Muse - The 2nd Law

Con certi artisti, la collocazione delle canzoni in un disco è determinante, e non mi riferisco solo all'idea di concept album e via dicendo. Per alcuni addirittura è indicativo della natura stessa degli artisti. Da questo punto di vista si può dire che con i Muse arriviamo quasi al profetico.

Era il 2006 e il trio inglese aveva appena dato alla luce un disco veramente piacevole e variegato quale Black Holes and Revelations. Tra una dolce Starlight e una splendida Hoodoo, ecco che come chiusa del disco arrivava Knights of Cydonia, una canzone tutt'altro che malvagia, ma con una concentrazione di pacchianeria (video compreso) che poteva provocare qualche timore ai più pessimisti.
Inquietanti presagi di ciò che si sarebbe poi rivelato The Resistance (2009), la prova del nove per la teoria che, da tanti piccoli segnali, stavo maturando da tempo. Formazione a tre, contaminazioni classiche, virtuosismo individuale, gusto per il pacchiano e le giacche con paillette in ascesa vertiginosa... brani come Uprising o l'irritante quanto inutile coda chopiniana di United States of Eurasia non lasciavano più spazio a ulteriori dubbi: i Muse erano diventati gli Emerson, Lake & Palmer degli anni Duemila. Perché ogni generazione ha gli ELP che si merita, e forse a noi è andata ancora abbastanza di lusso.

E allora cosa ci si poteva aspettare da questo nuovo disco? Personalmente da qualche anno a questa parte mi avvicino ai Muse con lo stesso atteggiamento con cui uno scottato d'amore prova a lanciarsi in una nuova storia: con aspettative non propriamente altissime, ma nel contempo con la speranza di poter provare nuovamente delle belle sensazioni. Ed è esattamente con questo stato d'animo che mi preparo al primo ascolto di The 2nd Law.


Piccola premessa: a me va benissimo che il sound di una band che amo vari nel tempo, e che si battano nuove strade. Non mi va bene quando il cambiamento non è evoluzione, ma involuzione, se non degenerazione. Non dico che sia meglio copiare se stessi all'infinito, altrimenti si diventa Ligabue o, frizzi e lazzi, gli Iron Maiden (non venitemela a raccontare, sono trent'anni che i Maiden sfornano sempre lo stesso disco. Punto), ma è altrettanto sbagliato concedersi delle derive troppo estreme se non si è in grado di nuotare come Michael Phelps. Perciò se mi va di parlare male di una canzone, non lo faccio perché sono affezionato ai vecchi Muse (e lo sono, ma non per passatismo), ma perché quella canzone fa obiettivamente, oggettivamente, universalmente cagare. Fine.

Ma si parlava di collocazione delle canzoni, giusto? Via con la opener, allora. Supremacy è un condensato dei Muse che amo: potenza, solennità, falsetto come se piovesse e la grandeur tipica della band, quella buona e giusta che sa quando fermarsi per non precipitare nello stucchevole. Che The Resistance sia stato solo un episodio? A fine brano sono quasi rinfrancato dalle porcherie ascoltate nel precedente album, ed è esattamente in quel momento che commetto l'errore che faccio sempre quando le cose vanno bene/mi innamoro: abbasso le difese, mi espongo. Per venire pugnalato alle spalle da Madness, dalla sua pochezza generale, dal suo testo per ragazzine appena iniziate all'amore, da sonorità da club con velleità da fighetto che ti aspetti in un varietà del sabato sera della Rai con Fabrizio Frizzi - che peraltro stimo - come conduttore. Ci risiamo? Sì, ci risiamo.

L'agonia non accenna a calare, ma anzi aumenta, con Panic Station, roba che nemmeno i Queen peggiori - o meglio, i Queen meno migliori, perché i Queen di cose brutte non ne hanno mai fatte - di Hot Space hanno saputo proporre (e tra parentesi, di pezzoni come Action this Day o Las Palabras de Amor in The 2nd Law non c'è nemmeno l'ombra, tanto per mettere le cose in chiaro). Per arrangiamenti e tono, il brano ricorda Supermassiccio di Elio e le Storie Tese, che guardacaso parodiava il titolo di una canzone dei Muse, Supermassive Black Hole. Giusto perché, come dico sempre, le coincidenze non esistono.

Ma non basta. Il filotto prosegue con Survival, che diventa a pieno titolo l'inno più brutto della storia delle Olimpiadi. Fonti molto attendibili riportano che l'iscrizione sulla lapide di De Coubertin, il padre delle Olimpiadi moderne, ora reciti "L'importante non è vincere, ma mettere da parte un po' di buon gusto". Naturalmente, come ogni buon inno che si rispetti, ci dev'essere un Prelude, che in questo caso attinge sinistramente al Concerto N.2 di Rachmaninoff, ma senza copiarlo paro paro come Eric Carmen fece per la sua All by Myself. Peccato, perché Carmen aveva copiato piuttosto bene.

Dopo un poker del genere, l'onesta Follow Me giunge all'orecchio come la più squisita delle melodie. E in effetti il brano in sé non è male. Trattasi fondamentalmente di uno scontro frontale tra i momenti meno infelici di The Resistance e alcune suggestioni tastieristiche di quel gran pezzo che è Bliss, ma totalmente ripulito dalla sacra furia degli esordi per far spazio all'inutile diabete post-adolescenziale che caratterizza i Muse da circa un lustro a questa parte.

A questo punto parte un delicato arpeggio che profuma di Radiohead, non tanto armonicamente quanto per i 5/4 del ritmo e per il coinvolgente accompagnamento di batteria sincopata. Una linea melodica felicissima e un crescendo di raro impatto emotivo non lasciano spazio a dubbi: Animals è semplicemente una delle cose più belle mai scritte da Bellamy e soci. Ed è qui che sulla delusione si innesta la rabbia. Perché i Muse sono bravi, diamine. Sono molto bravi. E questo pezzo lo dimostra in maniera beffarda, quasi mortificante per chi li ascolta.

Anche perché pochi secondi dopo si riprecipita nel barattolo di glassa e prevedibilità in cui già si sguazzava a fatica fino a un paio di brani prima. Explorers è la classica ballata da ascoltare mano nella mano con la propria ragazza subito dopo aver finito i compiti o poco prima di salutarsi per tornare a casa a preparare la cartella. La linea melodica ricorda fin troppo la vecchia, iperglicemica Invincible, che negli anni è un po' diventata l'inno dei ragazzini che finalmente trovano una reciproca via d'uscita dall'autoerotismo. Naturalmente in questo caso, oltre alla necessità di un'immediata iniezione di insulina, si aggiunge l'aggravante del "già sentito".

Big Freeze è un po' il manifesto di quel che sono i Muse oggi: una melodia di pronto consumo, qualche chitarra elettrica qua e là per piacere ancora a presunti rockettari di poche pretese e qualcosa che "collapsa" su qualcos'altro, in perfetto stile dei testi post-Twilight della band inglese.

Ma sarebbe ingeneroso dire che in The 2nd Law non c'è niente di nuovo. Save Me e Liquid State infatti portano la firma e la voce del bassista Chris Wohlstenholme. Non era mai successo prima. E ascoltandole si capisce anche il motivo: parafrasando il buon Walter Fontana, Save Me potrà essere ricordata solo per la sua istantanea dimenticabilità, mentre Liquid State mi riporta alla mente le pagine più noiose dei Dream Theater di Octavarium, anche come linea vocale, ma è priva dell'unica cosa che rendeva quei brani un minimo interessanti: i tempi dispari. Maybe next year, Chris...

Ridendo e scherzando (per i motivi sbagliati), il disco si avvia alla conclusione, con la bivalve Unsustainable e Isolated System a illustrare la famosa Seconda Legge che dà il titolo al disco. Tralasciando gli ormai inevitabili riferimenti del testo alla società attuale (ma le major li obbligano per contratto a fare gli impegnati, i loro artisti???), abbiamo una doppietta discretamente confortante. Soprattutto nella strumentale Isolated System, che fa da epilogo al disco, si avvertono nel pianoforte regolare e ossessivo gli echi di quei Muse sanguigni e saturi di sacra urgenza che credevamo di aver perso per strada. Quel fuoco che si intravede sotto le ceneri degli incendi spenti solo in superficie. Per questo, nonostante The 2nd Law sia abbastanza agli antipodi da quello che comunemente definirei un gran disco, continuo a coltivare una certa speranza. Se nelle pacchianerie di Knights of Cydonia si potevano trovare i semi di quello che sono i Muse oggi, mi piace pensare che, nascosta tra le pieghe del piano martellante di Isolated System e tra le paillette delle giacche cartarifrangenti di Bellamy, ci sia quella band viscerale e sincera che avevo imparato ad amare.

