatto che sia stato composto e registrato quando il gruppo era sul punto di sciogliersi. Ad esempio Cross già non compare più in copertina, nonostante sia presente sul disco.
Contrariamente a tanta critica, chi scrive crede che Red qualitativamente sieda vicino all'opera prima In the Court of the Crimson King, senza ombra di dubbio; magari non avrà l'importanza storica di quest'ultimo, o la ricerca progressiva di Larks' Tongues in Aspic (1973), ma a livello compositivo e di impatto sonoro non è niente di meno del fratello maggiore del '69.

Iniziamo quindi con le canzoni. Si parte con la title-track, tuttoggi gettonatissima nei live: si tratta di uno strumentale in cui domina la chitarra di Fripp, con inquietanti progressioni di accordi accompagnate dal pomposissimo basso di Wetton. Il sound è profetico, secco e aggressivo come nei momenti migliori di The Power to Believe (2003) e Thrak (1995).

Segue quindi "Fallen Angel", ideale sorella di quella meravigliosa canzone che è la Exiles di Larks' Tongues, ma più rifinita, arricchita dall'oboe di Robin Miller, il sax-contralto della vecchia conoscenza Ian McDonald e da una delle migliori interpretazioni vocali di Wetton.

Si prosegue con "One More Red Nightmare", in cui la band tira fuori dal cilindro un'interpretazione muscolosa e ritmicamente travolgente: la composizione ruota su uno stravolgimento dell'inizio di Red giocato sul dialogo strumentale tra Fripp e Wetton, per poi sfociare in una simil-improvvisazione in cui sono i sax di MacDonald e del sempiterno Mel Collins a farla da padroni.
Il mood del brano è anomalo per i Crimson, un rock smaccatamente cafone che ogni tanto fa capolino nei loro dischi ("Cat Food" o "Ladies of the Road", tanto per fare un paio di esempi), quasi per stemperare un'atmosfera il più delle volte in perenne tensione; ad ogni modo la performance è eccezionale e godibilissima.

"Providence" è uno strumentale figlio delle sperimentazioni di "Larks' Tongues in Aspic Part One", con le improvvisazioni del violino di Cross su giri armonici che richiamano le partiture più dissonanti di Bela Bartok; a mano a mano si sovrappongono tutti gli strumenti, per un crescendo dove spicca particolarmente il basso di Wetton. E' “l'accordatura” per uno dei punti più alti della storia ultratrentennale dei Crimson.

A chiudere il disco e la parte di carriera più sfolgorante di un gruppo la cui importanza non è mai stata pienamente riconosciuta, arriva "Starless", la summa di tutta l'arte e lo stile del Re Cremisi. Che ci si trovi di fronte a un piccolo grande miracolo musicale è chiaro sin da subito, con il suono inconfondibile del mellotron che fa da preludio a una delle linee melodiche più straordinarie della storia del rock. Il privilegio di dipingere questo affresco sonoro è affidato alla chitarra di un Robert Fripp dalla sublime intensità emotiva, a cui risponde morbidamente il sax di McDonald; la batteria di Bruford, dopo aver imperversato nel resto del disco, mantiene qui una ritmica delicata e discreta. E anche John Wetton, una tantum, mette da parte la sua irruenza bassistica e si lascia andare in un cantato espressivo e commovente. Se si dovesse spiegare cos'è il sublime, non servirebbero parole, basterebbero i primi quattro minuti della canzone.
Ma all'improvviso arriva la sferzata: il cielo senza stelle si fa minaccioso, il suono del basso di Wetton si fa disorientante... ecco la chitarra, in una risalita lancinante ed opprimente... e la batteria, con i suoi ritmi obliqui a far da prologo a fraseggi vertiginosi che riportano alla mente la furia di 21st Century Schizoid Man.
E poi l'esplosione finale, col sax di McDonald e la cornetta di Marc Charig a riprendere il tema principale in una versione potentissima, col tuonante slapbass di Wetton a farla da padrone.
In dodici minuti "Starless" condensa l'essenza dei Crimson e del progressive stesso, rappresentando quel che "Firth of Fifth" è stata, ed è tuttora, per i Genesis di Steve Hackett.

