Radiohead - In Rainbows (2007)
Che cosa distingue un capolavoro da una pietra miliare (passatemi questa definizione da “ondarocker”)? Cosa deve avere un disco per rimanere? In quali casi uno o più artisti si possono definire “influenti”?
Sono tutti interrogativi che vengono posti ogniqualvolta un nuovo disco dei Radiohead è in commercio, per cui è doveroso riportarli in ballo.
In Rainbows arriva dopo quattro anni di silenzio pressoché totale. Dopo HTTT e relativo Tour, i Radiohead si sono presi una lunga pausa: Thom Yorke si è dedicato a tempo pieno al mestiere più duro, quello di padre, e nel 2006 ha sfornato una godibilissima opera prima da solista, The Eraser. Jonny Greenwood, la variabile impazzita dei RH, ha curato alcuni progetti musicali autonomi e diverse colonne sonore, tra le quali quella del film-documentario “Bodysong”.
Scaduto il contratto con la major EMI, i RH hanno provato a battere nuove strade, come d'altronde è nella loro indole, affidandosi ancora una volta al fido Nigel Godrich, dopo che molte voci avevano affermato il contrario. Troppo importante l'impronta del produttore, a tutti gli effetti un membro del gruppo; i RH non possono più fare a meno della sua duttilità, confermata ancora una volta con la produzione del disco solista di Yorke, così diverso dalle sonorità tipiche dei RH, e nello stesso tempo così familiare.
Ma si parlava di capolavori e pietre miliari, se non sbaglio. Un capolavoro è un'opera d'arte che, volenti o nolenti, si impone a noi, la si ama o la si odia senza mezze misure, se ne discute per anni, si cita come termine di paragone, se ne scopre sempre una parte che prima non si era colta.
E arrivo al dunque: In Rainbows non è un capolavoro, e senza dubbio non si tratta del miglior lavoro del quintetto oxfordiano. Sebbene la favolosa “15 Step”, incipit del disco e forse pezzo migliore dello stesso, sia devastante come ci hanno abituato Thom e soci, il resto del disco alterna momenti notevoli ad altri meno riusciti. Se le tracce 2 e 3, rispettivamente l'incazzatissima “Bodysnatchers”, la parente più prossima delle sonorità di OK Computer, e la magica “Nude” (in assoluto un “traditional” live dei RH, risalente a prima di Kid A, quando si chiamava ancora “Big Ideas”) sono ancora di altissimo livello, un gradino sotto sono l'insipida “Weird Fishes/Arpeggi”, gli echi Cure di “Reckoner” e lo scontro frontale tra le sonorità di HTTT e dei Subsonica se questi ultimi avessero un cantante degno di esser definito in tal modo: la canzone di cui sto parlando ovviamente è “Jigsaw Falling Into Place”. Per non parlare poi del simil-reggae digitale abbastanza squallidino di “House of Cards”, che stona anche in questo disco che è sì un album pop, ma pop “à la RH”, cioè di altissima qualità.
Menzionati il meglio e il peggio dell'album, cito volentieri le rimanenti canzoni, cioè “All I Need”, che mostra il lato più post-romantico dei RH, il sapore mediorientale dei ritmi sghembi e degli archi straziati made in Greenwood di “Faust Arp”(unico, vero brano del tutto inedito del disco) e la delicata quanto inquietante chiusura di “Videotape”, sul cui tipico piano singhiozzante di Thom si innesta un sospetto ritmo marziale della batteria di Phil Selway.
Già, Phil Selway, il John Deacon dei RH in quanto a indole da riflettori, ma proprio come il bassista dei Queen, perno assoluto delle sonorità del proprio gruppo. E In Rainbows è IL disco di Phil Selway, con la sezione ritmica predominante per tutto l'album.
Ma si parlava anche di “pietre miliari”, che molte volte coincidono con i capolavori, ma che sono cose nettamente diverse: una pietra miliare è un'opera d'arte che definisce qualcosa di nuovo, che si tratti di una sonorità, un genere (ma ha ancora senso parlare di generi come compartimenti stagni? O meglio, ha mai avuto senso parlarne?), un'idea, un modo di fare le cose, e che segna una nuova partenza, una strada nuova da percorrere. Questa era appunto la funzione delle pietre miliari secoli fa.
Ed in questo senso In Rainbows è una pietra miliare importantissima, che segna un modo nuovo di concepire la produzione musicale e il mercato discografico. Questo disco, in quanto messo a disposizione a prezzo arbitrario dell'acquirente, dimostra che la musica può fare a meno dell'industria musicale, in modo semplice, ma potentissimo. E' la prova che fortunatamente l'arte può ancora essere indipendente dal dio denaro.
Che poi i RH siano già multimilionari, e che di sole royalties dei dischi precedenti e introiti derivanti da un qualsiasi prossimo tour incasseranno ancora tonnellate di quattrini, mi sembra una realtà indiscutibile. Ma il messaggio che lanciano Yorke e compagni è un messaggio di speranza, di incoraggiamento verso i ragazzini cui si illuminano gli occhi quando ricevono in dono la loro prima chitarra, verso quelli che imbracciando il loro strumento per scrivere una canzone o davanti a un pubblico, che sia Wembley o un paio amici in riva al mare, sentono ancora dentro una gioia infantile e potente verso la musica, verso l'arte.
Ancora una volta i RH arrivano prima degli altri e aprono la strada, come fecero dieci anni fa con la svolta di Kid A che spiazzò il mondo. Ma se allora il muro che abbattevano era “solo” di natura musicale, il muro che fa cadere In Rainbows è molto più spesso e resistente. E' il muro dello sfruttamento artistico.
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Questo è decisamente il loro album migliore dopo il 2000. I miei preferiti rimangono sempre quelli degli anni '90 b-side inlcusi! :)
RispondiEliminaCiao ciao
Ely