Joe Satriani - Steve Vai - Steve Morse- G3 (Gradassi 3) in Offenbach, 21/07/2012



 La geometria euclidea si basa sui cosiddetti assiomi, proposizioni assunte come vere senza le quali l'intero castello non reggerebbe. Per parlare del G3, il "supergruppo" chitarristico messo in piedi da Joe Satriani una quindicina di anni fa, occorre adottare lo stesso approccio. In questo caso l'assioma è uno solo: il G3 è una gara a chi ce l'ha più lungo, e non mi riferisco al fretboard. Una volta assimilato questo semplice concetto, ci si può approcciare a un concerto del trio con la corretta predisposizione mentale e uditiva.

Arrivo al luogo del concerto, una grossa sala conferenze in periferia di Offenbach, e la prima cosa in cui mi imbatto, purtroppo, è un tizio in fin di vita. Un'equipe di paramedici tenta di rianimarlo con il massaggio cardiaco, ma le premesse non sono buone. Non sono uno sciacallo morboso di quelli che mettono il muso in ogni luogo che subodori di disgrazia, ci tengo a sottolinearlo perché non si sa mai. Destino vuole che il poveretto sia proprio nel corridoio che porta ai bagni, dove mi sto recando per la consueta, apotropaica pisciatina pre-concerto. In quel secondo scarso in cui il mio sguardo cade sul malcapitato, intravedo una grossa cicatrice ad altezza del petto. Insomma, sembra che lo sfortunato spettatore non sia nuovo a un cuore ballerino. Sul momento cerco di sdrammatizzare: Steve Vai non è ancora salito sul palco e già si contano le prime vittime. Ma non ci riesco. Per qualche minuto prevale un'infinita tristezza, e quando torno in sala, ripassando inevitabilmente da quel corridoio, noto un misericordioso paravento, sistemato per tenere lontani gli sguardi perversi dei suddetti sciacalli. I medici sono ancora lì, e cercano disperatamente di convincere quel dannato cuore a riprendere il suo ritmo. Mi auguro davvero che ci siano riusciti.

Torniamo però ai nostri assiomi di chitarrismo non euclideo. Il concerto parte con puntualità disarmante, e attorno alle 20:00 sale sul palco la prima G: quella di Steve Morse.
Chiariamo anche che la mia conoscenza dei tre membri del G3 è prossima allo zero. Il mio è stato un esperimento dove la "cavia" ero io stesso. Lo scopo era isolare le mie possibili reazioni in un contesto gloriosamente pacchiano e verificare eventuali danni fisici e psichici.
Ma parlavamo della mia pressoché nulla competenza riguardo al famigerato trio. Così quando Morse sale quasi timidamente sul palco e inizia a suonare, senza dire una parola, non sono più sicuro di trovarmi ad assistere a un G3. Il suono è ampolloso e vagamente neoclassico come uno si aspetta da "certo tipo" di musicisti, ma le pacchianerie sono ridotte al minimo. Per essere a un G3, Morse suona quasi con sobrietà, e anzi, in alcuni momenti forse il pubblico è più stregato dall'irruenza bassistica del veramente ottimo Dave LaRue che non dal chitarrista. Tra un brano e l'altro, di cui ignoro bellamente i titoli, Morse saluta calorosamente il pubblico e ringrazia per il supporto dato alla musica strumentale, in particolare a quella chitarristica. I trascorsi di Morse tra le fila dei Deep Purple portano inevitabilmente a un ricordo per Jon Lord, scomparso pochi giorni prima. Ovazioni, com'è giusto che sia. Sarà l'unico del trio a ricordarlo. Evidentemente gli altri due sono troppo presi dal confronto dei rispettivi piselli per poter omaggiare il tastierista. Pazienza...

L'esibizione di Morse prosegue piacevolmente sino all'ultimo brano, uno strumentale solo chitarra e basso. Esecuzione tecnicamente ineccepibile, ha però una melodia che personalmente mi sa molto di incompiuta. Insomma, poteva esserci una scelta migliore per la chiusura del proprio segmento di concerto, ma sono opinioni. Avevo letto che mediamente i musicisti sfornavano tre o quattro pezzi ciascuno, ma a memoria ricordo almeno nove brani di Morse, per un'ora abbondante di esibizione. Insomma, la cosa sembra andare per le lunghe.

Pausa. Sul palco si avvicendano gli strumenti delle rispettive band, poi dopo una decina di minuti le luci si abbassano di colpo e parte un richiamo tipo fischietto per cani, solamente fatto con la chitarra. E già si definiscono tutte le linee programmatiche dell'ora di concerto che segue. Non appena si accendono i riflettori, ecco sbucare Steve Vai, e in quel momento torno sulla Terra, a Offenbach, al concerto del G3. Il chitarrista si presenta con un caschetto di capelli nerotinti di pavarottiana matrice, camiciola da Bee Gees in pensione e gilerino senza maniche da Dik Dik in stato terminale. Eppure si atteggia come il meglio figo sulla Terra. Ma, tornando agli assiomi di inizio intervento, capisco che è normale: l'ottantinismo è auto-referenziale, nel senso che se la canta e se la suona da solo. E così sono anche gli ottantini, cioè quelli che gli anni Ottanta se li sono vissuti, o meglio, li hanno subiti tutti, e dai quali non sono mai usciti. Per cui a questo concentrato di squallore ammiccante, gran parte del (mediamente attempato) pubblico risponde con urla di approvazione ed esaltazione generale.

Provo quindi a dargli una possibilità, ma non c'è niente da fare: l'intera esibizione di Vai è di una terronaggine da far impallidire anche gli idioti che sfrecciano ai 20 all'ora per le stradine di Zeil, giusto per far sgasare la propria Ferrari e illudersi di possedere una potenza sessuale. Persino squarci melodici di indubbio fascino, come Tender Surrender (l'equivalente tamarro della Europa di Carlos Santana) o Whispering a prayer, che profuma del Frank Zappa più romantico di "Joe's Garage", vengono vergognosamente impiastrati dai ripetuti, inutili, dannosi virtuosismi di Vai. Effetti che, se infilati nel giusto contesto, potrebbero avere un loro perché, vengono esasperati allo sfinimento e compressi forzatamente in svisate non solo inutili, ma proprio sgradevoli all'orecchio, tanto puzzano di mero orpello masturbatorio.

Non mi pronuncio, invece, sul finale, dove un Vai completamente dimentico dei freni inibitori, e in generale del senso del bello, inizia a suonare con la lingua leccando praticamente tutto il fretboard.
A fine esibizione sono fisicamente esausto, acusticamente provato e anche un po' disgustato. E manca ancora un chitarrista, nonché la tanto attesa esibizione collettiva.

Approfitto della pausa per cercare di rigenerarmi, anche se le speranze sono poche. Però quando si spengono le luci per la terza volta, qualcosa sembra cambiato. Il ritmo è coinvolgente, la melodia non male. Certo, la chitarra è sempre sul filo della tamarraggine, ma in qualche modo non precipita di sotto. Alla fine del primo pezzo di Satriani mi tocca applaudire convinto. Intendiamoci, non penso comprerei mai un suo disco, ma dopo un'ora di maroni lacerati a colpi di plettro sarebbe bastato anche molto meno per esaltarmi.

E comunque il buon Joe crea un sound nettamente più coinvolgente con la sua Ibanez (chitarra terrona per antonomasia). Certo, il virtuosismo facile è sempre dietro l'angolo, ma sempre di G3 si parla. Tenuto conto di ciò, l'ultima esibizione solista scorre via che è un piacere, grazie anche all'indubbio carisma di Satriani, che è sì piacionico fin che si vuole, ma ha anche un certo buon gusto, se in questo contesto di buon gusto si può parlare. Posso dire di essere rinfrancato? Forse sì, perché Satriani ha l'indubbio merito di contestualizzare il proprio virtuosismo e, in un certo modo, incastonare il proprio ego - comunque smisurato - all'interno di una struttura che ne legittima il senso, con un inizio e una fine, senza derive masturbatorie.

Sono ormai le 11, e dopo tre ore di concerto arriva quindi l'esibizione col trio riunito. Ho studiato prima di affrontare questo G3, e so che generalmente la trimurti si lancia in cover più o meno celebri rivisitate in chiave "chitamarristica", se mi concedete il neologismo.
Ma prima c'è il tempo per un puntuale intervento della giustizia divina, o del karma se siete atei. Durante il soundcheck, infatti, la chitarra di Vai si zittisce e sembra non ci sia modo di farla suonare. Siparietto para-comico inevitabile. "You never taught me that", dice Vai rivolto a Satriani. Scoprirò solo qualche giorno dopo che, nonostante sembri suo nonno, Vai è (di poco) più giovane di Satriani e che quest'ultimo lo ha avuto come allievo per qualche tempo. Chissà come ci si sente a scoprirsi corresponsabili di tanto cattivo gusto? E' una posizione che non invidio.
Dicevamo, dopo il siparietto si decide che, almeno per il primo pezzo, Vai sarà il cantante, con licenza di sboronare con la chitarra di Satriani ogni tanto. E si parte con la fulminante You Really Got Me dei mai troppo lodati Kinks. L'esecuzione è energica e, ovviamente, più dilatata rispetto all'originale, in modo tale da permettere al trio di confrontare per l'ennesima volta le lunghezze dei rispettivi membri. Giunto il turno del proprio assolo, dopo aver cantato nemmeno molto malamente le strofe della canzone, Vai si sistema alle spalle di Satriani (e in un contesto di misurazioni di pene, la cosa non dev'essere molto piaciuta a Joe) e tamarreggia sulla sua Ibanez.

