Metamorfosi - Inferno (1973)


1973: nel pieno della bufera progressiva che infuria in tutta Europa, con sporadiche precipitazioni in America e Giappone, una band italiana con un debole per i sovrarrangiamenti tastieristici e sostanzialmente priva di chitarre, decide di dare alle stampe un disco liberamente ispirato nientepopodimeno che all'Inferno dantesco.
Progressive, sovrabbondanza di tastiere, chitarre assenti, tematiche pretenziose: messa così viene subito il terrore di avere di fronte la peggior pacchianata della storia del rock.  Invece succede proprio l'esatto opposto. E concedetemi la voglia matta di creare un ipotetico titolo, vi imploro: Inferno Divino. Aaah, ho provato la vertigine di trovarsi nel vuoto pneumatico della testa di un redattore di un qualsiasi quotidiano sportivo. La consiglio a tutti. Una volta sola, non di più.

Ma torniamo al disco. Che è indubbiamente tra le cose migliori del rock italiano di quel periodo, e di grandi cose ce ne sono davvero tante in quegli anni tanto deprimenti a livello sociale quanto dorati per creatività e ispirazione musicale. Un capolavoro, dicevamo. Perché riesce nell'impresa quasi sovrumana di essere validissimo sotto ogni aspetto nonostante la concomitanza delle caratteristiche elencate a inizio post. Perché le probabilità di risultare ridicoli maneggiando cristallo purissimo come i versi della Divina Commedia sono elevatissime. Percentuali che arrivano quasi al 100% se in ambito rock si sforna un disco senza chitarra e saturo di tastiere. Emerson, Lake & Palmer sono lì a perenne monito per ogni ascolto. E tra le band attuali sembra che siano i Muse, ahimé, ad aver raccolto quel poco invidiabile testimone. Ma spero si rendano conto di quello che stanno facendo prima che sia troppo tardi e si salvino.

Le linee programmatiche del disco si definiscono sin dai primi secondi di Introduzione - Selva Oscura: a dettare legge sono pianoforte, hammond, sintetizzatori, in poche parole tutto ciò che è dotato di una tastiera d'avorio, e la voce di Davide Spitaleri, chiara, potente, da brividi.
Le liriche raccontano una versione 2.0 dell'inferno dantesco, dove accanto a canonici e sempre attuali peccatori quali Lussuriosi e Violenti si aggiungono anche moderne anime prave come Spacciatore di Droga e Razzisti. Il tutto è raccontato non in volgare, ma in italiano moderno, con una scrittura particolarmente felice e interpretata con grande espressività da Spitaleri.
La sezione ritmica è sorretta dal bassista (e all'occorrenza chitarrista) Stefano Turbitosi e dal batterista italo-congolese Gianluca Herygers: il duo costruisce una base solida e agile sulla quale scivolano morbidamente le evoluzioni melodiche delle tastiere di Enrico Olivieri.
Alle composizioni pesanti e sovrastrutturate tipiche del genere infatti si sostituiscono miniature di una manciata di minuti che si amalgamano naturalmente in un incedere omogeneo ma ben articolato a seconda dell'umore che traspare dal cerchio raccontato. Ecco quindi che al grave monito di Caronte (non sperate mai di rivedere il cielo/anime nere, al fuoco eterno brucerete) fa eco la struggente passionalità dei Lussuriosi (siamo dannati insieme/soffriamo queste pene/e non ritorneremo indietro mai./Perversi ed invertiti/amanti proibiti/noi non ritorneremo indietro mai), passando per il vertiginoso pianismo jazz di Limbo, per le maliziose storpiature di Stars Spangled Banner e dell'inno sovietico in Sfruttatori, sino alla dolorosa constatazione di Lucifero (Politicanti) (Sul trono della morte,/mostruoso imperatore,/maciulli quei dannati/sfogando la tua rabbia/e mi si gela il sangue/pensando al nostro inferno).

Il clima generale è ovviamente tetro, ma mai in modo eccessivo. Quando infatti la tensione emotiva raggiunge il proprio culmine, va prontamente a stemperarsi in intermezzi strumentali più dilatati, come la dolcissima melodia di Limbo o la coda di Lussuriosi, che profuma di romanticismo pinkfloydiano (Goodbye Blue Sky, di sei anni più giovane. I Pink Floyd che "si ispirano" ai Metamorfosi??? Dopo Michael Jackson che perde la causa per plagio contro Al Bano non mi stupirei più di nulla). Siamo pur sempre nell'inferno, e persino dopo che si è tornati a riveder le stelle (Conclusione) il disco chiude con l'inquietante ripresa del marziale, definitivo tema di Lucifero. Quasi a volerci ricordare, magari con eccessiva enfasi retorica, che l'inferno non ha le proprie porte in nessuna selva oscura ma è attorno a noi, ogni giorno.
E' forse però l'unico eccesso di un disco che proviene da un ambiente musicale/culturale che nella verbosità e nella megalomania spesso e volentieri ci sguazzava. Inferno è un piccolo grande compendio del meglio di un periodo: padronanza strumentale, buon gusto nelle scelte melodiche e timbriche, composizioni variegate ma dalla struttura solida, cucite tra loro con miracolosa naturalezza. E scusate se è poco.

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