Muse - The 2nd Law

Con certi artisti, la collocazione delle canzoni in un disco è determinante, e non mi riferisco solo all'idea di concept album e via dicendo. Per alcuni addirittura è indicativo della natura stessa degli artisti. Da questo punto di vista si può dire che con i Muse arriviamo quasi al profetico.

Era il 2006 e il trio inglese aveva appena dato alla luce un disco veramente piacevole e variegato quale Black Holes and Revelations. Tra una dolce Starlight e una splendida Hoodoo, ecco che come chiusa del disco arrivava Knights of Cydonia, una canzone tutt'altro che malvagia, ma con una concentrazione di pacchianeria (video compreso) che poteva provocare qualche timore ai più pessimisti.
Inquietanti presagi di ciò che si sarebbe poi rivelato The Resistance (2009), la prova del nove per la teoria che, da tanti piccoli segnali, stavo maturando da tempo. Formazione a tre, contaminazioni classiche, virtuosismo individuale, gusto per il pacchiano e le giacche con paillette in ascesa vertiginosa... brani come Uprising o l'irritante quanto inutile coda chopiniana di United States of Eurasia non lasciavano più spazio a ulteriori dubbi: i Muse erano diventati gli Emerson, Lake & Palmer degli anni Duemila. Perché ogni generazione ha gli ELP che si merita, e forse a noi è andata ancora abbastanza di lusso.

E allora cosa ci si poteva aspettare da questo nuovo disco? Personalmente da qualche anno a questa parte mi avvicino ai Muse con lo stesso atteggiamento con cui uno scottato d'amore prova a lanciarsi in una nuova storia: con aspettative non propriamente altissime, ma nel contempo con la speranza di poter provare nuovamente delle belle sensazioni. Ed è esattamente con questo stato d'animo che mi preparo al primo ascolto di The 2nd Law.


Piccola premessa: a me va benissimo che il sound di una band che amo vari nel tempo, e che si battano nuove strade. Non mi va bene quando il cambiamento non è evoluzione, ma involuzione, se non degenerazione. Non dico che sia meglio copiare se stessi all'infinito, altrimenti si diventa Ligabue o, frizzi e lazzi, gli Iron Maiden (non venitemela a raccontare, sono trent'anni che i Maiden sfornano sempre lo stesso disco. Punto), ma è altrettanto sbagliato concedersi delle derive troppo estreme se non si è in grado di nuotare come Michael Phelps. Perciò se mi va di parlare male di una canzone, non lo faccio perché sono affezionato ai vecchi Muse (e lo sono, ma non per passatismo), ma perché quella canzone fa obiettivamente, oggettivamente, universalmente cagare. Fine.

Ma si parlava di collocazione delle canzoni, giusto? Via con la opener, allora. Supremacy è un condensato dei Muse che amo: potenza, solennità, falsetto come se piovesse e la grandeur tipica della band, quella buona e giusta che sa quando fermarsi per non precipitare nello stucchevole. Che The Resistance sia stato solo un episodio? A fine brano sono quasi rinfrancato dalle porcherie ascoltate nel precedente album, ed è esattamente in quel momento che commetto l'errore che faccio sempre quando le cose vanno bene/mi innamoro: abbasso le difese, mi espongo. Per venire pugnalato alle spalle da Madness, dalla sua pochezza generale, dal suo testo per ragazzine appena iniziate all'amore, da sonorità da club con velleità da fighetto che ti aspetti in un varietà del sabato sera della Rai con Fabrizio Frizzi - che peraltro stimo - come conduttore. Ci risiamo? Sì, ci risiamo.

L'agonia non accenna a calare, ma anzi aumenta, con Panic Station, roba che nemmeno i Queen peggiori - o meglio, i Queen meno migliori, perché i Queen di cose brutte non ne hanno mai fatte - di Hot Space hanno saputo proporre (e tra parentesi, di pezzoni come Action this Day o Las Palabras de Amor in The 2nd Law non c'è nemmeno l'ombra, tanto per mettere le cose in chiaro). Per arrangiamenti e tono, il brano ricorda Supermassiccio di Elio e le Storie Tese, che guardacaso parodiava il titolo di una canzone dei Muse, Supermassive Black Hole. Giusto perché, come dico sempre, le coincidenze non esistono.