Il "supergruppo" infine chiude pescando dal repertorio del buon vecchio Neil Young, e sfodera una versione veramente cazzuta di Rockin' in the Free World. Stavolta tocca a Satriani cimentarsi alla voce, con Vai ai cori. Ci voleva un po' di rock puro e tradizionale, naturalmente reinterpretato con vertiginosi gorgheggi chitarristici rimpallati da un chitarrista all'altro, per chiudere un concerto tecnicamente ineccepibile, ma molto ondivago sotto il profilo puramente emozionale. Non male Morse, bocciato con convinzione Vai, promosso con qualche riserva Satriani per quanto riguarda le esibizioni soliste, la jam session invece riscuote applausi, un po' perché il trio viene parzialmente, ma necessariamente, imbrigliato nella struttura della canzone, un po' perché i pezzi scelti sono splendidi di loro.

Li rivedrei dal vivo? Probabilmente no. Sono soddisfatto a fine concerto? Complessivamente sì, soprattutto tenendo conto delle premesse fatte a inizio intervento. E' un mondo molto lontano dalla mia idea di suonare e volendo anche di intrattenimento, credo sia proprio un approccio completamente diverso a monte. Ma, dopotutto, non mi è dispiaciuto assistere a un'esibizione di questo tipo; pur non sentendomene parte, non disdegno mai la possibilità di vivere esperienze inedite, soprattutto in ambito musicale. Di certo però non compro la maglietta celebrativa, come invece sono solito fare a ogni concerto rock: non è solo una questione di scarsa affinità con questo tipo di approccio musicale, è che mi vergognerei ad andare in giro con la faccia di Vai o di Morse su una maglia, anche se fossero i più grandi geni chitarristici di questo mondo. Sperimentare sì, ma fino a un certo punto.

Hugh Laurie & the Copper Bottom Band - Frankfurt 16/7/2012



 "... però pensa a quei musicisti che si fanno il mazzo tutta la vita per ottenere un po' di riconoscimento, poi arriva questo e mette su un disco e una tournée solo perché lui è il dottor House..." mi dice il buon Braglia mentre attendiamo l'inizio del concerto.
E in effetti la riflessione è legittima: tutto questo sarebbe esistito senza l'enorme fama che il dottore armato di vicodin e bastone ha elargito al suo interprete Hugh Laurie? Probabilmente no, visto che prima di diventare l'attore di serie tv più pagato al mondo, Laurie era noto al grande pubblico solo nella madrepatria britannica e a sparuti cinefili che conoscono ogni singola comparsa dei film che vedono. Per cui il disco e i relativi concerti in giro per il mondo sono forse sfizi che l'attore si è tolto grazie ai denari e alla notorietà acquisiti,  una sorta di equivalente musicale del pazzoide che si compra la Ferrari mimetica così, tanto perché non sa come spendere i propri quattrini? Volendo anche sì, visto che la passione sfrenata di Laurie per la musica e il blues è notoria.

In realtà però è cosa risaputa anche la poliedricità di questo artista, a partire dai tempi di "A bit of Fry and Laurie", popolare show comico a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta con protagonisti appunto Hugh Laurie e l'amico Stephen Fry, un po' l'equivalente dei duetti tra Tognazzi e Vianello della tv nostrana di quarant'anni fa (roba quasi eversiva per i tempi, ma anche ai giorni nostri, a ben vedere). Ed è altrettanto noto che le numerose "scene musicali" di cui è costellata la serie "House" vedono Hugh Laurie suonare e cantare veramente. La qualità c'è, insomma. Per cui quando ho ascoltato per la prima volta "Let Them Talk", il disco dato alla luce assieme alla Copper Bottom Band, non sono rimasto nemmeno molto stupito di quanto valido sia stato il lavoro di Hugh e dei musicisti. Rimaneva solo una cosa da appurare, la prova del nove per definizione: il concerto. Ed eccomi quindi alla Jahrhunderthalle, in una fresca e piovosa serata di metà autun... ehm, di luglio.

Piccola parentesi sul teatro, una magnifica costruzione moderna allestita con molto buon gusto e sobria eleganza. La struttura vanta quasi mezzo secolo di storia, e appena entrati una targa indica i più grandi artisti che hanno calcato il suo palco. "On this stage performed the history of music", farà notare più tardi Laurie. Ed è così, a guardare la lista dei nomi elencati c'è da rimanere a bocca aperta: Duke Ellington, Count Basie, Ella Fitzgerald, passando per i King Crimson, Stevie Winwood, sino ad arrivare ai Tool e alla Dave Matthews Band.

La sala è bella pienotta. Non c'è il tutto esaurito, ma credo che almeno 3500 spettatori ci siano eccome. L'inizio del concerto è previsto per le 20:00, ma naturalmente gli artisti si fanno aspettare un po'. Non molto, in realtà, perché attorno alle 20:15 ecco che Hugh Laurie fa il suo trionfale ingresso sul palco, accompagnato da ovazioni e urla di donne di ogni età che si strappano le teutoniche vesti. L'aspetto è quello di un consumato bluesman da sala fumosa dei peggiori bar di New Orleans: completo grigio su camicia giallognola e cravatta allentata. Pare più magro rispetto al "personaggio House", sarà forse per il viso rasato. La testa poi è visibilmente spelacchiata. Il tempo passa per tutti, anche per chi non ha l'alopecia androgenetica ereditaria come il sottoscritto...
  A parte questo, sembra in ottima forma, e dopo qualche secondo di bullamento davanti al pubblico festante, si siede al piano e la band attacca con l'essenziale, travolgente Mellow Down Easy, cover di Willie Dixon non presente su disco. E' una sorta di riscaldamento, come puntualizza Hugh stesso a fine esecuzione, per la vera opener del concerto: si tratta di St. James Infirmary, che non a caso apre anche il disco. L'introduzione è dilatata rispetto alla controparte da studio, in modo tale che ogni musicista abbia il suo primo momento di gloria. Il brano è molto bello, ma la band è ancora un po' freddina, e i vari volumi non sono ancora regolati al meglio. Il risultato finale è un pastone sonoro che lascia un po' di amaro in bocca, soprattutto per i momenti strumentali.

Dopo qualche spiegazione sul brano, condita dal sempre squisito humour britannico di Laurie, la band prosegue con Crazy Arms, che profuma di country e inizia a mettere in mostra la deliziosa follia del chitarrista Kevin Breit, che passa con naturalezza dalla Telecaster al banjo e a qualsiasi altro strumento ricordi anche solo vagamente una chitarra.
Segue You Don't Know My Mind, di quel Leadbelly cui Laurie non manca mai di dimostrare tutta la propria passione. Sembra che l'omino del mixer abbia aggiustato tutti i settaggi, e con i musicisti finalmente caldi il concerto può davvero decollare.
  Si passa quindi alla semi-marziale Battle of Jericho, dove inizia a fare capolino la voce potente ed espressiva di Sister Jean McClain. Più avanti nel concerto si prenderà lo spazio che merita.
Dopo un'introduzione sul personaggio, avvolto da un'aura quasi mitica, Hugh attacca con l'intro pianistica di Buddy Boulden's Blues, a mio parere uno dei brani più belli del disco. E anche alla Jahrhunderthalle i musicisti sfornano un'interpretazione particolarmente riuscita che soddisfa tutti i presenti.

La band è ormai in quella che, in gergo sportivo, è definita "trance agonistica", e si concede una delle tante uscite dal seminato, ossia l'esecuzione di brani non presenti nella comunque corposa tracklist del disco. Sono le inconfondibili note di Unchain My Heart a risuonare per la sala. Rispetto all'originale di Ray Charles, e alla forse più nota cover di Joe Cocker, l'interpretazione suona più "acustica", ma ugualmente trascinante. Il delirio di culi che ballano e piedi che battono prosegue con Junko Partner, giro di blues per definizione, ma già in odore di rock anni '50. L'interludio strumentale permette a Hugh di scatenarsi in un ballo tarantolato, che manda in estasi la platea.

Dopo una sbornia del genere, occorre prendere fiato, ed ecco che Breit reimbraccia il banjo per la sorniona Waitin' for a train. Talento a parte, sembra che il pubblico abbia una particolare predilezione per il chitarrista. Sarà forse per la combo camicia verde pistacchio/cravatta verde oliva che immediatamente catalizza l'attenzione. La platea è così in visibilio che anche l'ottima performance del maestro della sezione fiati, Vincent Henry, passa in secondo piano, forse per il carattere particolarmente schivo del musicista. Ma in seguito avrà modo di incassare i meritati complimenti...

