Hugh Laurie & the Copper Bottom Band - Frankfurt 16/7/2012



 "... però pensa a quei musicisti che si fanno il mazzo tutta la vita per ottenere un po' di riconoscimento, poi arriva questo e mette su un disco e una tournée solo perché lui è il dottor House..." mi dice il buon Braglia mentre attendiamo l'inizio del concerto.
E in effetti la riflessione è legittima: tutto questo sarebbe esistito senza l'enorme fama che il dottore armato di vicodin e bastone ha elargito al suo interprete Hugh Laurie? Probabilmente no, visto che prima di diventare l'attore di serie tv più pagato al mondo, Laurie era noto al grande pubblico solo nella madrepatria britannica e a sparuti cinefili che conoscono ogni singola comparsa dei film che vedono. Per cui il disco e i relativi concerti in giro per il mondo sono forse sfizi che l'attore si è tolto grazie ai denari e alla notorietà acquisiti,  una sorta di equivalente musicale del pazzoide che si compra la Ferrari mimetica così, tanto perché non sa come spendere i propri quattrini? Volendo anche sì, visto che la passione sfrenata di Laurie per la musica e il blues è notoria.

In realtà però è cosa risaputa anche la poliedricità di questo artista, a partire dai tempi di "A bit of Fry and Laurie", popolare show comico a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta con protagonisti appunto Hugh Laurie e l'amico Stephen Fry, un po' l'equivalente dei duetti tra Tognazzi e Vianello della tv nostrana di quarant'anni fa (roba quasi eversiva per i tempi, ma anche ai giorni nostri, a ben vedere). Ed è altrettanto noto che le numerose "scene musicali" di cui è costellata la serie "House" vedono Hugh Laurie suonare e cantare veramente. La qualità c'è, insomma. Per cui quando ho ascoltato per la prima volta "Let Them Talk", il disco dato alla luce assieme alla Copper Bottom Band, non sono rimasto nemmeno molto stupito di quanto valido sia stato il lavoro di Hugh e dei musicisti. Rimaneva solo una cosa da appurare, la prova del nove per definizione: il concerto. Ed eccomi quindi alla Jahrhunderthalle, in una fresca e piovosa serata di metà autun... ehm, di luglio.

Piccola parentesi sul teatro, una magnifica costruzione moderna allestita con molto buon gusto e sobria eleganza. La struttura vanta quasi mezzo secolo di storia, e appena entrati una targa indica i più grandi artisti che hanno calcato il suo palco. "On this stage performed the history of music", farà notare più tardi Laurie. Ed è così, a guardare la lista dei nomi elencati c'è da rimanere a bocca aperta: Duke Ellington, Count Basie, Ella Fitzgerald, passando per i King Crimson, Stevie Winwood, sino ad arrivare ai Tool e alla Dave Matthews Band.

La sala è bella pienotta. Non c'è il tutto esaurito, ma credo che almeno 3500 spettatori ci siano eccome. L'inizio del concerto è previsto per le 20:00, ma naturalmente gli artisti si fanno aspettare un po'. Non molto, in realtà, perché attorno alle 20:15 ecco che Hugh Laurie fa il suo trionfale ingresso sul palco, accompagnato da ovazioni e urla di donne di ogni età che si strappano le teutoniche vesti. L'aspetto è quello di un consumato bluesman da sala fumosa dei peggiori bar di New Orleans: completo grigio su camicia giallognola e cravatta allentata. Pare più magro rispetto al "personaggio House", sarà forse per il viso rasato. La testa poi è visibilmente spelacchiata. Il tempo passa per tutti, anche per chi non ha l'alopecia androgenetica ereditaria come il sottoscritto...
  A parte questo, sembra in ottima forma, e dopo qualche secondo di bullamento davanti al pubblico festante, si siede al piano e la band attacca con l'essenziale, travolgente Mellow Down Easy, cover di Willie Dixon non presente su disco. E' una sorta di riscaldamento, come puntualizza Hugh stesso a fine esecuzione, per la vera opener del concerto: si tratta di St. James Infirmary, che non a caso apre anche il disco. L'introduzione è dilatata rispetto alla controparte da studio, in modo tale che ogni musicista abbia il suo primo momento di gloria. Il brano è molto bello, ma la band è ancora un po' freddina, e i vari volumi non sono ancora regolati al meglio. Il risultato finale è un pastone sonoro che lascia un po' di amaro in bocca, soprattutto per i momenti strumentali.

