I Locanda delle Fate sono fuori dallo spazio e dal tempo. Non provengono da un'epoca precisa, né rappresentano un qualche luogo. Non appartengono a niente e nessuno. Quindi sono di tutti. Per tutti.
Fuori dallo spazio e dal tempo, dicevamo. Sin dall'inizio, in quel 1977 dove la deflagrazione punk faceva crollare un'epoca di vertigini in tempi dispari, racconti di re cremisi, diamanti pazzi e impressioni di settembre, ma talvolta anche di sterili manierismi barocchi e onanismi musicali. Su un terreno reso nuovamente vergine, ecco arrivare "Forse le lucciole non si amano più", che ovviamente è fuori tempo massimo e non ottiene il successo che la band si aspettava. Da cui lo scioglimento di lì a pochi mesi.
Ma in quanto fuori dallo spazio e dal tempo, ecco che col passare degli anni la musica vola da orecchio a orecchio, sino a diffondersi in ogni capo del globo. Gli ammiratori si moltiplicano, e con internet e la musica portatile quella che era nata come ammirazione si trasforma rapidamente in un piccola forma di culto, che matura ben presto un interrogativo comune: ci sarà mai un ritorno dei Locanda delle Fate? E' evidente che la domanda se la pongono anche gli stessi membri della band, che nel 1999 danno alle stampe, in formazione incompleta, "Homo homini lupus". Disco come ovvio molto distante dall'opera prima, sia come sonorità che come ispirazione, ma tutt'altro che brutto, come invece le scarsissime vendite hanno ingiustamente decretato. Nonostante il flop, gli anni a seguire vedono rincorrersi voci che danno per imminente una reunion completa della band. Voci che trovano il loro fondamento nell'annuncio di un'unica, attesissima data, al festival di Asti nell'estate 2010.
Il resto è storia recente, racchiusa nella cornice della piazza della bella Cattedrale della città monferrina, in una calda serata di metà luglio. Scorrendo con lo sguardo i volti degli spettatori, rimango colpito da una cosa: non certo dalla quantità del pubblico, per le ragioni di cui sopra, quanto dall'eterogeneità anagrafica dei presenti. Assieme a un buon numero di chiome brizzolate, ecco tanti ragazzini non più che quindicenni, e ancora, studenti universitari con la maglietta dei Blind Guardian e figli dei fiori avvizziti, avvolti in improbabili camicie variopinte ma dallo sguardo ancora pieno di entusiasmo inalterato dagli anni, forse solo lievemente venato di inevitabile nostalgia. Fuori dallo spazio e dal tempo, appunto.
Ad aprire la serata i Route 66, che ripropongono in chiave acustica storiche canzoni anni '60-'70 attinte dal catalogo internazionale (soprassederò sulla veramente pessima esecuzione della fin troppo abusata "Creuza de ma" di De André, unico neo di un'ottima esibizione). L'atmosfera è bella ed escluse due coriste veramente improponibili, il gruppo si difende molto bene, strappando meritati applausi e qualche lacrima di nostalgia. Ma come sottolinea il bravo cantante, financo con eccessiva modestia, "so che voi volete i Locanda, abbiamo quasi finito". E' così, il pubblico freme, l'attesa è palpabile, l'aria è elettrica e scorre anche un po' di nervosismo tra coloro che sono rimasti in fondo alla piazza.
Con il sole cala anche il sipario sui Route 66, si spengono le luci e dalle casse parte la versione originale di "A volte un istante di quiete", lo strumentale d'apertura di "Forse le lucciole non si amano più". Sul palco buio salgono i musicisti e al primo stacco del brano il disco sfuma e si inserisce la band. Partiti. Dopo trentatrè anni. Finalmente.
La band è tonica, soprattutto il batterista è in grande spolvero, ma in generale l'affiatamento è ottimo, e il brano scorre che è un piacere, se si esclude un non perfetto equilibrio del volume degli strumenti. La prassi per le aperture dei concerti, insomma, e quindi un dettaglio trascurabile. Il pubblico è entusiasta, e gli applausi sono fragorosi, mentre sul palco cala di nuovo il buio.