Giunta grossomodo a metà concerto, parte della band si ritira dietro le quinte: sul palco rimangono Hugh, Breit e il bassista David Piltch, per una versione essenziale di Winnin' Boy Blues. A questo punto è Laurie a farsi discretamente da parte per cedere il centro della scena a Sister McClain e al gruppo nuovamente al completo. La voce calda e suadente della donna si abbandona all'incedere ridondante e inesorabile di John Henry, strappando applausi su applausi.

Ma è giunto il tempo di una pausa vera, che naturalmente Laurie ha la capacità di rendere spassosa con il suo inimitabile carisma. Un assistente porta sul palco un vassoio per il tradizionale rito del whiskey, riguardo al quale lascerò parlare le immagini. Come vedete, non si tratta del concerto di Francoforte, ma essendo un rito, la celebrazione si ripete grossomodo sempre con gli stessi crismi, esecuzione della simpatica "Yeah Yeah" compresa.



Sarà il ritmo spezzato, sarà il fiato da recuperare, o sarà semplicemente il vago effetto anestetico del liquore, fattostà che la band torna nuovamente dietro le quinte, lasciando solo Hugh e Henry sul palco. L'introduzione pianistica di Laurie fa da prologo al momento forse più intenso di tutto il concerto. Vincent Henry, finora parecchio nell'ombra, imbraccia il sax soprano e regala al pubblico tedesco un'interpretazione da sei minuti di pelle d'oca: il brano è Dear Old Southland, reso immortale da Allen Toussaint. Le note del sax di Henry sferzano l'aria come fendenti, e la bocca dello stomaco non sa se esserne intimorita o abbandonarsi a loro. Succede solo quando la bellezza è a distanza tremendamente ravvicinata. A fine esecuzione gli scroscianti applausi non sono un omaggio all'esecuzione. Non solo, perlomeno. Sono la risposta a una necessità, un bisogno fisico che l'organismo rivendica di soddisfare stemperando in un atto meccanico e ripetitivo l'immenso carico emotivo di cui ha avuto il privilegio di godere.

A soccorso di un pubblico provato da una sorta di estasi, torna la band al completo e sfodera una Wild Honey potente, in cui a farla da padrone sono le percussioni di Michael Blair e la performance ludico-canora di un ringalluzzito Laurie.
Ma è solo una parentesi, perché il momento ad alto tasso di emotività prosegue con una delicata Careless Love, sottolineata da un cantato particolarmente intenso e da un dolente assolo di armonica dell'ormai protagonista Henry.

Il concerto si avvia gloriosamente verso la parte finale, inevitabile quindi rievocare la grandeur dei primi brani. E la band lo fa con una doppietta micidiale: apre l'irresistibile crescendo di Swanee River, che da un'introduzione dolorante deflagra letteralmente in un blues scatenato, per poi proseguire con Tipitina. Qui Hugh rinuncia completamente ai freni inibitori; e la band fa lo stesso, assecondandolo con la diligenza e lo spirito di servizio reciproco che solo le formazioni jazz/blues possiedono. Dal canto suo, il pubblico ha iniziato a sottolineare i momenti più trascinanti col battito delle mani già da diversi brani - guadagnandosi i complimenti dello stesso Laurie per l'encomiabile senso del ritmo -  fino ad alzarsi in piedi con perfetto sincronismo a metà brano.

E' con questa scena meravigliosa sullo sfondo, una sorta di popolo chiamato ad assistere a una messa pagana (il blues, il papà della musica del dimonio, il rockenrol!!! Saaaaaatanaaaaaa!), che Laurie richiama tutti all'ordine, per l'ultima volta. Visibilmente commosso, introduce la figura di James Booker, geniale e tormentato bluesman del secolo scorso. La delicatissima Let Them Talk, canzone che dà il titolo all'album della Copper Bottom Band, è proprio sua. L'esecuzione è raccolta, intima, e nella Jahrhunderthalle non si sente volare una mosca fino allo scroscio di applausi che si abbatte, urgente e inevitabile, ancora prima del finale del brano. Ma, per quanto intenso sia il momento, il concerto non può finire senza un'ultima goccia di esuberanza istrionica di Hugh Laurie: parte quindi Green Green Rocky Road, cucita quasi su misura addosso a lui. La rassegna finale dei vari musicisti non lascia spazio a dubbi, e dopo quintalate di ovazioni e inchini, la band lascia il palco. Momentaneamente, s'intende.

Un paio di minuti e Hugh guida nuovamente la sua ciurma sul palco. Il bis era inevitabile, e dal canto proprio la Copper Bottom Band mostra di non disdegnare affatto. Potere del blues: si parte sofferenti, quasi indolenti, poi non si smetterebbe più.
 Laurie si risiede al piano e attacca con Changes, a metà tra uno spiritual da piantagioni di cotone e un country da proprietario terriero di origini texane. Il pubblico, ormai in piedi a battere le mani da una ventina di minuti, è caldo al punto giusto per il vero commiato della band. Tanqueray è il prototipo delle prime canzoni rock degli anni '50, ma arricchita dalle evoluzioni dei musicisti, che per congedarsi regalano agli astanti un po' di sano spirito cazzone. Hugh, poi, si lascia interamente pervadere dal sacro fuoco di Jerry Lee Lewis:  sulla coda del brano si alza in piedi, getta lo sgabello a terra e per qualche istante suona anche col piede destro, quindi si lancia a terra nel momento esatto in cui la canzone finisce e con essa si spengono le luci.
La Jahrhunderthalle è in delirio, io e il buon Braglia ci trasformiamo per un attimo in due ragazzine urlanti, mentre Laurie si rialza e si congeda con gli altri membri del gruppo, questa volta definitivamente.

Avevo già visto la Copper Bottom Band in un contesto live. Era un documentario, ma bene o male restituiva abbastanza bene l'atmosfera. Non mi aspettavo però una simile potenza sonora, né tantomeno un tale affiatamento con il pubblico. Certo, le doti di mattatore di Laurie sono indiscusse, ma vista da fuori la band sembrava emanare un certo distacco. Per fortuna mi sbagliavo di grosso, e seppure in un'ambientazione "ovattata" e per nulla raccolta come la Jahrhunderthalle, i musicisti hanno imbevuto la loro performance di grande calore e vicinanza al pubblico. Anche il pubblico mi ha stupito, un po' per il contesto e l'abbigliamento vagamente snob, un po' per gli inevitabili pregiudizi sulla "freddezza" tedesca, che mese dopo mese si stanno rivelando ai miei occhi quanto di più lontano dalla realtà. Gli spettatori hanno risposto agli stimoli di Hugh sin dall'inizio, stabilendo un'incredibile sinergia con i musicisti da metà concerto in poi.

Lodevole anche la totale assenza di riferimenti di Laurie al personaggio che lo ha reso celebre in tutto il mondo. In un certo senso è normale: non dico che Hugh voglia affrancarsi da House - sarebbe impossibile -  ed è altrettanto vero che questa iniziativa sia stata facilitata dalle solide basi della celebrità della serie tv, ma l'intero progetto è nato con lo scopo preciso di presentarsi al pubblico come Hugh Laurie, artista poliedrico che sa anche cantare e suonare, e non come "quello che fa il dottor House". Sarebbe stato molto semplice, comodo, e probabilmente anche baciato dal favore dei fan adoranti, un approccio smaccatamente incentrato sull'identificazione con il dottore. Ma non è stato così. Perché semplicemente non è servito. La Copper Bottom Band ha risorse e qualità a sufficienza per "auto-sostenersi" con la propria, sola identità. E ciò conferma quanto questo progetto sia buono e sincero. Come un vino d'annata. E come un caro, vecchio blues.

The Amazing Spider-Man (2012)


Parlare di reboot è sempre problematico. Per molti questa pratica è il male assoluto, perché dietro la solita maschera che rimanda a reinterpretazioni, svecchiamenti e altre panzane assortite, spesso si cela una mostruosa latitanza di idee e creatività.
E' con questo tipo di pensieri che mi sono avvicinato al primo episodio di questa nuova trilogia dedicata al ragnetto di quartiere. Pensieri, ma anche paure dovute al regista Marc Webb, ennesimo produttore di videoclip musicali di successo e quindi potenzialmente del tutto incapace in ambito cinematografico. Ma, devo essere sincero, mi sono dovuto ricredere. Parzialmente.