Concludendo, Red è un capolavoro assoluto che dovrebbe comparire in ogni discografia che si rispetti, a prescindere dall'attitudine prog di ognuno. Incredibile come, a trentasei anni di distanza, esso suoni ancora modernissimo. Si tratta di un disco seminale per tantissime band (gli ultimi Tool, i Godspeed You Black Emperor, i Radiohead stessi in alcuni momenti), addirittura un insospettabile come Kurt Cobain arrivò a definirlo il più grande album rock di sempre. Qualcosa vorrà pur dire.

Radiohead - In Rainbows (2007)



Che cosa distingue un capolavoro da una pietra miliare (passatemi questa definizione da “ondarocker”)? Cosa deve avere un disco per rimanere? In quali casi uno o più artisti si possono definire “influenti”?
Sono tutti interrogativi che vengono posti ogniqualvolta un nuovo disco dei Radiohead è in commercio, per cui è doveroso riportarli in ballo.

 In Rainbows arriva dopo quattro anni di silenzio pressoché totale. Dopo HTTT e relativo Tour, i Radiohead si sono presi una lunga pausa: Thom Yorke si è dedicato a tempo pieno al mestiere più duro, quello di padre, e nel 2006 ha sfornato una godibilissima opera prima da solista, The Eraser. Jonny Greenwood, la variabile impazzita dei RH, ha curato alcuni progetti musicali autonomi e diverse colonne sonore, tra le quali quella del film-documentario “Bodysong”.

Scaduto il contratto con la major EMI, i RH hanno provato a battere nuove strade, come d'altronde è nella loro indole, affidandosi ancora una volta al fido Nigel Godrich, dopo che molte voci avevano affermato il contrario. Troppo importante l'impronta del produttore, a tutti gli effetti un membro del gruppo; i RH non possono più fare a meno della sua duttilità, confermata ancora una volta con la produzione del disco solista di Yorke, così diverso dalle sonorità tipiche dei RH, e nello stesso tempo così familiare.
Ma si parlava di capolavori e pietre miliari, se non sbaglio. Un capolavoro è un'opera d'arte che, volenti o nolenti, si impone a noi, la si ama o la si odia senza mezze misure, se ne discute per anni, si cita come termine di paragone, se ne scopre sempre una parte che prima non si era colta.

E arrivo al dunque: In Rainbows non è un capolavoro, e senza dubbio non si tratta del miglior lavoro del quintetto oxfordiano. Sebbene la favolosa “15 Step”, incipit del disco e forse pezzo migliore dello stesso, sia devastante come ci hanno abituato Thom e soci, il resto del disco alterna momenti notevoli ad altri meno riusciti. Se le tracce 2 e 3, rispettivamente l'incazzatissima “Bodysnatchers”, la parente più prossima delle sonorità di OK Computer, e la magica “Nude” (in assoluto un “traditional” live dei RH, risalente a prima di Kid A, quando si chiamava ancora “Big Ideas”) sono ancora di altissimo livello, un gradino sotto sono l'insipida “Weird Fishes/Arpeggi”, gli echi Cure di “Reckoner” e lo scontro frontale tra le sonorità di HTTT e dei Subsonica se questi ultimi avessero un cantante degno di esser definito in tal modo: la canzone di cui sto parlando ovviamente è “Jigsaw Falling Into Place”. Per non parlare poi del simil-reggae digitale abbastanza squallidino di “House of Cards”, che stona anche in questo disco che è sì un album pop, ma pop “à la RH”, cioè di altissima qualità.

Menzionati il meglio e il peggio dell'album, cito volentieri le rimanenti canzoni, cioè “All I Need”, che mostra il lato più post-romantico dei RH, il sapore mediorientale dei ritmi sghembi e degli archi straziati made in Greenwood di “Faust Arp”(unico, vero brano del tutto inedito del disco) e la delicata quanto inquietante chiusura di “Videotape”, sul cui tipico piano singhiozzante di Thom si innesta un sospetto ritmo marziale della batteria di Phil Selway.
Già, Phil Selway, il John Deacon dei RH in quanto a indole da riflettori, ma proprio come il bassista dei Queen, perno assoluto delle sonorità del proprio gruppo. E In Rainbows è IL disco di Phil Selway, con la sezione ritmica predominante per tutto l'album.

