Red è il settimo album in studio dei Crimson, nonché terza e ultima opera della formazione Fripp, Bruford, Cross, Wetton, a parere del sottoscritto la miglior incarnazione in assoluto del Re Cremisi.
Tra gli innumerevoli, straordinari musicisti che hanno affiancato Robert Fripp, quelli del periodo '73-'75 si sono mostrati i più complementari all'occhialuto Professore, per affiatamento e capacità di assecondarne le vibrazioni progressive: il violino di Cross accompagna perfettamente il tipico suono sinistro della Les Paul di Fripp; il basso di Wetton colpisce martellante allo stomaco, mentre Bruford, dopo aver co-firmato i dischi migliori degli Yes, dimostra di essere uno dei più grandi batteristi di sempre.
Red è un po' la summa dei King Crimson più propriamente progressivi, e anzi, la sua grandezza intrinseca è amplificata dal fatto che sia stato composto e registrato quando il gruppo era sul punto di sciogliersi. Ad esempio Cross già non compare più in copertina, nonostante sia presente sul disco.
Contrariamente a tanta critica, chi scrive crede che Red qualitativamente sieda vicino all'opera prima In the Court of the Crimson King, senza ombra di dubbio; magari non avrà l'importanza storica di quest'ultimo, o la ricerca progressiva di Larks' Tongues in Aspic (1973), ma a livello compositivo e di impatto sonoro non è niente di meno del fratello maggiore del '69.
Iniziamo quindi con le canzoni. Si parte con la title-track, tuttoggi gettonatissima nei live: si tratta di uno strumentale in cui domina la chitarra di Fripp, con inquietanti progressioni di accordi accompagnate dal pomposissimo basso di Wetton. Il sound è profetico, secco e aggressivo come nei momenti migliori di The Power to Believe (2003) e Thrak (1995).
Segue quindi "Fallen Angel", ideale sorella di quella meravigliosa canzone che è la Exiles di Larks' Tongues, ma più rifinita, arricchita dall'oboe di Robin Miller, il sax-contralto della vecchia conoscenza Ian McDonald e da una delle migliori interpretazioni vocali di Wetton.
Si prosegue con "One More Red Nightmare", in cui la band tira fuori dal cilindro un'interpretazione muscolosa e ritmicamente travolgente: la composizione ruota su uno stravolgimento dell'inizio di Red giocato sul dialogo strumentale tra Fripp e Wetton, per poi sfociare in una simil-improvvisazione in cui sono i sax di MacDonald e del sempiterno Mel Collins a farla da padroni.
Il mood del brano è anomalo per i Crimson, un rock smaccatamente cafone che ogni tanto fa capolino nei loro dischi ("Cat Food" o "Ladies of the Road", tanto per fare un paio di esempi), quasi per stemperare un'atmosfera il più delle volte in perenne tensione; ad ogni modo la performance è eccezionale e godibilissima.
"Providence" è uno strumentale figlio delle sperimentazioni di "Larks' Tongues in Aspic Part One", con le improvvisazioni del violino di Cross su giri armonici che richiamano le partiture più dissonanti di Bela Bartok; a mano a mano si sovrappongono tutti gli strumenti, per un crescendo dove spicca particolarmente il basso di Wetton. E' “l'accordatura” per uno dei punti più alti della storia ultratrentennale dei Crimson.
A chiudere il disco e la parte di carriera più sfolgorante di un gruppo la cui importanza non è mai stata pienamente riconosciuta, arriva "Starless", la summa di tutta l'arte e lo stile del Re Cremisi. Che ci si trovi di fronte a un piccolo grande miracolo musicale è chiaro sin da subito, con il suono inconfondibile del mellotron che fa da preludio a una delle linee melodiche più straordinarie della storia del rock. Il privilegio di dipingere questo affresco sonoro è affidato alla chitarra di un Robert Fripp dalla sublime intensità emotiva, a cui risponde morbidamente il sax di McDonald; la batteria di Bruford, dopo aver imperversato nel resto del disco, mantiene qui una ritmica delicata e discreta. E anche John Wetton, una tantum, mette da parte la sua irruenza bassistica e si lascia andare in un cantato espressivo e commovente. Se si dovesse spiegare cos'è il sublime, non servirebbero parole, basterebbero i primi quattro minuti della canzone.
Ma all'improvviso arriva la sferzata: il cielo senza stelle si fa minaccioso, il suono del basso di Wetton si fa disorientante... ecco la chitarra, in una risalita lancinante ed opprimente... e la batteria, con i suoi ritmi obliqui a far da prologo a fraseggi vertiginosi che riportano alla mente la furia di 21st Century Schizoid Man.
E poi l'esplosione finale, col sax di McDonald e la cornetta di Marc Charig a riprendere il tema principale in una versione potentissima, col tuonante slapbass di Wetton a farla da padrone.
In dodici minuti "Starless" condensa l'essenza dei Crimson e del progressive stesso, rappresentando quel che "Firth of Fifth" è stata, ed è tuttora, per i Genesis di Steve Hackett.
Concludendo, Red è un capolavoro assoluto che dovrebbe comparire in ogni discografia che si rispetti, a prescindere dall'attitudine prog di ognuno. Incredibile come, a trentasei anni di distanza, esso suoni ancora modernissimo. Si tratta di un disco seminale per tantissime band (gli ultimi Tool, i Godspeed You Black Emperor, i Radiohead stessi in alcuni momenti), addirittura un insospettabile come Kurt Cobain arrivò a definirlo il più grande album rock di sempre. Qualcosa vorrà pur dire.
