Juve 2011-2012: speranze, timori e spremute di testicoli

Le tre giovani promesse della nuova Juve


Più o meno ventiquattro ore fa mi sono lasciato trascinare dalla rabbia e dall'impulsività, lo ammetto: il mancato arrivo del tanto agognato e necessario difensore centrale, dopo settimane di voci e nomi, mi ha fatto imbestialire. In quel momento sostanzialmente ho dato dell'incapace a Beppe Marotta e al suo staff. E' un mio difetto, non mi capita raramente di lasciarmi trascinare dalla pancia e non dal cervello.
Trascorso un giorno, ho potuto ragionare a mente fredda, farmi un'idea più ponderata, e sono giunto a una conclusione: Marotta e il suo staff sono degli incapaci. Per una serie di motivi:

- una grande squadra o presunta tale non si riduce ad aspettare l'ultima settimana di mercato per comprare un tassello fondamentale (il già citato centrale difensivo). Perché rischia di rimanere a bocca asciutta, come puntualmente è avvenuto, ma soprattutto perché non ha tempo materiale per inserirlo nei propri meccanismi.

-una grande squadra o presunta tale non può non riuscire a cedere mezzo giocatore. Escluso Sissoko, venduto per una ciliegia a un club talmente ricco e calcisticamente ignorante da spendere 45 milioni (QUARANTACINQUE!!!) per Pastore (PASTORE!!!), Marotta e compagnia hanno solo sbolognato prestiti di cui ci si accollerà l'ingaggio (leggi "paghiamo un giocatore per giocare con un'altra squadra") e operato rescissioni. Mi riesce difficile pensare che non ci fosse mezza squadra disposta a spendere mille euro per Grygera o Tiago. In Cina han dato qualcosa come 15 milioni all'anno a un giocatore sudamericano che non conosce nemmeno sua madre. Se uno si ferma a riflettere, è qualcosa che va oltre ogni logica.

- una grande squadra o presunta tale non compra dieci giocatori medio-buoni a sessione di calciomercato. Compra 2-3 fuoriclasse, pardon, top playerssss per voi che non masticate l'inglese. Stop. Da due anni a questa parte, in mezzo a scarponi comprovati (Grosso, Traoré, Martinez, aggiungere a piacere) sono stati acquistati buoni calciatori (Quagliarella, Matri) e onesti artigiani del pallone (Pepe, Sorensen). Pirlo è un fuoriclasse, d'accordo, ma per quanto ignobile fosse il tasso tecnico del nostro centrocampo prima del suo arrivo, non può da solo rivoluzionare una squadra, e nel caso specifico della Juve renderla decente. E per favore, non mi si venga a dire che Krasic è un fuoriclasse, tutto ma non questo.
Serve un centrale? "Pronto, Manchester United, quanto costa Vidic? Cosa? E' incedibile? Lei non sa chi sono io, io sono la Juventus!". E il giorno dopo Vidic è a fare il servizio fotografico in bianconero tweetando dal nuovo stadio meraviglia tecnologica dalla connessione ultraveloce. 


Già, "lei non sa chi sono io, sono la Juventus". Marotta di sicuro non lo sa o fa finta di niente. 
Non so cosa aspettarmi da questa stagione alle porte, e francamente nemmeno so cosa augurarmi. Il campionato italiano diventa ogni anno più povero di campioni e talento, il che potrebbe rivelarsi positivo perché avvicina il resto delle squadre alla nostra pochezza. 

Ma ad oggi, 1 settembre 2011, la Juve è un punto interrogativo dalla natura ancora più indecifrabile di quella del ritorno in Serie A. Portieri esclusi, la difesa è un'incognita, per non dire una mezza strage: Chiellini non ha né la classe, né il carisma per guidarla, Bonucci fa tenerezza. Credo che Lichtsteiner farà bene, per quanto riguarda Reto Ziegler bisognerà sperare nella sua professionalità. Preso un paio di mesi fa, è già finito in lista partenti con un comportamento francamente allucinante da parte della società. E' rimasto, ok, ma con quale spirito??? A questo punto se io fossi Conte avrei i capelli... volevo dire, se fossi Conte giocherei il jolly e a fianco di Chiellini lancerei titolare Sorensen. Sorensen che abbiamo rischiato di perdere pochi minuti prima della fine del calciomercato, scambiato con Andreolli. Mi astengo da ogni commento perché sono un lord.

Centrocampo? Accenderò un cero ogni giorno per preservare i sacri piedi di Pirlo, primo centrocampista fuoriclasse acquistato dalla Juve dai tempi di Camoranesi. Che poi, acquistato... è arrivato a parametro zero, non sia mai che Marotta spenda soldi per un fuoriclasse, si rovinerebbe un curriculum altrimenti immacolato.
Tutto dipenderà da lui. Vidal ed Elia sono indubbiamente talentuosi, ma se il primo deve essere prima di tutto collocato al posto giusto nella mediana, il secondo è ancora parecchio grezzo. Speriamo di non bruciarlo.
Confido nella definitiva consacrazione di Marchisio (sarebbe anche ora) nonché in una svegliata per Krasic. Le famigerate vacanze le ha fatte, ora deve dimostrare che non si è trattato di un fuoco di paglia autunnale, e la concorrenza dello scalpitante Elia non può che fargli bene.