Dopo qualche spiegazione sul brano, condita dal sempre squisito humour britannico di Laurie, la band prosegue con Crazy Arms, che profuma di country e inizia a mettere in mostra la deliziosa follia del chitarrista Kevin Breit, che passa con naturalezza dalla Telecaster al banjo e a qualsiasi altro strumento ricordi anche solo vagamente una chitarra.
Segue You Don't Know My Mind, di quel Leadbelly cui Laurie non manca mai di dimostrare tutta la propria passione. Sembra che l'omino del mixer abbia aggiustato tutti i settaggi, e con i musicisti finalmente caldi il concerto può davvero decollare.
  Si passa quindi alla semi-marziale Battle of Jericho, dove inizia a fare capolino la voce potente ed espressiva di Sister Jean McClain. Più avanti nel concerto si prenderà lo spazio che merita.
Dopo un'introduzione sul personaggio, avvolto da un'aura quasi mitica, Hugh attacca con l'intro pianistica di Buddy Boulden's Blues, a mio parere uno dei brani più belli del disco. E anche alla Jahrhunderthalle i musicisti sfornano un'interpretazione particolarmente riuscita che soddisfa tutti i presenti.

La band è ormai in quella che, in gergo sportivo, è definita "trance agonistica", e si concede una delle tante uscite dal seminato, ossia l'esecuzione di brani non presenti nella comunque corposa tracklist del disco. Sono le inconfondibili note di Unchain My Heart a risuonare per la sala. Rispetto all'originale di Ray Charles, e alla forse più nota cover di Joe Cocker, l'interpretazione suona più "acustica", ma ugualmente trascinante. Il delirio di culi che ballano e piedi che battono prosegue con Junko Partner, giro di blues per definizione, ma già in odore di rock anni '50. L'interludio strumentale permette a Hugh di scatenarsi in un ballo tarantolato, che manda in estasi la platea.

Dopo una sbornia del genere, occorre prendere fiato, ed ecco che Breit reimbraccia il banjo per la sorniona Waitin' for a train. Talento a parte, sembra che il pubblico abbia una particolare predilezione per il chitarrista. Sarà forse per la combo camicia verde pistacchio/cravatta verde oliva che immediatamente catalizza l'attenzione. La platea è così in visibilio che anche l'ottima performance del maestro della sezione fiati, Vincent Henry, passa in secondo piano, forse per il carattere particolarmente schivo del musicista. Ma in seguito avrà modo di incassare i meritati complimenti...

Giunta grossomodo a metà concerto, parte della band si ritira dietro le quinte: sul palco rimangono Hugh, Breit e il bassista David Piltch, per una versione essenziale di Winnin' Boy Blues. A questo punto è Laurie a farsi discretamente da parte per cedere il centro della scena a Sister McClain e al gruppo nuovamente al completo. La voce calda e suadente della donna si abbandona all'incedere ridondante e inesorabile di John Henry, strappando applausi su applausi.

Ma è giunto il tempo di una pausa vera, che naturalmente Laurie ha la capacità di rendere spassosa con il suo inimitabile carisma. Un assistente porta sul palco un vassoio per il tradizionale rito del whiskey, riguardo al quale lascerò parlare le immagini. Come vedete, non si tratta del concerto di Francoforte, ma essendo un rito, la celebrazione si ripete grossomodo sempre con gli stessi crismi, esecuzione della simpatica "Yeah Yeah" compresa.



Sarà il ritmo spezzato, sarà il fiato da recuperare, o sarà semplicemente il vago effetto anestetico del liquore, fattostà che la band torna nuovamente dietro le quinte, lasciando solo Hugh e Henry sul palco. L'introduzione pianistica di Laurie fa da prologo al momento forse più intenso di tutto il concerto. Vincent Henry, finora parecchio nell'ombra, imbraccia il sax soprano e regala al pubblico tedesco un'interpretazione da sei minuti di pelle d'oca: il brano è Dear Old Southland, reso immortale da Allen Toussaint. Le note del sax di Henry sferzano l'aria come fendenti, e la bocca dello stomaco non sa se esserne intimorita o abbandonarsi a loro. Succede solo quando la bellezza è a distanza tremendamente ravvicinata. A fine esecuzione gli scroscianti applausi non sono un omaggio all'esecuzione. Non solo, perlomeno. Sono la risposta a una necessità, un bisogno fisico che l'organismo rivendica di soddisfare stemperando in un atto meccanico e ripetitivo l'immenso carico emotivo di cui ha avuto il privilegio di godere.

A soccorso di un pubblico provato da una sorta di estasi, torna la band al completo e sfodera una Wild Honey potente, in cui a farla da padrone sono le percussioni di Michael Blair e la performance ludico-canora di un ringalluzzito Laurie.
Ma è solo una parentesi, perché il momento ad alto tasso di emotività prosegue con una delicata Careless Love, sottolineata da un cantato particolarmente intenso e da un dolente assolo di armonica dell'ormai protagonista Henry.

