King Crimson - Red (1974)

Red è il settimo album in studio dei Crimson, nonché terza e ultima opera della formazione Fripp, Bruford, Cross, Wetton, a parere del sottoscritto la miglior incarnazione in assoluto del Re Cremisi.
Tra gli innumerevoli, straordinari musicisti che hanno affiancato Robert Fripp, quelli del periodo '73-'75 si sono mostrati i più complementari all'occhialuto Professore, per affiatamento e capacità di assecondarne le vibrazioni progressive: il violino di Cross accompagna perfettamente il tipico suono sinistro della Les Paul di Fripp; il basso di Wetton colpisce martellante allo stomaco, mentre Bruford, dopo aver co-firmato i dischi migliori degli Yes, dimostra di essere uno dei più grandi batteristi di sempre.

Red è un po' la summa dei King Crimson più propriamente progressivi, e anzi, la sua grandezza intrinseca è amplificata dal fatto che sia stato composto e registrato quando il gruppo era sul punto di sciogliersi. Ad esempio Cross già non compare più in copertina, nonostante sia presente sul disco.
Contrariamente a tanta critica, chi scrive crede che Red qualitativamente sieda vicino all'opera prima In the Court of the Crimson King, senza ombra di dubbio; magari non avrà l'importanza storica di quest'ultimo, o la ricerca progressiva di Larks' Tongues in Aspic (1973), ma a livello compositivo e di impatto sonoro non è niente di meno del fratello maggiore del '69.

Iniziamo quindi con le canzoni. Si parte con la title-track, tuttoggi gettonatissima nei live: si tratta di uno strumentale in cui domina la chitarra di Fripp, con inquietanti progressioni di accordi accompagnate dal pomposissimo basso di Wetton. Il sound è profetico, secco e aggressivo come nei momenti migliori di The Power to Believe (2003) e Thrak (1995).

Segue quindi "Fallen Angel", ideale sorella di quella meravigliosa canzone che è la Exiles di Larks' Tongues, ma più rifinita, arricchita dall'oboe di Robin Miller, il sax-contralto della vecchia conoscenza Ian McDonald e da una delle migliori interpretazioni vocali di Wetton.

Si prosegue con "One More Red Nightmare", in cui la band tira fuori dal cilindro un'interpretazione muscolosa e ritmicamente travolgente: la composizione ruota su uno stravolgimento dell'inizio di Red giocato sul dialogo strumentale tra Fripp e Wetton, per poi sfociare in una simil-improvvisazione in cui sono i sax di MacDonald e del sempiterno Mel Collins a farla da padroni.
Il mood del brano è anomalo per i Crimson, un rock smaccatamente cafone che ogni tanto fa capolino nei loro dischi ("Cat Food" o "Ladies of the Road", tanto per fare un paio di esempi), quasi per stemperare un'atmosfera il più delle volte in perenne tensione; ad ogni modo la performance è eccezionale e godibilissima.

"Providence" è uno strumentale figlio delle sperimentazioni di "Larks' Tongues in Aspic Part One", con le improvvisazioni del violino di Cross su giri armonici che richiamano le partiture più dissonanti di Bela Bartok; a mano a mano si sovrappongono tutti gli strumenti, per un crescendo dove spicca particolarmente il basso di Wetton. E' “l'accordatura” per uno dei punti più alti della storia ultratrentennale dei Crimson.

A chiudere il disco e la parte di carriera più sfolgorante di un gruppo la cui importanza non è mai stata pienamente riconosciuta, arriva "Starless", la summa di tutta l'arte e lo stile del Re Cremisi. Che ci si trovi di fronte a un piccolo grande miracolo musicale è chiaro sin da subito, con il suono inconfondibile del mellotron che fa da preludio a una delle linee melodiche più straordinarie della storia del rock. Il privilegio di dipingere questo affresco sonoro è affidato alla chitarra di un Robert Fripp dalla sublime intensità emotiva, a cui risponde morbidamente il sax di McDonald; la batteria di Bruford, dopo aver imperversato nel resto del disco, mantiene qui una ritmica delicata e discreta. E anche John Wetton, una tantum, mette da parte la sua irruenza bassistica e si lascia andare in un cantato espressivo e commovente. Se si dovesse spiegare cos'è il sublime, non servirebbero parole, basterebbero i primi quattro minuti della canzone.
Ma all'improvviso arriva la sferzata: il cielo senza stelle si fa minaccioso, il suono del basso di Wetton si fa disorientante... ecco la chitarra, in una risalita lancinante ed opprimente... e la batteria, con i suoi ritmi obliqui a far da prologo a fraseggi vertiginosi che riportano alla mente la furia di 21st Century Schizoid Man.
E poi l'esplosione finale, col sax di McDonald e la cornetta di Marc Charig a riprendere il tema principale in una versione potentissima, col tuonante slapbass di Wetton a farla da padrone.
In dodici minuti "Starless" condensa l'essenza dei Crimson e del progressive stesso, rappresentando quel che "Firth of Fifth" è stata, ed è tuttora, per i Genesis di Steve Hackett.

Concludendo, Red è un capolavoro assoluto che dovrebbe comparire in ogni discografia che si rispetti, a prescindere dall'attitudine prog di ognuno. Incredibile come, a trentasei anni di distanza, esso suoni ancora modernissimo. Si tratta di un disco seminale per tantissime band (gli ultimi Tool, i Godspeed You Black Emperor, i Radiohead stessi in alcuni momenti), addirittura un insospettabile come Kurt Cobain arrivò a definirlo il più grande album rock di sempre. Qualcosa vorrà pur dire.

Nessun commento:

Posta un commento