Partiamo però da un paio di assiomi.
Punto uno: non sono un esperto di Spider-Man, ho giusto letto gli albi fondamentali, visto i precedenti adattamenti cinematografici e i cartoni animati in TV. Per cui perdonatemi se non coglierò eventuali riferimenti al numero #152 in cui Spider-Man si gratta la chiappa sinistra esattamente come fa nel film al minuto 45.
 Punto due: Peter Parker è Tobey Maguire. E basta. Cioè, è lui. Nessuno riuscirà mai a eguagliarlo. Eppure, bisogna ammetterlo, il nuovo protagonista Andrew Garfield fa la sua bella figura. Certo, di sfigato ha poco o niente, anzi, una certa indole eroico-altruistica ce l'ha già sin da inizio film, ben prima del morso del ragno, e questo è imperdonabile. Ma il film ha un target ben preciso, nasce come pop-corn movie destinato principalmente a un pubblico ultraggggiovane e brufoloso, a cui serve un continuo titillamento per assecondare i primi pruriti. Ecco quindi che il bel faccino di Andrew sfoggia una pettinatura e un colorito smunto che ammiccano pericolosamente ai bamboccetti di Twilight. Ma una volta data per assunta la natura "adolescenziale" del film, la cosa si accetta di buon grado, e anzi, la crescente sbruffonaggine di Peter/Spider-Man è davvero spassosa, e ciò si traduce in almeno un paio di situazioni con scambi di battute davvero ben studiati.

Rimanendo in tema di titillamenti, la domanda nasce spontanea: qual è la gnoc... la protagonista femminile? Rullo di tamburi, niente Mary Jane! Per questo reboot si è deciso di concentrarsi sulla primissima fiamma di Peter Parker, ossia Gwen Stacy. A interpretarla è la biondissima Emma Stone, molto brava a tratteggiare nel personaggio il giusto compromesso tra la ragazza pudica e innocente e alcuni atteggiamenti civettuoli in odore di pre-puttanismo. Esteticamente Kirsten Dunst mi solleticava di più, ma apprezzo il contrasto tra l'algida (e vagamente pallosa) Mary Jane e la dolce e determinata Gwen. Per non parlare delle sue calze lunghe nere, molto stile giappo.

Cattivoni di turno? Anche qua una new entry. E' il turno di Lizard, interpretato dal sempre ottimo Rhys Ifans (l'avete visto in Anonymous? No? Rimediate). Dall'alto della mia conoscenza minima delle varie epopee dell'aracnide, posso dire che attorno alla storia del dottor Connors c'è stato un discreto rispetto delle vicende originali: le eventuali aporie narrative, conseguenze naturali dell'adattamento ai giorni nostri, vengono mascherate con un'elegante vaghezza riguardo il passato del personaggio. Ottima anche la scelta dei nuovi zii di Peter, con Ben Parker affidato al sempresialodato Martin Sheen (un cognome, una garanzia) e la duttilissima Sally Field a interpretare un'inedita zia May, più giovane e meno cagacazzo dell'originale.

Ed è proprio dalla "questione zii" che iniziano le magagne: la loro presenza è ridotta all'indispensabile, ma quel che è peggio, il senso di colpa di Peter per la morte dello zio è esageratamente sfumato. Nel momento in cui, nella trilogia originale, Ben spira tra le braccia del nipote, l'impatto emotivo vissuto dallo spettatore è fortissimo, quasi al livello del personaggio del film. Mentre in "The Amazing Spider-Man" il tutto è molto più annacquato, non tanto per il fattore deja-vu, quanto forse per un'eccessiva rapidità nell'affrontare il tema portante alla base della genesi dell'Uomo Ragno: vendetta, sì, ma soprattutto rimorso e senso di responsabilità. E poi la scelta di non ribadire il concetto-chiave, quasi confuciano, riassunto nel motto "Da grandi poteri derivano grandi responsabilità" è francamente inspiegabile.

Rimane anche abbastanza stucchevole la solita storia dell'orgoglio patrio e dell'unopertuttituttiperuno all'americana, cioè quel misto di patriottismo e "azione preventiva" che tanto ha permeato la cinematografia a stelle e strisce dall'11 settembre in poi. Che se nel primo episodio della trilogia originale (del 2002) aveva parecchio senso, in questa è soprattutto, se non totalmente, coreografico. In effetti, la scena a cui mi riferisco - che non menziono, ma che vedendo il film apparirà fin troppo evidente - è visivamente splendida. La fotografia, efficace e altamente spettacolare, è volta a sottolineare le evoluzioni del ragnetto di quartiere, stavolta molto più fluide e credibili rispetto a quelle dello Spider-Man a tratti un po' bolso di Tobey Maguire.

Tutto ciò è diretta conseguenza del focus puntato smaccatamente verso un pubblico giovane di cui si parlava poco fa, che però non va a intaccare in nessun modo la credibilità narrativa dell'intreccio, e questo è un merito che va ampiamente riconosciuto agli sceneggiatori: è un film per tutti, ma non per questo è superficiale. Certo, alcuni momenti appaiono leggermente forzati, delle volte si cade nel prevedibile, ma il film scorre via che è una meraviglia, nonostante la durata importante (136 minuti). Senza dubbio i puristi storceranno il naso più volte, ma d'altra parte loro il naso lo storcono sempre. Eppure, una volta tanto, si può parlare di reboot decisamente riuscito, che poco o nulla ha da invidiare al primo episodio della trilogia originale. Anzi, a mio parere, le due interpretazioni si compenetrano abbastanza bene: ciò che non era stato sviluppato al meglio nel film del 2002 trova compimento con il fratello minore del 2012, e viceversa, e in sostanza le premesse per un seguito di qualità (previsto per la primavera del 2014) ci sono tutte. Certo, il film non ha l'impatto dirompente, né può vantare il riuscitissimo cast di The Avengers, se vogliamo fare un paragone con un altro blockbuster supereroistico degli ultimi mesi, ma considerando tutti gli elementi di cui sopra, si può ragionevolmente dire che Webb abbia fatto centro.

L'anello (non più) mancante

Perché LeBron non serba rancore ai suoi detrattori...

Un anno fa, più o meno in questo periodo, si celebrava la vittoria dei Dallas Mavericks, ma soprattutto l'ennesima sconfitta di LeBron James, per la seconda volta vicino al paradiso, e per la seconda volta a casa con le pive nel sacco.
Come scrivevo in merito, l'anno scorso la sconfitta faceva più male. Non tanto perché gli Heat avevano ceduto a una squadra sfavorita ma comunque di ottimo livello, quanto per l'atteggiamento mostrato da LeBron durante l'intera serie: poco convinto, impaurito, a tratti addirittura soggiogato da una tangibile paura di fallire, cosa che puntualmente si era realizzata in sei gare.

Rispetto a 365 giorni fa, nel mondo NBA è cambiato tutto. Per diversi mesi si è rischiato addirittura di non giocarla, questa stagione, e in effetti il tanto temuto lock-out c'è stato. La protesta a oltranza dei giocatori, guidati dall'immortale Derek Fisher, si è protratta sino a Natale, giorno in cui tra un limoncello e l'altro, tra una partita a scopone scientifico e una a tombola, abbiamo potuto gustarci l'inaugurale Knicks - Celtics in diretta.
Ne è seguito un calendario fittissimo, con back to back to back come se piovessero e tante sorprese: a partire dagli Spurs, da due anni dati per morti di vecchiaia e da due anni dominatori incontrastati della competitivissima Western Conference; e poi i redivivi Clippers, storicamente la squadra più sfigata della Lega e quindi meritevole di amore incondizionato.
E gli scornatissimi Heat di LeBron? Oh, da loro non è cambiato quasi nulla. Sempre i Big Three a tirare la carretta, sempre Spoelstra alla guida tecnica, con l'ombra pesantissima del presidente Pat Riley a incombere. Ma con uno Shane Battier in più, il veterano con la testa sulle spalle, professionista esemplare, leader silenzioso ed equilibrato col vizietto della bomba dall'arco.

Per molti esperti, una stagione così anomala avrebbe dovuto portare con sé risultati altrettanto inaspettati. Invece, alla vigilia dell'inizio dei playoff, grossomodo tutte le franchigie erano dove dovevano essere: Heat e Bulls a fare a fette la Eastern, con un plauso all'ennesima ottima stagione dei 76ers di Doug Collins (coach più sottovalutato della lega, a mio modesto parere) e dei giovani Pacers; Spurs e Thunder a giocarsi la supremazia a Ovest, con un'annata assolutamente impalpabile per i campioni in carica e i Lakers. E coi miei Rockets sempre fuori dai giochi per manifesta mediocrità...
Anche i primi turni dei playoff sono stati all'insegna delle conferme: Durant ormai assurto a ruolo di superstar indiscussa, i Bulls che senza Rose valgono un terzo, Spurs e Celtics che strapazzano i ragazzini a suon di esperienza e colpi di catetere. Sino all'attesissimo ultimo atto.
Molti, io compreso, avevano previsto un ritorno in finale per LeBron, con i famelici Thunder di Durant e Westbrook ad aspettarlo. I cosiddetti hater, da sempre cospicua colonia per quanto riguarda i campioni, e verso James particolarmente accaniti, soprattutto dopo The Decision, erano certi: quest'anno a prendersi gioco di LeBron sarebbe stato KD, macchina da punti già da almeno tre stagioni e ormai pronto a indossare il primo anello. E invece...

