| Perché LeBron non serba rancore ai suoi detrattori... |
Un anno fa, più o meno in questo periodo, si celebrava la vittoria dei Dallas Mavericks, ma soprattutto l'ennesima sconfitta di LeBron James, per la seconda volta vicino al paradiso, e per la seconda volta a casa con le pive nel sacco.
Come scrivevo in merito, l'anno scorso la sconfitta faceva più male. Non tanto perché gli Heat avevano ceduto a una squadra sfavorita ma comunque di ottimo livello, quanto per l'atteggiamento mostrato da LeBron durante l'intera serie: poco convinto, impaurito, a tratti addirittura soggiogato da una tangibile paura di fallire, cosa che puntualmente si era realizzata in sei gare.
Rispetto a 365 giorni fa, nel mondo NBA è cambiato tutto. Per diversi mesi si è rischiato addirittura di non giocarla, questa stagione, e in effetti il tanto temuto lock-out c'è stato. La protesta a oltranza dei giocatori, guidati dall'immortale Derek Fisher, si è protratta sino a Natale, giorno in cui tra un limoncello e l'altro, tra una partita a scopone scientifico e una a tombola, abbiamo potuto gustarci l'inaugurale Knicks - Celtics in diretta.
Ne è seguito un calendario fittissimo, con back to back to back come se piovessero e tante sorprese: a partire dagli Spurs, da due anni dati per morti di vecchiaia e da due anni dominatori incontrastati della competitivissima Western Conference; e poi i redivivi Clippers, storicamente la squadra più sfigata della Lega e quindi meritevole di amore incondizionato.
E gli scornatissimi Heat di LeBron? Oh, da loro non è cambiato quasi nulla. Sempre i Big Three a tirare la carretta, sempre Spoelstra alla guida tecnica, con l'ombra pesantissima del presidente Pat Riley a incombere. Ma con uno Shane Battier in più, il veterano con la testa sulle spalle, professionista esemplare, leader silenzioso ed equilibrato col vizietto della bomba dall'arco.
Per molti esperti, una stagione così anomala avrebbe dovuto portare con sé risultati altrettanto inaspettati. Invece, alla vigilia dell'inizio dei playoff, grossomodo tutte le franchigie erano dove dovevano essere: Heat e Bulls a fare a fette la Eastern, con un plauso all'ennesima ottima stagione dei 76ers di Doug Collins (coach più sottovalutato della lega, a mio modesto parere) e dei giovani Pacers; Spurs e Thunder a giocarsi la supremazia a Ovest, con un'annata assolutamente impalpabile per i campioni in carica e i Lakers. E coi miei Rockets sempre fuori dai giochi per manifesta mediocrità...
Anche i primi turni dei playoff sono stati all'insegna delle conferme: Durant ormai assurto a ruolo di superstar indiscussa, i Bulls che senza Rose valgono un terzo, Spurs e Celtics che strapazzano i ragazzini a suon di esperienza e colpi di catetere. Sino all'attesissimo ultimo atto.
Molti, io compreso, avevano previsto un ritorno in finale per LeBron, con i famelici Thunder di Durant e Westbrook ad aspettarlo. I cosiddetti hater, da sempre cospicua colonia per quanto riguarda i campioni, e verso James particolarmente accaniti, soprattutto dopo The Decision, erano certi: quest'anno a prendersi gioco di LeBron sarebbe stato KD, macchina da punti già da almeno tre stagioni e ormai pronto a indossare il primo anello. E invece...
E invece LeBron ha detto "enough!". Per cui prepariamoci a qualche anno di dominio semi-incontrastato.
L'anno scorso sostenevo che il problema di James fosse... l'allenatore. Nel senso che ad allenarlo non ha mai avuto il grande tecnico che ti fa fare il salto decisivo da fuoriclasse a campione totale e vincente. LeBron non ha mai avuto un Popovich, un Jackson o un Riley alle spalle, tanto per citare i grandi coach storicamente più recenti. Ha avuto buoni allenatori - e checché se ne dica, anche Spoelstra lo è - ma non di più. Per questo auspicavo il ritorno in panchina di Riley, come ai tempi del primo anello degli Heat.