Ma si parlava anche di “pietre miliari”, che molte volte coincidono con i capolavori, ma che sono cose nettamente diverse: una pietra miliare è un'opera d'arte che definisce qualcosa di nuovo, che si tratti di una sonorità, un genere (ma ha ancora senso parlare di generi come compartimenti stagni? O meglio, ha mai avuto senso parlarne?), un'idea, un modo di fare le cose, e che segna una nuova partenza, una strada nuova da percorrere. Questa era appunto la funzione delle pietre miliari secoli fa.
Ed in questo senso In Rainbows è una pietra miliare importantissima, che segna un modo nuovo di concepire la produzione musicale e il mercato discografico. Questo disco, in quanto messo a disposizione a prezzo arbitrario dell'acquirente, dimostra che la musica può fare a meno dell'industria musicale, in modo semplice, ma potentissimo. E' la prova che fortunatamente l'arte può ancora essere indipendente dal dio denaro.
Che poi i RH siano già multimilionari, e che di sole royalties dei dischi precedenti e introiti derivanti da un qualsiasi prossimo tour incasseranno ancora tonnellate di quattrini, mi sembra una realtà indiscutibile. Ma il messaggio che lanciano Yorke e compagni è un messaggio di speranza, di incoraggiamento verso i ragazzini cui si illuminano gli occhi quando ricevono in dono la loro prima chitarra, verso quelli che imbracciando il loro strumento per scrivere una canzone o davanti a un pubblico, che sia Wembley o un paio amici in riva al mare, sentono ancora dentro una gioia infantile e potente verso la musica, verso l'arte.
Ancora una volta i RH arrivano prima degli altri e aprono la strada, come fecero dieci anni fa con la svolta di Kid A che spiazzò il mondo. Ma se allora il muro che abbattevano era “solo” di natura musicale, il muro che fa cadere In Rainbows è molto più spesso e resistente. E' il muro dello sfruttamento artistico.

Serie A 2010-2011: anno 1 dM (dopo Mou)

E' solo un caso se l'inizio del nuovo campionato di calcio di Serie A e l'apertura del mio nuovo blog siano praticamente coincidenti, ma ne approfitterò ugualmente per sbilanciarmi per la prima volta su quali saranno le protagoniste del campionato iniziato ieri sera.
Intanto mettiamo subito una cosa in chiaro: ancora una volta si può discutere solo dalla seconda posizione in poi. Ok, il livello complessivo della Serie A di quest'anno credo sia aumentato, ma non c'è nessuna squadra in grado di potersi avvicinare alla completezza e alla qualità della rosa dell'Inter. E naturalmente lo dico con la morte nel cuore.

Da Mou a Benitez probabilmente ha perso qualcosa, benché io stimi tantissimo anche il tecnico spagnolo, ma credo sia solo questione di far assimilare ai giocatori la filosofia tattica e organizzativa di Rafa e, purtroppo, i risultati arriveranno anche quest'anno. L'unica variabile che potrebbe in qualche modo rallentare il Biscione è la possibile spossatezza derivante da un'annata in cui praticamente tutti i giocatori hanno dato il 120% sia in termini fisici che mentali. Uno ci spera sempre.

E sotto l'Inter? Beh, dopo di loro è davvero uno scenario divertente. A costo di rischiare l'auto-iettatura, io vedo discretamente la nuova Juve di Del Neri e Andrea Agnelli, all'ennesima rivoluzione tattica e di organico dopo l'azzeramento di Calciopoli. Tanti innesti (e qualcuno arriverà ancora nelle prossime 48 ore), tante partenze, ma l'ossatura secondo me è valida. Lo era già l'anno scorso, con uno sciagurato settimo posto finale che mortificava l'effettivo valore della rosa, frutto più di guide tecniche inadeguate e crepacci di preparazione fisica e tattica che avevano le loro origini già nel biennio di Ranieri, a ben vedere. 