E invece LeBron ha detto "enough!". Per cui prepariamoci a qualche anno di dominio semi-incontrastato.
L'anno scorso sostenevo che il problema di James fosse... l'allenatore. Nel senso che ad allenarlo non ha mai avuto il grande tecnico che ti fa fare il salto decisivo da fuoriclasse a campione totale e vincente. LeBron non ha mai avuto un Popovich, un Jackson o un Riley alle spalle, tanto per citare i grandi coach storicamente più recenti. Ha avuto buoni allenatori - e checché se ne dica, anche Spoelstra lo è - ma non di più. Per questo auspicavo il ritorno in panchina di Riley, come ai tempi del primo anello degli Heat.

Ma, molto semplicemente, non è stato necessario. La lezione migliore che James potesse avere è stata la sconfitta dello scorso anno. Sono sicuro che LeBron si sia riguardato quella serie dieci, cento, mille volte, oltre ad averla rivissuta in altrettante occasioni nella sua mente, ed è arrivato a questa stagione molto più solido e preparato psicologicamente. E, come dicevo prima, con a fianco Shane Battier, che delle cosiddette intangibles, cioè le giocate che non fanno statistica ma indirizzano la partita, è maestro da sempre. Avere nel quintetto una chioccia di tale esperienza, di tale intelligenza cestistica, ha creato finalmente la giusta alchimia per potersi issare al di sopra di tutti.

  Che James fosse un giocatore diverso dall'anno scorso, d'altronde, si è capito prima della finale. Sotto 3-2 contro Boston in semifinale, ho detto "ok, ora se è davvero un grande, vince la serie da solo e si va a prendere l'anello". E così è stato. Il Prescelto si è caricato gli Heat sulle spalle, ha ribaltato la serie vincendo 4-3 e, approdato in finale, quest'anno non c'è stata proprio partita. 4-1 è un risultato abbastanza netto, ma in realtà la supremazia degli Heat è stata, se possibile, ancora più evidente di quanto i numeri lascino intendere. Perché semplicemente LeBron e soci non hanno mai dato possibilità ai Thunder (comunque valorosi avversari e col futuro dalla loro per talento, carta d'identità e consapevolezza) di rientrare in corsa. D'accordo, i ragazzacci di Brooks sono stati bravi a prendersi gara 2 in Florida e, a parte gara 5, le partite sono sempre state tiratissime sino alla fine. Ma stavolta LeBron e compari non hanno sbagliato una singola giocata importante. Ogni pallone, ogni azione difensiva, ogni contropiede, sono stati eseguiti alla perfezione, e ogni giocatore ha dato il suo contributo importante, da Chalmers al già citato Battier. Dal canto loro i Big Three hanno fatto ampiamente il loro dovere: Bosh tornava dall'infortunio e, nonostante fosse ancora in convalescenza, ha mostrato una solidità fondamentale per la vittoria, mentre Wade ha accettato di buon grado di cedere tutti i riflettori a colui che voleva disperatamente quell'agognatissimo anello, ossia The Chosen One.

Stavolta non ci sono stati dubbi, sin dal primo palleggio di gara 1. Lo sguardo di LeBron era intenso e concentrato come non mai, e ciò si rifletteva nel suo gioco. Non avrà mantenuto i trenta di media, ma è sempre stato presente in ogni zona del campo nei momenti giusti. C'è da mettere il tiro in sospensione che ti spezza il break dell'avversario? Eccolo. C'è da aprire la difesa scaricando sul perimetro? Ecco che fionda il pallone nelle mani sapienti di Battier. C'è da mostrare i muscoli? Ecco che svetta su tutti afferrando un rimbalzo in mischia. Le prestazioni di James sono state totali, proprio come totale è il suo gioco. Con un simile "focus", come dicono gli americani, arrivare all'anello è sembrato addirittura piuttosto semplice, per noi comuni mortali che non sappiamo volare.

Ed è giusto così. Sarebbe stato forse lo scandalo più enorme della storia cestistica non vedere un anello al dito di LeBron.
Il problema è che ora il ragazzo si è abituato, e mi sa che per un po' di anni dovremo abituarci anche noi. Anche perché, visto che parlando di James si tende costantemente a evocare lo spettro di sua ariosità Michael Jordan, è bene ricordare che LeBron è arrivato al suo primo anello un anno prima rispetto a MJ. E a LeBron non gliene frega nulla del baseball, quindi scordatevi di vederlo girare in pullman con squadre dilettantistiche di Miami a coprirsi di ridicolo. Io vi ho avvisati... 

L'Invincibile Armata, ovvero pagellone Juve 2011-2012


I più titolari degli altri:

Gianluigi Buffon 8
In estate era stato spesso incluso nella lista partenti, secondo alcuni il suo passaggio alla Roma (con Sirigu già chiamato a sostituirlo) era cosa praticamente fatta. Invece Gigi è rimasto. E come ha puntualizzato lui stesso in giornata, ha disputato la miglior stagione in carriera dopo la 2002/2003, quella dello scudetto 27 e della cavalcata verso Manchester.
Una condizione fisica ottimale ritrovata dopo anni e la tranquillità di avere davanti alla linea difensiva un genio come Pirlo e non più il bipolare Felipe Melo hanno ricostruito quella garanzia che fu il Buffon dei tempi d'oro. Due soli punti persi per mano sua, quelli dell'assurda dormita col Lecce, a fronte di almeno una decina assicurati dai suoi guantoni. Con l'addio di Alex, ora è lui l'eminenza grigia dello spogliatoio. La maturità e la serenità personale raggiunte in questi anni dovrebbero garantirgli un finale di carriera straordinario, nonché l'ingresso nel pantheon più esclusivo dei simboli bianconeri.

Stefan Lichtsteiner 7.5
A circa 10 minuti dall'inizio di stagione, Stefan aveva già spiegato tutto di sé: inserimenti, cuore, polmoni, piede discreto e un'intesa quasi sessuale con Pirlo. Una delle immagini più nitide tra quelle impresse nel mio personalissimo album dei ricordi di questa fantastica stagione ha come protagonista proprio Lichtsteiner, a Napoli: paonazzo in volto, occhi sbarrati e bocca spalancata nel tentativo di recuperare più ossigeno possibile. Allora pensai "questo muore da un momento all'altro". Forse il simbolo più bello e significativo della nuova Juve di Conte. Strabordante nella prima metà di stagione, più "umano" durante il girone di ritorno, è valso ogni singolo centesimo del prezzo pagato dalla società. E ora vale almeno il doppio.

Giorgio Chiellini 8
La consacrazione definitiva per questo gigante dal cuore d'oro. Ed era ora, lasciatemelo dire.
Tra tutti coloro che hanno goduto della santità elargita da Pirlo, Chiellini è quello che ne ha giovato maggiormente, acquisendo la tranquillità necessaria per dare sfogo alla propria fisicità impressionante senza macchiare tutto con quella foga eccessiva che tanto era costata a lui e alla Juve negli ultimi anni. Dopo alcune ingenuità iniziali (i gol concessi al Bologna e al Genoa), Chiello non ha più sbagliato un intervento. Ormai è tra i migliori centrali d'Europa, e anche nella vecchia posizione di terzino sinistro si è disimpegnato più che bene, centrando pure, udite udite, qualche bel cross dal fondo.
Solito vizietto del gol (fondamentale, per come si stava mettendo la partita, quello di Roma), solita esultanza da gorilla, nuova veste di campione.

Andrea Barzagli 9
"Steal of the year": è così che in America definiscono l'affarone di mercato che dal nulla diventa determinante per le sorti della squadra. Nel gennaio 2011 Marotta e Paratici ripescarono il derelitto Barzagli dal Wolfsburg per 300mila euro, e nello schifo della scorsa stagione, là dietro si era dimostrato uno dei meno peggio. Ma nulla lasciava presagire ciò che è successo quest'anno.
Tutti, me compreso, lamentavano il mancato acquisto di un centrale di qualità. Senza nemmeno sospettare che quel famigerato centrale di qualità già ce l'avevano. E che qualità, signori. La stagione di Barzagli ha del sovrumano: così, a memoria, non ricordo mezza partita sbagliata. Sempre puntuale negli anticipi, sempre metronomico nel dettare i movimenti della difesa, sempre preciso negli interventi di testa, gli mancava solo il gol. Che è arrivato, su rigore, nell'ultima uscita di stagione. Il giusto premio per il miglior difensore europeo dell'annata 2011-2012. Period!

Leonardo Bonucci 8.5
Per qualcuno potrà sembrare un voto eccessivamente alto. Ed è così, se ci limitiamo a una fredda analisi delle prestazioni. Ma quel punto abbondante regalato se lo merita tutto, perché Leonardo ha dimostrato la personalità e la mentalità che servono per meritarsi il bianconero sul petto e sul cuore. La prima parte di stagione non è stata facile per Bonucci: prima perché si vede soffiare il posto da un Barzagli autore di prestazioni aliene, poi per una serie di errori "alla Bonucci" che costano punti alla Juve e credibilità a lui.
Quando a fine inverno sembrava che la stagione juventina fosse sul punto di ridimensionarsi, il passaggio alla difesa a tre ha permesso a Bonucci di reinventarsi, scrollandosi di dosso le contestazioni e qualche fischio di troppo. Risultato? Da marzo in poi non ha più sbagliato un intervento, coronando il suo meraviglioso finale di stagione anche con un paio di gol (pesantissimo quello al "Barbera" di Palermo).