Ma, molto semplicemente, non è stato necessario. La lezione migliore che James potesse avere è stata la sconfitta dello scorso anno. Sono sicuro che LeBron si sia riguardato quella serie dieci, cento, mille volte, oltre ad averla rivissuta in altrettante occasioni nella sua mente, ed è arrivato a questa stagione molto più solido e preparato psicologicamente. E, come dicevo prima, con a fianco Shane Battier, che delle cosiddette intangibles, cioè le giocate che non fanno statistica ma indirizzano la partita, è maestro da sempre. Avere nel quintetto una chioccia di tale esperienza, di tale intelligenza cestistica, ha creato finalmente la giusta alchimia per potersi issare al di sopra di tutti.
Come scrivevo in merito, l'anno scorso la sconfitta faceva più male. Non tanto perché gli Heat avevano ceduto a una squadra sfavorita ma comunque di ottimo livello, quanto per l'atteggiamento mostrato da LeBron durante l'intera serie: poco convinto, impaurito, a tratti addirittura soggiogato da una tangibile paura di fallire, cosa che puntualmente si era realizzata in sei gare.
Rispetto a 365 giorni fa, nel mondo NBA è cambiato tutto. Per diversi mesi si è rischiato addirittura di non giocarla, questa stagione, e in effetti il tanto temuto lock-out c'è stato. La protesta a oltranza dei giocatori, guidati dall'immortale Derek Fisher, si è protratta sino a Natale, giorno in cui tra un limoncello e l'altro, tra una partita a scopone scientifico e una a tombola, abbiamo potuto gustarci l'inaugurale Knicks - Celtics in diretta.
Ne è seguito un calendario fittissimo, con back to back to back come se piovessero e tante sorprese: a partire dagli Spurs, da due anni dati per morti di vecchiaia e da due anni dominatori incontrastati della competitivissima Western Conference; e poi i redivivi Clippers, storicamente la squadra più sfigata della Lega e quindi meritevole di amore incondizionato.
E gli scornatissimi Heat di LeBron? Oh, da loro non è cambiato quasi nulla. Sempre i Big Three a tirare la carretta, sempre Spoelstra alla guida tecnica, con l'ombra pesantissima del presidente Pat Riley a incombere. Ma con uno Shane Battier in più, il veterano con la testa sulle spalle, professionista esemplare, leader silenzioso ed equilibrato col vizietto della bomba dall'arco.
Per molti esperti, una stagione così anomala avrebbe dovuto portare con sé risultati altrettanto inaspettati. Invece, alla vigilia dell'inizio dei playoff, grossomodo tutte le franchigie erano dove dovevano essere: Heat e Bulls a fare a fette la Eastern, con un plauso all'ennesima ottima stagione dei 76ers di Doug Collins (coach più sottovalutato della lega, a mio modesto parere) e dei giovani Pacers; Spurs e Thunder a giocarsi la supremazia a Ovest, con un'annata assolutamente impalpabile per i campioni in carica e i Lakers. E coi miei Rockets sempre fuori dai giochi per manifesta mediocrità...
Anche i primi turni dei playoff sono stati all'insegna delle conferme: Durant ormai assurto a ruolo di superstar indiscussa, i Bulls che senza Rose valgono un terzo, Spurs e Celtics che strapazzano i ragazzini a suon di esperienza e colpi di catetere. Sino all'attesissimo ultimo atto.
Molti, io compreso, avevano previsto un ritorno in finale per LeBron, con i famelici Thunder di Durant e Westbrook ad aspettarlo. I cosiddetti hater, da sempre cospicua colonia per quanto riguarda i campioni, e verso James particolarmente accaniti, soprattutto dopo The Decision, erano certi: quest'anno a prendersi gioco di LeBron sarebbe stato KD, macchina da punti già da almeno tre stagioni e ormai pronto a indossare il primo anello. E invece...
E invece LeBron ha detto "enough!". Per cui prepariamoci a qualche anno di dominio semi-incontrastato.