Già, Ranieri. Quindi Roma. La Roma, la squadra definita negli ultimi anni come unica antagonista dell'Inter, più che altro perché statisticamente qualcuno deve arrivare secondo per forza e non per effettivo valore della squadra. Lungi da me avanzare l'assurda pretesa di aspettarsi vittorie e trofei da squadre allenate da Ranieri, non ci proverei nemmeno se il tecnico romano avesse tra le mani un organico dello strapotere del Milan di Sacchi. Già ieri sera Claudio ha confessato alla stampa che l'arrivo di Ibrahimovic al Milan sposta gli equilibri, il che tradotto in italiano suona più o meno "col cazzo che riesco a bissare il miracolo di arrivare secondo anche quest'anno". Sinceramente non vedo la Roma più su di un quarto, quinto posto. E sono ottimista.

Tocca allora al Milan, medaglia di bronzo l'anno scorso, che ha puntellato la difesa con buoni rincalzi ma soprattutto si è assicurato Ibrahimovic per un tozzo di pane. Meglio dell'anno scorso, sicuramente, quindi lo vedo tranquillamente in zona Champions. I tifosi rossoneri comunque non pensino che l'arrivo di Ibra, notoriamente tifoso milanista dalla nascita, sia la panacea di tutti i mali. Vedo il Milan come una squadra discontinua, che magari ti vince una partita 4-0 incantando poi quella dopo perde malamente o strappa un pareggino stitico con un gioco squallido.

E ora il resto del mondo. La Samp, quarta l'anno scorso, difficilmente potrà bissare quel risultato: Di Carlo non è bravo quanto Del Neri, i miracoli difficilmente si ripetono due volte, probabilmente la Juve saccheggerà ancora la rosa blucerchiata da qui al 31 agosto, ma soprattutto la concorrenza si è rinforzata, cugini del Genoa su tutti. Squadra completa, il Genoa, con uomini di qualità un po' ovunque, anche se tutto dipenderà da Toni. La squadra è costruita appositamente attorno a lui, e se sta bene può tranquillamente arrivare ancora a 15-18 reti e far sognare i genoani. Se invece sarà quello "modello cariatide" che ho potuto ammirare nell'amichevole qua ad Acqui, saranno guai.
Bene il Napoli, che si è privato di Quagliarella ma si è assicurato l'ottimo Cavani. Personalmente spero che rovinino il prima possibile nella seconda metà della classifica, più che altro perché la spocchia di Walter "hoinventatoilcalcio" Mazzarri e dello strappabiglietti De Laurentiis è insopportabile quasi quanto sentire parlare il cagacazzo supremo della storia del calcio, quel Claudio Lotito la cui Lazio probabilmente avrà un'annata più tranquilla rispetto alla stagione scorsa.

Rivelazioni? Scommetto sulla Fiorentina, che zitta zitta ha acquistato gente del calibro di D'Agostino, tipico regista in via d'estinzione, e Boruc, a mio parere uno dei portieri europei più forti degli ultimi anni. Tra le "piccole" mi incuriosisce molto il Cesena, ritrovatosi in A quasi per caso e quindi facile fonte di possibili sorprese durante la stagione.


Bene, le previsioni le ho fatte, fra 8-9 mesi vedremo se sono stato un buon profeta oppure un cialtrone. Sarei quasi più contento in quest'ultimo caso, devo essere sincero, avrei serie possibilità di guadagnarmi una scrivania alla Gazzetta.

Novità? Nessuna, grazie

Il giocatore (sotto) e il mercato (sopra).
 
