Joe Satriani - Steve Vai - Steve Morse- G3 (Gradassi 3) in Offenbach, 21/07/2012



 La geometria euclidea si basa sui cosiddetti assiomi, proposizioni assunte come vere senza le quali l'intero castello non reggerebbe. Per parlare del G3, il "supergruppo" chitarristico messo in piedi da Joe Satriani una quindicina di anni fa, occorre adottare lo stesso approccio. In questo caso l'assioma è uno solo: il G3 è una gara a chi ce l'ha più lungo, e non mi riferisco al fretboard. Una volta assimilato questo semplice concetto, ci si può approcciare a un concerto del trio con la corretta predisposizione mentale e uditiva.

Arrivo al luogo del concerto, una grossa sala conferenze in periferia di Offenbach, e la prima cosa in cui mi imbatto, purtroppo, è un tizio in fin di vita. Un'equipe di paramedici tenta di rianimarlo con il massaggio cardiaco, ma le premesse non sono buone. Non sono uno sciacallo morboso di quelli che mettono il muso in ogni luogo che subodori di disgrazia, ci tengo a sottolinearlo perché non si sa mai. Destino vuole che il poveretto sia proprio nel corridoio che porta ai bagni, dove mi sto recando per la consueta, apotropaica pisciatina pre-concerto. In quel secondo scarso in cui il mio sguardo cade sul malcapitato, intravedo una grossa cicatrice ad altezza del petto. Insomma, sembra che lo sfortunato spettatore non sia nuovo a un cuore ballerino. Sul momento cerco di sdrammatizzare: Steve Vai non è ancora salito sul palco e già si contano le prime vittime. Ma non ci riesco. Per qualche minuto prevale un'infinita tristezza, e quando torno in sala, ripassando inevitabilmente da quel corridoio, noto un misericordioso paravento, sistemato per tenere lontani gli sguardi perversi dei suddetti sciacalli. I medici sono ancora lì, e cercano disperatamente di convincere quel dannato cuore a riprendere il suo ritmo. Mi auguro davvero che ci siano riusciti.

Torniamo però ai nostri assiomi di chitarrismo non euclideo. Il concerto parte con puntualità disarmante, e attorno alle 20:00 sale sul palco la prima G: quella di Steve Morse.
Chiariamo anche che la mia conoscenza dei tre membri del G3 è prossima allo zero. Il mio è stato un esperimento dove la "cavia" ero io stesso. Lo scopo era isolare le mie possibili reazioni in un contesto gloriosamente pacchiano e verificare eventuali danni fisici e psichici.
Ma parlavamo della mia pressoché nulla competenza riguardo al famigerato trio. Così quando Morse sale quasi timidamente sul palco e inizia a suonare, senza dire una parola, non sono più sicuro di trovarmi ad assistere a un G3. Il suono è ampolloso e vagamente neoclassico come uno si aspetta da "certo tipo" di musicisti, ma le pacchianerie sono ridotte al minimo. Per essere a un G3, Morse suona quasi con sobrietà, e anzi, in alcuni momenti forse il pubblico è più stregato dall'irruenza bassistica del veramente ottimo Dave LaRue che non dal chitarrista. Tra un brano e l'altro, di cui ignoro bellamente i titoli, Morse saluta calorosamente il pubblico e ringrazia per il supporto dato alla musica strumentale, in particolare a quella chitarristica. I trascorsi di Morse tra le fila dei Deep Purple portano inevitabilmente a un ricordo per Jon Lord, scomparso pochi giorni prima. Ovazioni, com'è giusto che sia. Sarà l'unico del trio a ricordarlo. Evidentemente gli altri due sono troppo presi dal confronto dei rispettivi piselli per poter omaggiare il tastierista. Pazienza...

L'esibizione di Morse prosegue piacevolmente sino all'ultimo brano, uno strumentale solo chitarra e basso. Esecuzione tecnicamente ineccepibile, ha però una melodia che personalmente mi sa molto di incompiuta. Insomma, poteva esserci una scelta migliore per la chiusura del proprio segmento di concerto, ma sono opinioni. Avevo letto che mediamente i musicisti sfornavano tre o quattro pezzi ciascuno, ma a memoria ricordo almeno nove brani di Morse, per un'ora abbondante di esibizione. Insomma, la cosa sembra andare per le lunghe.

Pausa. Sul palco si avvicendano gli strumenti delle rispettive band, poi dopo una decina di minuti le luci si abbassano di colpo e parte un richiamo tipo fischietto per cani, solamente fatto con la chitarra. E già si definiscono tutte le linee programmatiche dell'ora di concerto che segue. Non appena si accendono i riflettori, ecco sbucare Steve Vai, e in quel momento torno sulla Terra, a Offenbach, al concerto del G3. Il chitarrista si presenta con un caschetto di capelli nerotinti di pavarottiana matrice, camiciola da Bee Gees in pensione e gilerino senza maniche da Dik Dik in stato terminale. Eppure si atteggia come il meglio figo sulla Terra. Ma, tornando agli assiomi di inizio intervento, capisco che è normale: l'ottantinismo è auto-referenziale, nel senso che se la canta e se la suona da solo. E così sono anche gli ottantini, cioè quelli che gli anni Ottanta se li sono vissuti, o meglio, li hanno subiti tutti, e dai quali non sono mai usciti. Per cui a questo concentrato di squallore ammiccante, gran parte del (mediamente attempato) pubblico risponde con urla di approvazione ed esaltazione generale.