L'anno scorso sostenevo che il problema di James fosse... l'allenatore. Nel senso che ad allenarlo non ha mai avuto il grande tecnico che ti fa fare il salto decisivo da fuoriclasse a campione totale e vincente. LeBron non ha mai avuto un Popovich, un Jackson o un Riley alle spalle, tanto per citare i grandi coach storicamente più recenti. Ha avuto buoni allenatori - e checché se ne dica, anche Spoelstra lo è - ma non di più. Per questo auspicavo il ritorno in panchina di Riley, come ai tempi del primo anello degli Heat.
Ma, molto semplicemente, non è stato necessario. La lezione migliore che James potesse avere è stata la sconfitta dello scorso anno. Sono sicuro che LeBron si sia riguardato quella serie dieci, cento, mille volte, oltre ad averla rivissuta in altrettante occasioni nella sua mente, ed è arrivato a questa stagione molto più solido e preparato psicologicamente. E, come dicevo prima, con a fianco Shane Battier, che delle cosiddette intangibles, cioè le giocate che non fanno statistica ma indirizzano la partita, è maestro da sempre. Avere nel quintetto una chioccia di tale esperienza, di tale intelligenza cestistica, ha creato finalmente la giusta alchimia per potersi issare al di sopra di tutti.
Che James fosse un giocatore diverso dall'anno scorso, d'altronde, si è capito prima della finale. Sotto 3-2 contro Boston in semifinale, ho detto "ok, ora se è davvero un grande, vince la serie da solo e si va a prendere l'anello". E così è stato. Il Prescelto si è caricato gli Heat sulle spalle, ha ribaltato la serie vincendo 4-3 e, approdato in finale, quest'anno non c'è stata proprio partita. 4-1 è un risultato abbastanza netto, ma in realtà la supremazia degli Heat è stata, se possibile, ancora più evidente di quanto i numeri lascino intendere. Perché semplicemente LeBron e soci non hanno mai dato possibilità ai Thunder (comunque valorosi avversari e col futuro dalla loro per talento, carta d'identità e consapevolezza) di rientrare in corsa. D'accordo, i ragazzacci di Brooks sono stati bravi a prendersi gara 2 in Florida e, a parte gara 5, le partite sono sempre state tiratissime sino alla fine. Ma stavolta LeBron e compari non hanno sbagliato una singola giocata importante. Ogni pallone, ogni azione difensiva, ogni contropiede, sono stati eseguiti alla perfezione, e ogni giocatore ha dato il suo contributo importante, da Chalmers al già citato Battier. Dal canto loro i Big Three hanno fatto ampiamente il loro dovere: Bosh tornava dall'infortunio e, nonostante fosse ancora in convalescenza, ha mostrato una solidità fondamentale per la vittoria, mentre Wade ha accettato di buon grado di cedere tutti i riflettori a colui che voleva disperatamente quell'agognatissimo anello, ossia The Chosen One.
Stavolta non ci sono stati dubbi, sin dal primo palleggio di gara 1. Lo sguardo di LeBron era intenso e concentrato come non mai, e ciò si rifletteva nel suo gioco. Non avrà mantenuto i trenta di media, ma è sempre stato presente in ogni zona del campo nei momenti giusti. C'è da mettere il tiro in sospensione che ti spezza il break dell'avversario? Eccolo. C'è da aprire la difesa scaricando sul perimetro? Ecco che fionda il pallone nelle mani sapienti di Battier. C'è da mostrare i muscoli? Ecco che svetta su tutti afferrando un rimbalzo in mischia. Le prestazioni di James sono state totali, proprio come totale è il suo gioco. Con un simile "focus", come dicono gli americani, arrivare all'anello è sembrato addirittura piuttosto semplice, per noi comuni mortali che non sappiamo volare.
Ed è giusto così. Sarebbe stato forse lo scandalo più enorme della storia cestistica non vedere un anello al dito di LeBron.
Il problema è che ora il ragazzo si è abituato, e mi sa che per un po' di anni dovremo abituarci anche noi. Anche perché, visto che parlando di James si tende costantemente a evocare lo spettro di sua ariosità Michael Jordan, è bene ricordare che LeBron è arrivato al suo primo anello un anno prima rispetto a MJ. E a LeBron non gliene frega nulla del baseball, quindi scordatevi di vederlo girare in pullman con squadre dilettantistiche di Miami a coprirsi di ridicolo. Io vi ho avvisati...
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