"...è una domanda che mi faccio spesso anche oggi: c'è rimasto un po' d'amore???" si chiede una voce potente, piena, che a tratti ricorda il Gassman shakespeariano. Quindi parte la meravigliosa introduzione pianistica di "Forse le lucciole non si amano più", e con l'inizio del canto si riaccendono le luci. Sul palco entra Leonardo Sasso, lo storico cantante della band: un omone di 140 chili, imponente, che quasi intimorisce visto da lontano, ma con uno sguardo carico di emozione che fa sciogliere qualsiasi timidezza. Rimango sbalordito. Per la voce praticamente intatta che Sasso ci regala. Una voce che, incredibile a dirsi, è ancora più pulita ed espressiva di quella di trentatrè anni fa. Quello che però veramente mi atterrisce è la presenza scenica del frontman, naturalmente quella fisica, ma soprattutto la potenza con la quale da solo riesce a tenere in scacco praticamente la piazza intera, che infatti non fiata per tutta la durata del brano. E' una delle emozioni più prepotenti che abbia mai provato a un concerto, una stretta alla bocca dello stomaco, un sussulto violento e meraviglioso al cuore e all'anima. Sarà retorica a buon mercato, non lo nego, ma è esattamente quello che ho provato. E alla fine del brano, il pubblico esita un istante ad applaudire, quasi come se cercasse in ogni modo di assorbire sino all'ultima goccia di quella genuina emozione, così rara, che una volta provata ti lascia infinitamente migliore di prima.
Gioca sulla nostalgia, Leonardo, sui ricordi di bambino che riaffiorano alla mente rivedendo dopo tanti anni i vecchi giocattoli sistemati in soffitta. E' il prologo di "Profumo di colla bianca", dove finalmente tutti i settaggi audio si assestano alla perfezione, non per nulla il risultato finale non sfigura affatto con la versione da studio.
Tra un pezzo e l'altro, Sasso ricorda Alberto Gaviglio ed Ezio Vevey, fondatori e compositori del gruppo, che sono in prima fila ma inspiegabilmente non sul palco. Sono parole piene di gratitudine sincera verso il loro genio, verso le delicate parole che Leonardo si accinge ad interpretare. Parole dedicate a una ragazza scomparsa nel fiore della sua giovinezza, che però ci parla ancora, semplicemente con suoni e parole diverse. "Ora vesti tante luci dove non esiste il tempo/ed i sogni di altri mondi sono quadri appesi al vento./E le stelle ti ameranno senza chiederti chi sei/scivolando nel tuo cuore o posandosi su te." sono solo alcuni dei versi forse più significativi di "Cercando un nuovo confine", durante la cui esecuzione si raggiunge un apice emotivo senza pari.
Emotività che la band opportunamente scarica facendo salire sul palco un fan giapponese, arrivato dalle terre del Sol Levante appositamente per il concerto. Emozionato, l'uomo saluta il pubblico e ringrazia i membri della band, che gli donano un poster d'annata con autografi e dediche. Dal Giappone ad Asti il passo è breve, sembra. Fuori dallo spazio e dal tempo, ancora una volta.
Dopo il simpatico intermezzo, Sasso cede la scena a Vevey e Gaviglio, che finalmente salgono sul palco interpretando "Non chiudere a chiave le stelle", in una delicata versione con i soli basso e chitarra acustica. E sono contento. Era impensabile una reunion senza l'esibizione delle menti stesse alla base del suono dei Locanda, sarebbe stata un'incompiuta vera e propria.
Torna quindi la band al completo, che si cimenta ne "La giostra", un brano mai pubblicato se non in rarissimi dischi live dalla pessima resa audio. Aperto e chiuso da due lunghi assolo di piano, il pezzo è eccellente, e per stile e ispirazione non avrebbe affatto stonato nel disco d'esordio.
Parte "Sogno di estunno", che non viene eseguita integralmente, ma funge da sottofondo per la presentazione di ogni singolo membro della band. Nemmeno a dirlo, il boato più fragoroso è per quell'istrione straordinario di Leonardo Sasso, io stesso mi ritrovo nei panni della ragazzina urlante ai concerti dei Beatles. E Leonardo si bea di questa ovazione, allarga le braccia, alza lo sguardo al cielo ed esclama "erano trentatrè anni che aspettavo questo momento".
La band si congeda ma il pubblico, eccitatissimo, la rivuole sul palco a gran voce. Un paio di minuti dopo riecco tutti i musicisti. Sasso incassa ancora qualche applauso per poi annunciare al mondo intero l'inizio di "Vendesi saggezza", che nell'edizione originale chiudeva l'album. L'esecuzione è magistrale, prossima alla versione da studio, e la gestualità enfatica ma mai stucchevole di Leonardo si sposa perfettamente con l'incedere del crescendo finale che riprende il tema d'apertura del disco. Sulle note finali è l'apoteosi, tutto il pubblico è in piedi, pervaso da commozione mista a esaltazione. Un po' come quando, a fine concerto, mi avvicino a Sasso per stringergli la mano e lui, dall'alto della sua mole e del palco, si lascia andare in un sorriso sincero, di una persona genuinamente contenta di essere lì, delle emozioni che ha regalato e che a sua volta ha ricevuto in dono. Emozioni fuori dallo spazio e dal tempo. Come i Locanda delle Fate.