Provo quindi a dargli una possibilità, ma non c'è niente da fare: l'intera esibizione di Vai è di una terronaggine da far impallidire anche gli idioti che sfrecciano ai 20 all'ora per le stradine di Zeil, giusto per far sgasare la propria Ferrari e illudersi di possedere una potenza sessuale. Persino squarci melodici di indubbio fascino, come Tender Surrender (l'equivalente tamarro della Europa di Carlos Santana) o Whispering a prayer, che profuma del Frank Zappa più romantico di "Joe's Garage", vengono vergognosamente impiastrati dai ripetuti, inutili, dannosi virtuosismi di Vai. Effetti che, se infilati nel giusto contesto, potrebbero avere un loro perché, vengono esasperati allo sfinimento e compressi forzatamente in svisate non solo inutili, ma proprio sgradevoli all'orecchio, tanto puzzano di mero orpello masturbatorio.

Non mi pronuncio, invece, sul finale, dove un Vai completamente dimentico dei freni inibitori, e in generale del senso del bello, inizia a suonare con la lingua leccando praticamente tutto il fretboard.
A fine esibizione sono fisicamente esausto, acusticamente provato e anche un po' disgustato. E manca ancora un chitarrista, nonché la tanto attesa esibizione collettiva.

Approfitto della pausa per cercare di rigenerarmi, anche se le speranze sono poche. Però quando si spengono le luci per la terza volta, qualcosa sembra cambiato. Il ritmo è coinvolgente, la melodia non male. Certo, la chitarra è sempre sul filo della tamarraggine, ma in qualche modo non precipita di sotto. Alla fine del primo pezzo di Satriani mi tocca applaudire convinto. Intendiamoci, non penso comprerei mai un suo disco, ma dopo un'ora di maroni lacerati a colpi di plettro sarebbe bastato anche molto meno per esaltarmi.

E comunque il buon Joe crea un sound nettamente più coinvolgente con la sua Ibanez (chitarra terrona per antonomasia). Certo, il virtuosismo facile è sempre dietro l'angolo, ma sempre di G3 si parla. Tenuto conto di ciò, l'ultima esibizione solista scorre via che è un piacere, grazie anche all'indubbio carisma di Satriani, che è sì piacionico fin che si vuole, ma ha anche un certo buon gusto, se in questo contesto di buon gusto si può parlare. Posso dire di essere rinfrancato? Forse sì, perché Satriani ha l'indubbio merito di contestualizzare il proprio virtuosismo e, in un certo modo, incastonare il proprio ego - comunque smisurato - all'interno di una struttura che ne legittima il senso, con un inizio e una fine, senza derive masturbatorie.

Sono ormai le 11, e dopo tre ore di concerto arriva quindi l'esibizione col trio riunito. Ho studiato prima di affrontare questo G3, e so che generalmente la trimurti si lancia in cover più o meno celebri rivisitate in chiave "chitamarristica", se mi concedete il neologismo.
Ma prima c'è il tempo per un puntuale intervento della giustizia divina, o del karma se siete atei. Durante il soundcheck, infatti, la chitarra di Vai si zittisce e sembra non ci sia modo di farla suonare. Siparietto para-comico inevitabile. "You never taught me that", dice Vai rivolto a Satriani. Scoprirò solo qualche giorno dopo che, nonostante sembri suo nonno, Vai è (di poco) più giovane di Satriani e che quest'ultimo lo ha avuto come allievo per qualche tempo. Chissà come ci si sente a scoprirsi corresponsabili di tanto cattivo gusto? E' una posizione che non invidio.
Dicevamo, dopo il siparietto si decide che, almeno per il primo pezzo, Vai sarà il cantante, con licenza di sboronare con la chitarra di Satriani ogni tanto. E si parte con la fulminante You Really Got Me dei mai troppo lodati Kinks. L'esecuzione è energica e, ovviamente, più dilatata rispetto all'originale, in modo tale da permettere al trio di confrontare per l'ennesima volta le lunghezze dei rispettivi membri. Giunto il turno del proprio assolo, dopo aver cantato nemmeno molto malamente le strofe della canzone, Vai si sistema alle spalle di Satriani (e in un contesto di misurazioni di pene, la cosa non dev'essere molto piaciuta a Joe) e tamarreggia sulla sua Ibanez.

Il "supergruppo" infine chiude pescando dal repertorio del buon vecchio Neil Young, e sfodera una versione veramente cazzuta di Rockin' in the Free World. Stavolta tocca a Satriani cimentarsi alla voce, con Vai ai cori. Ci voleva un po' di rock puro e tradizionale, naturalmente reinterpretato con vertiginosi gorgheggi chitarristici rimpallati da un chitarrista all'altro, per chiudere un concerto tecnicamente ineccepibile, ma molto ondivago sotto il profilo puramente emozionale. Non male Morse, bocciato con convinzione Vai, promosso con qualche riserva Satriani per quanto riguarda le esibizioni soliste, la jam session invece riscuote applausi, un po' perché il trio viene parzialmente, ma necessariamente, imbrigliato nella struttura della canzone, un po' perché i pezzi scelti sono splendidi di loro.

Li rivedrei dal vivo? Probabilmente no. Sono soddisfatto a fine concerto? Complessivamente sì, soprattutto tenendo conto delle premesse fatte a inizio intervento. E' un mondo molto lontano dalla mia idea di suonare e volendo anche di intrattenimento, credo sia proprio un approccio completamente diverso a monte. Ma, dopotutto, non mi è dispiaciuto assistere a un'esibizione di questo tipo; pur non sentendomene parte, non disdegno mai la possibilità di vivere esperienze inedite, soprattutto in ambito musicale. Di certo però non compro la maglietta celebrativa, come invece sono solito fare a ogni concerto rock: non è solo una questione di scarsa affinità con questo tipo di approccio musicale, è che mi vergognerei ad andare in giro con la faccia di Vai o di Morse su una maglia, anche se fossero i più grandi geni chitarristici di questo mondo. Sperimentare sì, ma fino a un certo punto.

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