Novità? Nessuna, grazie.
No, non è vero, videoludicamente parlando c'è una succulenta novità: da Natale infatti PS3 campeggia in bella mostra sotto il mio televisore. Alleluja!
La novità a cui si riferisce il titolo del mio intervento però è quella che, da più parti, si cerca nei giochi. Forse. Su PSM, una delle riviste più prestigiose della stampa videoludica italiana, il tema dello svecchiamento dei contenuti torna alla ribalta regolarmente, in rete tante persone auspicano meccaniche nuove, gameplay totalmente inediti e via dicendo. Da quel che si legge e si vede, sembrerebbe che ci sia un'estrema voglia di rinnovamento, di cambio radicale di rotta.

Poi però sfogliando un numero a caso di PSM trovo le recensioni di Bioshock 2, di Battlefield 2, del seguito di Army of Two, e succulente anteprime di Crysis 2 e di un nuovo episodio di Fallout. Non contento mi studio il Checkpoint, indispensabile Bignami del meglio PS3, e conto 46 (quarantasei!!) giochi il cui titolo termina con un numero maggioreuguale a 2 o che comunque è riconducibile a un nuovo episodio di una determinata saga (Prince of Persia, per fare un esempio). E nel conteggio non ho incluso gli sportivi.

La presunta voglia di novità di cui si parla non ha poi riscontri reali né nelle classifiche di vendita né tra gli addetti ai lavori, ossia tra recensori ed esperti di videogiochi. Perché Assassin's Creed II o MGS4 i loro votoni e il loro successo se li meritano ampiamente, sono opere splendide. Ma non sono certo ventate di aria fresca, né portatori di significativi rinnovamenti di certe meccaniche. Heavy Rain rappresenta la novità? Non scherziamo...

Qual è il punto? Chiediamo a gran voce qualcosa di nuovo ma poi, se ce lo propongono, paradossalmente non lo premiamo, preferendogli percorsi già battuti e quindi molto più rassicuranti. Un esempio su tutti: l'altra settimana in un grosso centro commerciale di Torino mi sono preso Mirror's Edge nuovo di zecca a 9.90 euro, in mezzo a decine di copie invendute.
Quel Mirror's Edge che gronda stile da ogni tetto; quel Mirror's Edge che ti riconcilia con la bellezza dei colori in un assortimento di giochi dalle tinte sin troppo livide; quel Mirror's Edge che ti prende dalla prima all'ultima corsa nonostante passaggi di estrema frustrazione; quel Mirror's Edge in cui nemmeno il doppiaggio di Asia Argento può impedirti di innamorarti del bel visino orientaleggiante di Faith; quel Mirror's Edge che in alcuni frangenti riesce nella titanica impresa di dare un senso al Sixaxis, il controller più disgraziato degli ultimi vent'anni, deriso persino da Psycho Mantis in MGS4. Ho detto tutto. Ah, dimenticavo, quel Mirror's Edge di cui attendo spasmodicamente un seguito.

Forse le lucciole si amano di nuovo


I Locanda delle Fate sono fuori dallo spazio e dal tempo. Non provengono da un'epoca precisa, né rappresentano un qualche luogo. Non appartengono a niente e nessuno. Quindi sono di tutti. Per tutti.
Fuori dallo spazio e dal tempo, dicevamo. Sin dall'inizio, in quel 1977 dove la deflagrazione punk faceva crollare un'epoca di vertigini in tempi dispari, racconti di re cremisi, diamanti pazzi e impressioni di settembre, ma talvolta anche di sterili manierismi barocchi e onanismi musicali. Su un terreno reso nuovamente vergine, ecco arrivare "Forse le lucciole non si amano più", che ovviamente è fuori tempo massimo e non ottiene il successo che la band si aspettava. Da cui lo scioglimento di lì a pochi mesi.
Ma in quanto fuori dallo spazio e dal tempo, ecco che col passare degli anni la musica vola da orecchio a orecchio, sino a diffondersi in ogni capo del globo. Gli ammiratori si moltiplicano, e con internet e la musica portatile quella che era nata come ammirazione si trasforma rapidamente in un piccola forma di culto, che matura ben presto un interrogativo comune: ci sarà mai un ritorno dei Locanda delle Fate? E' evidente che la domanda se la pongono anche gli stessi membri della band, che nel 1999 danno alle stampe, in formazione incompleta, "Homo homini lupus". Disco come ovvio molto distante dall'opera prima, sia come sonorità che come ispirazione, ma tutt'altro che brutto, come invece le scarsissime vendite hanno ingiustamente decretato. Nonostante il flop, gli anni a seguire vedono rincorrersi voci che danno per imminente una reunion completa della band. Voci che trovano il loro fondamento nell'annuncio di un'unica, attesissima data, al festival di Asti nell'estate 2010.