Andrea Pirlo 9
La prima, profetica immagine di Pirlo con i nuovi colori l'aveva regalata Sky, con Andrea vestito di un saio bianconero a illustrare la "parabola del campanile". E se non è santità, poco ci manca. Pirlo ha impiegato meno di dieci minuti per definire le linee programmatiche di quella che sarebbe stata la stagione della Juve: palleggio al limite dell'area, inserimento di Lichtsteiner colto non con gli occhi, ma con la genialità propria dei grandissimi, e palla scodellata in area, a difesa battuta, pronta da depositare in rete.
Ma Andrea non è stato solo questo, è stato molto di più. E' stato il punto di riferimento dell'intera squadra: di difensori sgravati dal timore di dover tappare buchi per folli errori di palleggio, di centrocampisti che, in latitanza di idee, sapevano sempre a chi riconsegnare la palla, di attaccanti consapevoli di doversi preoccupare solamente di non farsi trovare in fuorigioco.
Dato per bollito a Milano, Pirlo ha ripagato con una tenuta atletica che molti ventenni non possiedono, una mai troppo pubblicizzata concretezza difensiva e una costanza di rendimento che definire impressionante è un eufemismo. Nello scudetto, lui ci credeva fin dall'inizio. E ha avuto ragione. Perché i fuoriclasse hanno sempre ragione.

Arturo Vidal 9
Diego, Martinez, Salas, Athirson, Melo... Camoranesi a parte, negli ultimi anni la Juve sembrava essersi specializzata nel pescare i sudamericani più inutili e irritanti che ci fossero sul mercato, tant'è che quando è arrivato Vidal un po' di timore è venuto a tutti. Ma quando è subentrato a metà secondo tempo dell'esordio contro il Parma, segnando con una magnifica sforbiciata dal limite dell'area, ogni dubbio si è dissipato. E pian piano si sono dissipati anche i dubbi di Conte, che dopo circa un mesetto di esperimenti ha consolidato il centrocampo a tre con Arturo perno fondamentale non meno di Pirlo.
Mediano di rara completezza, di Vidal impressiona l'incredibile voglia di impossessarsi del pallone, con una potenza che raramente scade nella foga, nel senso che se entra in scivolata, tre volte su quattro Vidal prende il pallone e non il piede dell'avversario. Il tiro ricorda quello di Nedved, la prepotenza agonistica quella di Davids. Serve aggiungere altro dopo aver tirato in ballo nomi così illustri?

Claudio Marchisio 9
Nelle previsioni di inizio anno confidavo "nella sua definitiva consacrazione", ma mai mi sarei immaginato una stagione del genere. Vuoi per la vicinanza di Pirlo, vuoi per il sollievo di non dover più badare alle follie in palleggio di Felipe Melo, vuoi per un modulo (il 4-3-3) che finalmente ne valorizza le caratteristiche principali, Marchisio ha letteralmente "dominato" la prima parte di stagione della Juventus. Tra novembre e dicembre le partite le ha sempre risolte lui, vedi i gol alle milanesi e in Coppa Italia con il Bologna. Il ragazzo col poster di Gerrard in camera, cuore bianconero sin dai tempi della placenta, è diventato uomo, e davanti a sé pare avere una carriera stellare da idolo predestinato. La prossima stagione sarà la vera prova del nove per il Principino, chiamato all'esame Champions, ma dopo un'annata del genere essere più che ottimisti è il minimo.

Simone Pepe 8
A inizio campionato pareva il più sacrificabile là davanti: la fascia destra sarebbe dovuta essere prerogativa di Krasic, e a sinistra Elia avrebbe dovuto sgroppare indisturbato per tutta la stagione. Poi dopo un mese scarso cambia tutto: l'esplosione di Vidal e la contemporanea inutilità dei due esterni di cui sopra "impongono" a Conte il passaggio a un centrocampo a tre. E allora Pepinho risponde "presente!" su entrambe le corsie esterne dell'attacco. Generosità non quantificabile come i chilometri macinati per tutta la stagione, nel girone di andata segna anche con la costanza della punta: fondamentali i gol di Napoli e quelli alla Lazio. Durante il ritorno accusa un normalissimo calo, ma il suo apporto alla causa è sempre indiscutibile. Avesse anche i piedi dritti sarebbe uno dei migliori esterni d'Europa, ma queste sono sottigliezze.

Mirko Vucinic 7.5
Media più che matematica tra il 6 scarso dei primi due terzi di stagione e il 9 bello convinto dell'ultimo segmento.
Vucinic è un uomo d'attacco tra i più versatili del campionato italiano: ha classe, piedi educati, istinto del gol, fantasia e anche una buona dose di intelligenza tattica. A mancargli spesso e volentieri sono la voglia e la pragmaticità. Non per niente chiude il girone d'andata con la miseria di due sole reti. D'accordo, ha fatto segnare Matri e co., ma mediamente le prestazioni di Mirko lasciavano in bocca amarezza e un po' di irritazione. Diavolo, è così bravo, però...
Ma quando la stagione è arrivata al momento decisivo, Vucinic è letteralmente esploso con gol pesanti in entrambe le competizioni (una perla la rete al Milan che vale la finale di Coppa Italia) e la solita caterva di assist per i compagni. Se il prossimo anno riuscisse a mantenere la costanza di questi ultimi tre mesi...

Alessandro Matri 8
Della cooperativa del gol bianconera - venti giocatori diversi a segno - Matri è quello che ha timbrato il cartellino più volte, con dieci centri (ne avrebbe segnati undici, visto che a San Siro contro il Milan gliene fu annullato uno buonissimo. Sì, me lo ricordo, anche se non ce l'ho salvato sul telefonino, io).
Da un attaccante d'area come lui sarebbe stato lecito aspettarsi come minimo una quindicina di reti, ma il ragazzone ha tante attenuanti. Una di esse è senza dubbio il gioco di Conte, che lo ha obbligato spesso ad arretrare per dare una mano al centrocampo, facendogli perdere quella lucidità che è essenziale per un goleador. E poi l'attacco a tre, che non è il massimo per un giocatore come Matri, più adatto al dialogo con una seconda punta.
Il voto finale comunque è ampiamente positivo,perché i gol di Alessandro sono stati ben distribuiti lungo tutta la stagione, e il più delle volte sono stati decisivi (a Lecce, a Siena, la fondamentale doppietta innevata in casa contro l'Udinese, l'1-1 a San Siro col Milan). Il popolo bianconero sogna Van Persie o Higuain, ma nel mentre può dormire sonni tranquilli con Matri. Sono molto curioso per il suo debutto in Champions.


I titolari un po' meno titolari:

Marco Storari 7
Anche quest'anno il meno secondo dei secondi portieri ha garantito solidità e professionalità. Una manciata di partite da titolare in Serie A quando Buffon è stato indisponibile e il posto da titolare lungo tutta la Coppa Italia hanno confermato quanto di buono mostrato la scorsa stagione. Sempre istrionico ma più maturo rispetto all'anno passato, Storari sarebbe numero 1 in pressoché ogni squadra del campionato italiano. Averlo a Torino come dodicesimo è un privilegio.

Martin Caceres 7.5
Dopo mesi e mesi di corteggiamento reciproco, il figliol prodigo è tornato a casa. E che debutto per il Pelado, con la doppietta di San Siro in Coppa Italia. Nei due anni trascorsi dal primo trasferimento in bianconero, Caceres è maturato soprattutto dal punto di vista difensivo, integrandosi perfettamente nella difesa degli Invincibili. Terzino destro con la difesa a quattro o esterno di centrocampo nel 3-5-2, l'uruguagio ha sempre spinto con la stessa intensità, pennellando cross importanti e mettendo lo zampino anche nel tabellino marcatori del campionato, con la rete dell'1-0 all'Inter nel girone di ritorno. Jolly preziosissimo che, sono sicuro, farà bene anche in Coppa.

Paolo De Ceglie 7
Il Cavallone, come viene chiamato, diventa finalmente grande. Che Conte avesse un debole per lui era cosa nota, visti gli anni da titolare a Siena, ma la costanza con cui l'ha impiegato durante tutta la stagione è più di un segnale. De Ceglie stava già dando buone indicazioni lo scorso anno, nella prima parte di stagione, quando la Juve sembrava ancora in corsa per qualcosa di dignitoso, poi il crac col Milan a San Siro, nella sua migliore partita in carriera, aveva rovinato tutto.
In questa stagione la crescita di De Ceglie è stata regolare, e negli ultmi mesi il ragazzo ha giocato con continuità, sia di minutaggio che di rendimento, mostrando sempre più incisività nelle sgroppate sulla fascia sinistra. Il tutto condito da buoni cross e anche un gol, nel pareggio interno con il Chievo.

