Il Discorso del Re (2010)


C'è speranza!
Nel bacino del Mediterraneo si sta propagando una contagiosa febbre di democrazia contro capi di stato dittatori e puttanieri, qualche settimana fa a Sanremo ha vinto una canzone bella, io inizio a ricevere delle proposte contrattuali e la crassa, enciclopedica pochezza delle baggianate di Aldo Grasso sta emergendo purissima e levissima agli occhi di tutti (il Corriere della Sera si ostina a etichettarle come "opinioni", ma sono convinto che l'illuminazione sia prossima anche per il principale quotidiano italiano).
Venendo a temi più inerenti alle righe che sto per scrivere, sembra che anche alla cerimonia di consegna degli Oscar si siano finalmente decisi ad assegnare l'inguardabile statuetta a film e attori realmente meritevoli. Così ecco che questa tornata ha giustamente premiato Tom Hooper e il suo Il Discorso del Re (The King's Speech), risultato vincitore nelle seguenti quattro categorie: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.

L'intreccio del film ruota attorno alla figura del Duca di York (Colin Firth), secondogenito di Giorgio V (Michael Gambon) e affetto da un grave problema di balbuzie che non gli consente di tenere discorsi pubblici. Per ovviare al problema, la moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter, musa nonché moglie di Tim Burton) si rivolge a un logopedista di origine australiana, tale Lionel Logue (Geoffrey Rush), che con metodi poco ortodossi, a metà tra sedute psichiatriche e curiosi esercizi fisici, ha già guarito numerose persone.
Attorno alla vicenda personale del futuro Giorgio VI si schiude un'Inghilterra ricca ma inquieta, dove si presentano le prime crepe della fine dell'epoca coloniale e si guarda con timore all'ascesa di Hitler nel panorama politico globale.

Ulteriori menzioni alla trama sono superflue, dopotutto è Storia, quella con la S maiuscola,  che bene o male abbiamo studiato tutti. Ciò che è invece dannatamente meritevole di attenzione è la confezione in cui è meravigliosamente impacchettata, a cominciare dal cast.
Colin Firth è totale, non trovo aggettivo migliore per la sua interpretazione. Non solo perché esprime apparentemente senza fatica un contegno regale e di sobria eleganza che gli è connaturato come attore e persona, ma perché dona a Giorgio VI una personalità prismatica, ora paterna, ora figliale, ora semplicemente umana. Lo spettatore ha davanti a sè un uomo con fragilità e debolezze, un re combattuto tra la paura per il fardello che concerne essere sovrano balbuziente di un'Inghilterra prossima alla guerra, e l'orgoglio un po' freudiano di poter dimostrare di avere tutte le capacità per poter indossare la corona.

Non è però da meno Geoffrey Rush, sublime concentrato di intelligenza e humour britannico (quello vero, cioè quello nerbante e laconico ma mai così sottile da passare senza essere avvertito. Il migliore, insomma), flusso pressoché ininterrotto di brillantezza e scambi di battute memorabili con Firth e la Carter. Già, la Carter. Sembra ritagliata su misura su Elizabeth, nella quale convivono l'autocompiacimento civettuolo di chi sa di diventare regina e la dolce praticità della donna borghese di buona famiglia, intelligente e protettiva con marito e figlie.

Sarebbe bastato un trittico del genere per fare del film un capolavoro. Invece si aggiungono una fotografia molto inglese, sobria ma vivace allo stesso tempo, la colonna sonora curata da Alexandre Desplat, di indubbio potere evocativo e arricchita dal meraviglioso secondo movimento della Settima di Beethoven, e un ritmo calibrato con maestria, per 111 minuti complessivi che scorrono via che è un piacere, dimostrando ancora una volta che si può dire tanto anche in poco più di un'ora, senza tralasciare niente.

Un'ultima considerazione: cercate di vedere Il Discorso del Re con l'audio originale, magari accompagnato con sottotitoli in italiano. Non ho visto la versione doppiata, né sono uno di quei cagacazzo che "il doppiaggio fa schifo a prescindere". Tutt'altro. Ma una visione in originale permette di apprezzare al meglio l'incredibile lavoro di Firth, che ha ricevuto lodi anche da chi dalla balbuzie è affetto veramente, e soprattutto permette di godere maggiormente la genialità di un buon numero di battute, che inevitabilmente andrebbe perduto con un adattamento.

Cos'altro dire? Ah sì: lunga vita al re!