Il resto è storia recente, racchiusa nella cornice della piazza della bella Cattedrale della città monferrina, in una calda serata di metà luglio. Scorrendo con lo sguardo i volti degli spettatori, rimango colpito da una cosa: non certo dalla quantità del pubblico, per le ragioni di cui sopra, quanto dall'eterogeneità anagrafica dei presenti. Assieme a un buon numero di chiome brizzolate, ecco tanti ragazzini non più che quindicenni, e ancora, studenti universitari con la maglietta dei Blind Guardian e figli dei fiori avvizziti, avvolti in improbabili camicie variopinte ma dallo sguardo ancora pieno di entusiasmo inalterato dagli anni, forse solo lievemente venato di inevitabile nostalgia. Fuori dallo spazio e dal tempo, appunto.
Ad aprire la serata i Route 66, che ripropongono in chiave acustica storiche canzoni anni '60-'70 attinte dal catalogo internazionale (soprassederò sulla veramente pessima esecuzione della fin troppo abusata "Creuza de ma" di De André, unico neo di un'ottima esibizione). L'atmosfera è bella ed escluse due coriste veramente improponibili, il gruppo si difende molto bene, strappando meritati applausi e qualche lacrima di nostalgia. Ma come sottolinea il bravo cantante, financo con eccessiva modestia, "so che voi volete i Locanda, abbiamo quasi finito". E' così, il pubblico freme, l'attesa è palpabile, l'aria è elettrica e scorre anche un po' di nervosismo tra coloro che sono rimasti in fondo alla piazza.
Con il sole cala anche il sipario sui Route 66, si spengono le luci e dalle casse parte la versione originale di "A volte un istante di quiete", lo strumentale d'apertura di "Forse le lucciole non si amano più". Sul palco buio salgono i musicisti e al primo stacco del brano il disco sfuma e si inserisce la band. Partiti. Dopo trentatrè anni. Finalmente.
La band è tonica, soprattutto il batterista è in grande spolvero, ma in generale l'affiatamento è ottimo, e il brano scorre che è un piacere, se si esclude un non perfetto equilibrio del volume degli strumenti. La prassi per le aperture dei concerti, insomma, e quindi un dettaglio trascurabile. Il pubblico è entusiasta, e gli applausi sono fragorosi, mentre sul palco cala di nuovo il buio.