Il concerto si avvia gloriosamente verso la parte finale, inevitabile quindi rievocare la grandeur dei primi brani. E la band lo fa con una doppietta micidiale: apre l'irresistibile crescendo di Swanee River, che da un'introduzione dolorante deflagra letteralmente in un blues scatenato, per poi proseguire con Tipitina. Qui Hugh rinuncia completamente ai freni inibitori; e la band fa lo stesso, assecondandolo con la diligenza e lo spirito di servizio reciproco che solo le formazioni jazz/blues possiedono. Dal canto suo, il pubblico ha iniziato a sottolineare i momenti più trascinanti col battito delle mani già da diversi brani - guadagnandosi i complimenti dello stesso Laurie per l'encomiabile senso del ritmo -  fino ad alzarsi in piedi con perfetto sincronismo a metà brano.

E' con questa scena meravigliosa sullo sfondo, una sorta di popolo chiamato ad assistere a una messa pagana (il blues, il papà della musica del dimonio, il rockenrol!!! Saaaaaatanaaaaaa!), che Laurie richiama tutti all'ordine, per l'ultima volta. Visibilmente commosso, introduce la figura di James Booker, geniale e tormentato bluesman del secolo scorso. La delicatissima Let Them Talk, canzone che dà il titolo all'album della Copper Bottom Band, è proprio sua. L'esecuzione è raccolta, intima, e nella Jahrhunderthalle non si sente volare una mosca fino allo scroscio di applausi che si abbatte, urgente e inevitabile, ancora prima del finale del brano. Ma, per quanto intenso sia il momento, il concerto non può finire senza un'ultima goccia di esuberanza istrionica di Hugh Laurie: parte quindi Green Green Rocky Road, cucita quasi su misura addosso a lui. La rassegna finale dei vari musicisti non lascia spazio a dubbi, e dopo quintalate di ovazioni e inchini, la band lascia il palco. Momentaneamente, s'intende.

Un paio di minuti e Hugh guida nuovamente la sua ciurma sul palco. Il bis era inevitabile, e dal canto proprio la Copper Bottom Band mostra di non disdegnare affatto. Potere del blues: si parte sofferenti, quasi indolenti, poi non si smetterebbe più.
 Laurie si risiede al piano e attacca con Changes, a metà tra uno spiritual da piantagioni di cotone e un country da proprietario terriero di origini texane. Il pubblico, ormai in piedi a battere le mani da una ventina di minuti, è caldo al punto giusto per il vero commiato della band. Tanqueray è il prototipo delle prime canzoni rock degli anni '50, ma arricchita dalle evoluzioni dei musicisti, che per congedarsi regalano agli astanti un po' di sano spirito cazzone. Hugh, poi, si lascia interamente pervadere dal sacro fuoco di Jerry Lee Lewis:  sulla coda del brano si alza in piedi, getta lo sgabello a terra e per qualche istante suona anche col piede destro, quindi si lancia a terra nel momento esatto in cui la canzone finisce e con essa si spengono le luci.
La Jahrhunderthalle è in delirio, io e il buon Braglia ci trasformiamo per un attimo in due ragazzine urlanti, mentre Laurie si rialza e si congeda con gli altri membri del gruppo, questa volta definitivamente.

Avevo già visto la Copper Bottom Band in un contesto live. Era un documentario, ma bene o male restituiva abbastanza bene l'atmosfera. Non mi aspettavo però una simile potenza sonora, né tantomeno un tale affiatamento con il pubblico. Certo, le doti di mattatore di Laurie sono indiscusse, ma vista da fuori la band sembrava emanare un certo distacco. Per fortuna mi sbagliavo di grosso, e seppure in un'ambientazione "ovattata" e per nulla raccolta come la Jahrhunderthalle, i musicisti hanno imbevuto la loro performance di grande calore e vicinanza al pubblico. Anche il pubblico mi ha stupito, un po' per il contesto e l'abbigliamento vagamente snob, un po' per gli inevitabili pregiudizi sulla "freddezza" tedesca, che mese dopo mese si stanno rivelando ai miei occhi quanto di più lontano dalla realtà. Gli spettatori hanno risposto agli stimoli di Hugh sin dall'inizio, stabilendo un'incredibile sinergia con i musicisti da metà concerto in poi.

Lodevole anche la totale assenza di riferimenti di Laurie al personaggio che lo ha reso celebre in tutto il mondo. In un certo senso è normale: non dico che Hugh voglia affrancarsi da House - sarebbe impossibile -  ed è altrettanto vero che questa iniziativa sia stata facilitata dalle solide basi della celebrità della serie tv, ma l'intero progetto è nato con lo scopo preciso di presentarsi al pubblico come Hugh Laurie, artista poliedrico che sa anche cantare e suonare, e non come "quello che fa il dottor House". Sarebbe stato molto semplice, comodo, e probabilmente anche baciato dal favore dei fan adoranti, un approccio smaccatamente incentrato sull'identificazione con il dottore. Ma non è stato così. Perché semplicemente non è servito. La Copper Bottom Band ha risorse e qualità a sufficienza per "auto-sostenersi" con la propria, sola identità. E ciò conferma quanto questo progetto sia buono e sincero. Come un vino d'annata. E come un caro, vecchio blues.