Ma non basta. Il filotto prosegue con Survival, che diventa a pieno titolo l'inno più brutto della storia delle Olimpiadi. Fonti molto attendibili riportano che l'iscrizione sulla lapide di De Coubertin, il padre delle Olimpiadi moderne, ora reciti "L'importante non è vincere, ma mettere da parte un po' di buon gusto". Naturalmente, come ogni buon inno che si rispetti, ci dev'essere un Prelude, che in questo caso attinge sinistramente al Concerto N.2 di Rachmaninoff, ma senza copiarlo paro paro come Eric Carmen fece per la sua All by Myself. Peccato, perché Carmen aveva copiato piuttosto bene.

Dopo un poker del genere, l'onesta Follow Me giunge all'orecchio come la più squisita delle melodie. E in effetti il brano in sé non è male. Trattasi fondamentalmente di uno scontro frontale tra i momenti meno infelici di The Resistance e alcune suggestioni tastieristiche di quel gran pezzo che è Bliss, ma totalmente ripulito dalla sacra furia degli esordi per far spazio all'inutile diabete post-adolescenziale che caratterizza i Muse da circa un lustro a questa parte.

A questo punto parte un delicato arpeggio che profuma di Radiohead, non tanto armonicamente quanto per i 5/4 del ritmo e per il coinvolgente accompagnamento di batteria sincopata. Una linea melodica felicissima e un crescendo di raro impatto emotivo non lasciano spazio a dubbi: Animals è semplicemente una delle cose più belle mai scritte da Bellamy e soci. Ed è qui che sulla delusione si innesta la rabbia. Perché i Muse sono bravi, diamine. Sono molto bravi. E questo pezzo lo dimostra in maniera beffarda, quasi mortificante per chi li ascolta.

Anche perché pochi secondi dopo si riprecipita nel barattolo di glassa e prevedibilità in cui già si sguazzava a fatica fino a un paio di brani prima. Explorers è la classica ballata da ascoltare mano nella mano con la propria ragazza subito dopo aver finito i compiti o poco prima di salutarsi per tornare a casa a preparare la cartella. La linea melodica ricorda fin troppo la vecchia, iperglicemica Invincible, che negli anni è un po' diventata l'inno dei ragazzini che finalmente trovano una reciproca via d'uscita dall'autoerotismo. Naturalmente in questo caso, oltre alla necessità di un'immediata iniezione di insulina, si aggiunge l'aggravante del "già sentito".

Big Freeze è un po' il manifesto di quel che sono i Muse oggi: una melodia di pronto consumo, qualche chitarra elettrica qua e là per piacere ancora a presunti rockettari di poche pretese e qualcosa che "collapsa" su qualcos'altro, in perfetto stile dei testi post-Twilight della band inglese.

Ma sarebbe ingeneroso dire che in The 2nd Law non c'è niente di nuovo. Save Me e Liquid State infatti portano la firma e la voce del bassista Chris Wohlstenholme. Non era mai successo prima. E ascoltandole si capisce anche il motivo: parafrasando il buon Walter Fontana, Save Me potrà essere ricordata solo per la sua istantanea dimenticabilità, mentre Liquid State mi riporta alla mente le pagine più noiose dei Dream Theater di Octavarium, anche come linea vocale, ma è priva dell'unica cosa che rendeva quei brani un minimo interessanti: i tempi dispari. Maybe next year, Chris...

Ridendo e scherzando (per i motivi sbagliati), il disco si avvia alla conclusione, con la bivalve Unsustainable e Isolated System a illustrare la famosa Seconda Legge che dà il titolo al disco. Tralasciando gli ormai inevitabili riferimenti del testo alla società attuale (ma le major li obbligano per contratto a fare gli impegnati, i loro artisti???), abbiamo una doppietta discretamente confortante. Soprattutto nella strumentale Isolated System, che fa da epilogo al disco, si avvertono nel pianoforte regolare e ossessivo gli echi di quei Muse sanguigni e saturi di sacra urgenza che credevamo di aver perso per strada. Quel fuoco che si intravede sotto le ceneri degli incendi spenti solo in superficie. Per questo, nonostante The 2nd Law sia abbastanza agli antipodi da quello che comunemente definirei un gran disco, continuo a coltivare una certa speranza. Se nelle pacchianerie di Knights of Cydonia si potevano trovare i semi di quello che sono i Muse oggi, mi piace pensare che, nascosta tra le pieghe del piano martellante di Isolated System e tra le paillette delle giacche cartarifrangenti di Bellamy, ci sia quella band viscerale e sincera che avevo imparato ad amare.

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