Radiohead - In Rainbows (2007)
Che cosa distingue un capolavoro da una pietra miliare (passatemi questa definizione da “ondarocker”)? Cosa deve avere un disco per rimanere? In quali casi uno o più artisti si possono definire “influenti”?
Sono tutti interrogativi che vengono posti ogniqualvolta un nuovo disco dei Radiohead è in commercio, per cui è doveroso riportarli in ballo.
In Rainbows arriva dopo quattro anni di silenzio pressoché totale. Dopo HTTT e relativo Tour, i Radiohead si sono presi una lunga pausa: Thom Yorke si è dedicato a tempo pieno al mestiere più duro, quello di padre, e nel 2006 ha sfornato una godibilissima opera prima da solista, The Eraser. Jonny Greenwood, la variabile impazzita dei RH, ha curato alcuni progetti musicali autonomi e diverse colonne sonore, tra le quali quella del film-documentario “Bodysong”.
Scaduto il contratto con la major EMI, i RH hanno provato a battere nuove strade, come d'altronde è nella loro indole, affidandosi ancora una volta al fido Nigel Godrich, dopo che molte voci avevano affermato il contrario. Troppo importante l'impronta del produttore, a tutti gli effetti un membro del gruppo; i RH non possono più fare a meno della sua duttilità, confermata ancora una volta con la produzione del disco solista di Yorke, così diverso dalle sonorità tipiche dei RH, e nello stesso tempo così familiare.
Ma si parlava di capolavori e pietre miliari, se non sbaglio. Un capolavoro è un'opera d'arte che, volenti o nolenti, si impone a noi, la si ama o la si odia senza mezze misure, se ne discute per anni, si cita come termine di paragone, se ne scopre sempre una parte che prima non si era colta.
E arrivo al dunque: In Rainbows non è un capolavoro, e senza dubbio non si tratta del miglior lavoro del quintetto oxfordiano. Sebbene la favolosa “15 Step”, incipit del disco e forse pezzo migliore dello stesso, sia devastante come ci hanno abituato Thom e soci, il resto del disco alterna momenti notevoli ad altri meno riusciti. Se le tracce 2 e 3, rispettivamente l'incazzatissima “Bodysnatchers”, la parente più prossima delle sonorità di OK Computer, e la magica “Nude” (in assoluto un “traditional” live dei RH, risalente a prima di Kid A, quando si chiamava ancora “Big Ideas”) sono ancora di altissimo livello, un gradino sotto sono l'insipida “Weird Fishes/Arpeggi”, gli echi Cure di “Reckoner” e lo scontro frontale tra le sonorità di HTTT e dei Subsonica se questi ultimi avessero un cantante degno di esser definito in tal modo: la canzone di cui sto parlando ovviamente è “Jigsaw Falling Into Place”. Per non parlare poi del simil-reggae digitale abbastanza squallidino di “House of Cards”, che stona anche in questo disco che è sì un album pop, ma pop “à la RH”, cioè di altissima qualità.
Menzionati il meglio e il peggio dell'album, cito volentieri le rimanenti canzoni, cioè “All I Need”, che mostra il lato più post-romantico dei RH, il sapore mediorientale dei ritmi sghembi e degli archi straziati made in Greenwood di “Faust Arp”(unico, vero brano del tutto inedito del disco) e la delicata quanto inquietante chiusura di “Videotape”, sul cui tipico piano singhiozzante di Thom si innesta un sospetto ritmo marziale della batteria di Phil Selway.
Già, Phil Selway, il John Deacon dei RH in quanto a indole da riflettori, ma proprio come il bassista dei Queen, perno assoluto delle sonorità del proprio gruppo. E In Rainbows è IL disco di Phil Selway, con la sezione ritmica predominante per tutto l'album.
Ma si parlava anche di “pietre miliari”, che molte volte coincidono con i capolavori, ma che sono cose nettamente diverse: una pietra miliare è un'opera d'arte che definisce qualcosa di nuovo, che si tratti di una sonorità, un genere (ma ha ancora senso parlare di generi come compartimenti stagni? O meglio, ha mai avuto senso parlarne?), un'idea, un modo di fare le cose, e che segna una nuova partenza, una strada nuova da percorrere. Questa era appunto la funzione delle pietre miliari secoli fa.
Ed in questo senso In Rainbows è una pietra miliare importantissima, che segna un modo nuovo di concepire la produzione musicale e il mercato discografico. Questo disco, in quanto messo a disposizione a prezzo arbitrario dell'acquirente, dimostra che la musica può fare a meno dell'industria musicale, in modo semplice, ma potentissimo. E' la prova che fortunatamente l'arte può ancora essere indipendente dal dio denaro.
Che poi i RH siano già multimilionari, e che di sole royalties dei dischi precedenti e introiti derivanti da un qualsiasi prossimo tour incasseranno ancora tonnellate di quattrini, mi sembra una realtà indiscutibile. Ma il messaggio che lanciano Yorke e compagni è un messaggio di speranza, di incoraggiamento verso i ragazzini cui si illuminano gli occhi quando ricevono in dono la loro prima chitarra, verso quelli che imbracciando il loro strumento per scrivere una canzone o davanti a un pubblico, che sia Wembley o un paio amici in riva al mare, sentono ancora dentro una gioia infantile e potente verso la musica, verso l'arte.
Ancora una volta i RH arrivano prima degli altri e aprono la strada, come fecero dieci anni fa con la svolta di Kid A che spiazzò il mondo. Ma se allora il muro che abbattevano era “solo” di natura musicale, il muro che fa cadere In Rainbows è molto più spesso e resistente. E' il muro dello sfruttamento artistico.
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