"...è una domanda che mi faccio spesso anche oggi: c'è rimasto un po' d'amore???" si chiede una voce potente, piena, che a tratti ricorda il Gassman shakespeariano. Quindi parte la meravigliosa introduzione pianistica di "Forse le lucciole non si amano più", e con l'inizio del canto si riaccendono le luci. Sul palco entra Leonardo Sasso, lo storico cantante della band: un omone di 140 chili, imponente, che quasi intimorisce visto da lontano, ma con uno sguardo carico di emozione che fa sciogliere qualsiasi timidezza. Rimango sbalordito. Per la voce praticamente intatta che Sasso ci regala. Una voce che, incredibile a dirsi, è ancora più pulita ed espressiva di quella di trentatrè anni fa. Quello che però veramente mi atterrisce è la presenza scenica del frontman, naturalmente quella fisica, ma soprattutto la potenza con la quale da solo riesce a tenere in scacco praticamente la piazza intera, che infatti non fiata per tutta la durata del brano. E' una delle emozioni più prepotenti che abbia mai provato a un concerto, una stretta alla bocca dello stomaco, un sussulto violento e meraviglioso al cuore e all'anima. Sarà retorica a buon mercato, non lo nego, ma è esattamente quello che ho provato. E alla fine del brano, il pubblico esita un istante ad applaudire, quasi come se cercasse in ogni modo di assorbire sino all'ultima goccia di quella genuina emozione, così rara, che una volta provata ti lascia infinitamente migliore di prima.
Gioca sulla nostalgia, Leonardo, sui ricordi di bambino che riaffiorano alla mente rivedendo dopo tanti anni i vecchi giocattoli sistemati in soffitta. E' il prologo di "Profumo di colla bianca", dove finalmente tutti i settaggi audio si assestano alla perfezione, non per nulla il risultato finale non sfigura affatto con la versione da studio.
Tra un pezzo e l'altro, Sasso ricorda Alberto Gaviglio ed Ezio Vevey, fondatori e compositori del gruppo, che sono in prima fila ma inspiegabilmente non sul palco. Sono parole piene di gratitudine sincera verso il loro genio, verso le delicate parole che Leonardo si accinge ad interpretare. Parole dedicate a una ragazza scomparsa nel fiore della sua giovinezza, che però ci parla ancora, semplicemente con suoni e parole diverse. "Ora vesti tante luci dove non esiste il tempo/ed i sogni di altri mondi sono quadri appesi al vento./E le stelle ti ameranno senza chiederti chi sei/scivolando nel tuo cuore o posandosi su te." sono solo alcuni dei versi forse più significativi di "Cercando un nuovo confine", durante la cui esecuzione si raggiunge un apice emotivo senza pari.
Emotività che la band opportunamente scarica facendo salire sul palco un fan giapponese, arrivato dalle terre del Sol Levante appositamente per il concerto. Emozionato, l'uomo saluta il pubblico e ringrazia i membri della band, che gli donano un poster d'annata con autografi e dediche. Dal Giappone ad Asti il passo è breve, sembra. Fuori dallo spazio e dal tempo, ancora una volta.

Dopo il simpatico intermezzo, Sasso cede la scena a Vevey e Gaviglio, che finalmente salgono sul palco interpretando "Non chiudere a chiave le stelle", in una delicata versione con i soli basso e chitarra acustica. E sono contento. Era impensabile una reunion senza l'esibizione delle menti stesse alla base del suono dei Locanda, sarebbe stata un'incompiuta vera e propria.
Torna quindi la band al completo, che si cimenta ne "La giostra", un brano mai pubblicato se non in rarissimi dischi live dalla pessima resa audio. Aperto e chiuso da due lunghi assolo di piano, il pezzo è eccellente, e per stile e ispirazione non avrebbe affatto stonato nel disco d'esordio.
Parte "Sogno di estunno", che non viene eseguita integralmente, ma funge da sottofondo per la presentazione di ogni singolo membro della band. Nemmeno a dirlo, il boato più fragoroso è per quell'istrione straordinario di Leonardo Sasso, io stesso mi ritrovo nei panni della ragazzina urlante ai concerti dei Beatles. E Leonardo si bea di questa ovazione, allarga le braccia, alza lo sguardo al cielo ed esclama "erano trentatrè anni che aspettavo questo momento".
La band si congeda ma il pubblico, eccitatissimo, la rivuole sul palco a gran voce. Un paio di minuti dopo riecco tutti i musicisti. Sasso incassa ancora qualche applauso per poi annunciare al mondo intero l'inizio di "Vendesi saggezza", che nell'edizione originale chiudeva l'album. L'esecuzione è magistrale, prossima alla versione da studio, e la gestualità enfatica ma mai stucchevole di Leonardo si sposa perfettamente con l'incedere del crescendo finale che riprende il tema d'apertura del disco. Sulle note finali è l'apoteosi, tutto il pubblico è in piedi, pervaso da commozione mista a esaltazione. Un po' come quando, a fine concerto, mi avvicino a Sasso per stringergli la mano e lui, dall'alto della sua mole e del palco, si lascia andare in un sorriso sincero, di una persona genuinamente contenta di essere lì, delle emozioni che ha regalato e che a sua volta ha ricevuto in dono. Emozioni fuori dallo spazio e dal tempo. Come i Locanda delle Fate.