Marcelo Estigarribia 6
Alla fine della campagna acquisti, il paraguagio era un po' l'oggetto misterioso. Chi l'aveva visto la scorsa estate in Coppa America ne parlava molto bene, e la curiosità attorno a lui era tanta.
A conti fatti si può dire che, degli acquisti di questa stagione, Estigarribia si è rivelato il meno riuscito: la generosità è innegabile, così come la tenuta atletica, ma in più di un'occasione il paraguaiano si è dimostrato non all'altezza del resto della squadra, soprattutto dal punto di vista tecnico. Un gol anche per lui, oltretutto importante, nella rimonta di Napoli, ma poco altro. La quota per il riscatto fissata dal club che detiene il suo cartellino, il Cerro Porteno, è di cinque milioni. Che spero vengano reinvestiti per ampliare lo stadio.

Emanuele Giaccherini 7.5
Quando la scorsa estate venne perfezionato il trasferimento di Giaccherini alla Juve, furono in molti a ridere.
Invece ora a ridere è lui, fresco di convocazione per il pre-ritiro azzurro. Giaccherini è arrivato con tanta umiltà da una realtà calcistica minore come quella di Cesena, ma sin da subito si è guadagnato la stima di Conte (la conferenza stampa "apologia del Giaccherinho" è ormai celebre) e il rispetto di tutti gli addetti ai lavori. Il momento migliore è arrivato a cavallo tra i due gironi, con gol e giocate importanti sia in campionato che in Coppa Italia. Un anno d'esordio più che positivo, e sono sicuro che Giaccherinho saprà confermarsi anche il prossimo anno.

Eljero Elia 6
Non me la sento di dargli l'insufficienza, non solo perché Elia non ha mai avuto veramente la possibilità di esprimersi con continuità, ma perché in quei pochi sprazzi di campo, il ragazzo ha dimostrato di tenerci. Negli ultimi venti minuti del ritorno col Novara, a gara già abbondantemente vinta, il suo desiderio di segnare, di farsi vedere, aveva qualcosa di commovente.
Con ogni probabilità non verrà riconfermato, e questo un po' mi dispiace, perché un'altra possibilità se la meriterebbe tutta. Peccato veramente.

Fabio Quagliarella 7
Per Quagliarella è tutto iniziato con un'estate infinita: i postumi dell'infortunio, la convinzione di essere pronto quando in realtà non lo era, Conte che lo ignorava brutalmente (e a ragione, col senno di poi). Gradualmente poi è arrivata la riscossa, con un minutaggio sempre maggiore, fino al fatidico gol contro il Novara che lo ha sbloccato.
Quattro gol totali per il Quaglia, decisivo nessuno. Complessivamente la stagione è positiva, ma da un talento  come il suo forse ci si aspettava qualcosa in più. Personalmente lo terrei, ma se arrivasse qualche offerta importante farei un paio di conti...

Simone Padoin 6
Arrivato a gennaio dall'Atalanta, Padoin non ha avuto molto spazio. D'altronde, come poteva essere altrimenti con la sacrissima trimurti che presidiava il centrocampo juventino? Generoso e dal piede più che discreto, Simone potrebbe rivelarsi molto utile la prossima stagione in ottica turnover.
Un gol anche per lui, però, nell'allegra scampagnata di Firenze a inizio primavera.

Milos Krasic 6
Il desaparecido serbo. L'arrivo di Conte, che del gioco sulle fasce aveva fatto uno dei marchi distintivi del suo gioco, pareva spianargli la strada per una stagione da assoluto protagonista. E in effetti nelle prime partite Conte ci ha provato in tutti i modi a sfruttare la velocità di Krasic, ma una serie di prestazioni inguardabili e la contemporanea ascesa del peso specifico di Vidal hanno relegato Milos a comparsa, fino alla totale esclusione nella seconda parte di stagione.
Ma il 6 politico Krasic se lo merita più degli altri, per il suo gol a Catania. Col senno di poi, l'unica partita che effettivamente meritavamo di perdere si è rivelata proprio quella con l'ottima squadra di Montella. Per cui sullo scudetto e sull'annata degli Invincibili, per quanto piccola e in un angolo del poster, c'è anche la firma di Krasic.

Fabio Grosso 6
Mai una partita giocata. Mai una polemica, mai una parola di troppo. Anche questo significa essere professionisti. Ciao Fabio, e grazie anche a te.

Luca Marrone 6.5
Ventidue anni e tante speranze per questo ragazzo cresciuto da Conte già dai tempi di Siena. Da qualche ora, con i pensieri proiettati alla prossima stagione, si parla di qualcuno adatto a far rifiatare Pirlo per una stagione (si spera) ben più densa di impegni di quella appena conclusa. E se quel qualcuno ce l'avessimo già in casa? Tre partite di campionato da titolare, condite da un gol e un magnifico assist per Giaccherini nell'ultima di andata contro l'Atalanta. Il ragazzo sembra disporre di qualità importanti, non solo sul piano fisico e tattico, ma anche su quello tecnico. Merita una possibilità.

Marco Borriello 7
L'arrivo di Borriello a gennaio lasciò tutti interdetti, non tanto per i dubbi sulla sua tenuta fisica, quanto perché Torino, seppur piena di locali notturni, non ha l'appeal fighetto di Roma o Milano.
Scherzi a parte, per almeno tre mesi l'acquisto di Borriello è sembrato assolutamente privo di qualsiasi significato. Sino al fatidico gol di Cesena, una rete dal peso specifico enorme per come si stava mettendo la partita. Da quel momento Marco ha centrato prestazioni molto positive, condite dal secondo gol contro il Novara e dallo zampino sull'autogol di Canini, che sostanzialmente ha sigillato la vittoria dello scudetto.
Probabilmente questo finale gli varrà il riscatto per la prossima stagione.


Allenatore:

Antonio Conte 10
Questo scudetto è totalmente suo.
Perché è arrivato dopo gli anni più neri (benché non se ne fosse mai andato, visto l'uso reiterato del "noi" anche quando allenava Siena, Arezzo e compagnia) raccogliendo una società a pezzi, sfibrata fisicamente ma soprattutto totalmente dimentica di ciò che da sempre significa essere la Juventus.
Perché da fondamentalista del modulo a 4, come era stato dipinto, ha cambiato impostazione tattica almeno tre volte nella stagione, con risultati eccezionali, dimostrando ai puri teorizzatori che la tattica va piegata agli uomini e alle qualità di cui si dispone, e non viceversa.
Perché ha saputo infondere fiducia e consapevolezza nei propri mezzi in giocatori fin troppo bersagliati, come Bonucci e Buffon stesso.
Perché ha trasformato una squadra ormai incapace di vincere in una squadra letteralmente incapace di perdere.
Perché ha dato alla Juventus un gioco già pronto a debuttare in un contesto europeo, sempre votato all'attacco, finalizzato a imporre il proprio ritmo anche quando in vantaggio di uno o due gol, dal primo minuto al novantesimo.
Perché ci ha sempre creduto, fin dall'inizio.
Perché ha saputo costruire una squadra nel vero senso della parola, dove tutti hanno lo stesso valore e la stessa importanza.
Perché non ha mai lasciato nulla al caso, con un perfezionismo e un pragmatismo che sfiorano la maniacalità.
Perché c'è solo un capitano. Lui.


Ringraziamenti speciali a Claudio Ranieri e Amauri Carvalho per aver dimostrato attaccamento ai colori anche dopo aver lasciato la società. Questo scudetto è anche vostro.


Ah, dimenticavo:

Alessandro Del Piero
Può un numero riassumere cosa sia Alessandro Del Piero? No, non può.
Proviamoci con più cifre allora, che non bastano comunque, ma perlomeno gli rendono leggermente più giustizia e non suonano retoriche.

Con la maglia della Juventus:


Record di presenze ufficiali: 704
Record di marcature ufficiali: 291
Record di presenze nei campionati italiani: 513
Record di marcature nei campionati italiani: 208
Record di presenze in Serie A: 478
Record di marcature in Serie A: 188
Record di marcature in Serie B: 20
Record di presenze nelle competizioni UEFA per club: 130
Record di marcature nelle competizioni UEFA per club: 54
Record di stagioni nella Juventus: 19
Record di stagioni da capitano della Juventus: 11
Record di marcature in una singola edizione della UEFA Champions League: 10
Record di reti decisive in assoluto con la maglia della Juventus: 135 gol
Record di minuti giocati: 48.610



Con la maglia della Nazionale:
91 presenze
27 gol

Palmares (provvisorio):
8 Scudetti
4 Supercoppa Italiana
1 Coppa Italia
1 Champions League
1 Coppa Intercontinentale
1 Supercoppa Europea
1 Coppa Intertoto
1 Campionato di Serie B
1 Torneo di Viareggio
1 Campionato Primavera
2 Europei Under21
1 Coppa del Mondo FIFA


Grazie. Trenta volte grazie.