In un contesto del genere, il parco attaccanti si bea di un'abbondanza quasi pornografica. E' arrivato Vucinic, che se presente mentalmente può vantare una versatilità offensiva ineguagliabile. E' tornato Quagliarella, che tanto ci aveva fatto sognare prima dell'infortunio, ma che ora è spaventosamente ignorato da Conte. E poi c'è l'ottimo Matri, che si spera ripeta i fasti della scorsa stagione. E' rimasto anche Toni, che nel modulo a dodici attaccanti di Conte potrebbe ritagliarsi uno spazio importante. Dal canto suo, Alex può anche giocare da fermo, tanto qualche applauso (gli ultimi?) lo strapperà senz'altro. Confido anche in una riappacificazione col piastrato Amauri, dopo il gran rifiuto al Marsiglia. Iaquinta quasi non vorrei nominarlo, tanto non giocherà mai. Per fortuna.

E l'allenatore? Di Conte si è detto che è l'uomo giusto, che incarna perfettamente la juventinità, quella vera. Lo si disse anche di Ferrara, da cui le spremute accennate nel titolo. Ma rispetto a Ciro, la cui sacralità nel pantheon bianconero non è comunque mai stata in discussione, Conte parte con anni di esperienza come allenatore, quasi tutti con ottimi risultati, e con un'impostazione di gioco ben precisa (un classico 4-4-2, benché molti si ostinino a chiamarlo 4-2-4, forse perché fa più esotico. Un po' come top playersss). Anche caratterialmente sembra molto meno accondiscendente di Ferrara, sia con i giocatori che con i media. Ovvero, difficilmente lo vedremo preso per i fondelli da un Salvatore Bagni qualsiasi.
Le incognite sono tutte su come gestirà gli uomini e il loro posizionamento, visto che tra le mani ha nuovi giocatori di difficile collocazione (Vidal, Elia), equivoci tattici ereditati (Marchisio) e ruoli lacunosi (centrale da affiancare a Chiellini e il terzino sinistro).

Non mi permetto di sperare, men che meno mi permetto di fare previsioni. 365 giorni fa si diceva "mal che vada, non si farà peggio del 2010". E invece, nella sfrenata caccia a nuovi primati, ci siamo riusciti. Per cui mi limiterò a tifare, imprecare, sussultare e magari anche saltare. Possibilmente di gioia.

Give Pingu a Chance




La sottile linea rossa che unisce John Lennon e il pinguino che voleva un telaio

 "Pingu paragonato a John Lennon? Non dire boiate, Pingu mica l'ha scritta, Yesterday" obietteranno giustamente in molti. Vero. Proprio come John Lennon! Yesterday è di Paul McCartney.

Chiusa questa parentesi che celebra il mio sapere beatlesiano (sono uno dei tre individui al mondo che ha letto Anthology per intero, e di questo mi vanterò sempre, sappiatelo), arrivo al sodo del mio intervento.
Chiunque non abbia passato le ultime settimane chiuso in una caverna avrà notato che in rete impazzano alcuni video che hanno prepotentemente riportato alla ribalta un personaggio fondamentale per l'infanzia di chi viaggia (abbondantemente) sopra la ventina come il sottoscritto: mi riferisco a Pingu, il simpatico pinguino nato dalla plasticosa immaginazione del tedesco Otmar Gutmann.
Su YouTube il geniale utente Wurfenkopf (spero di averlo scritto bene... ma anche tu, non potevi firmarti, che so, Nando???) ha dato risposta al quesito che tutti noi vecchi fan di Pingu ci siamo sempre posti: che diavolo dicono quei pinguini? E per ricreare il culto pingulese gli sono bastati un Movie Maker e un po' di fantasia. In your face, Muciaccia (non è vero, Muciaccia, Neil Buchanan e Art Attack sono patrimoni dell'umanità).

Tra una convulsione e un singhiozzo, provocati da risate che non potevano sfogarsi perché si sovrapponevano troppo rapidamente, mi è comunque arrivato al cervello ossigeno in quantità sufficiente per un paio di riflessioni (Think less, live more recitava la maglietta di un tizio che ho incrociato l'altro giorno. Sottoscrivo pienamente. Prima o poi la metterò anche in pratica).
Pingu vive in un mondo ideale, perfetto, un'allegoria di quel mondo sognato da John Lennon e tradotto, oltre che in musica, nei fatti: con i bed-in, con le interviste nei sacchi, con gli striscioni piazzati in tutte le grandi città del mondo (quello reale).
E' un mondo dove i contrasti esistono, certo, ma nascono e muoiono in un minuto, che siano alterchi con i genitori o liti con gli amici. Un mondo dove se qualcuno ti fa un torto, c'è sempre chi ti consola, ti mette un cerotto sulla testa o ti gonfia di nuovo il pallone. Un mondo dove puoi dire agli americani che vai a riporre gli imbuti a Faenz' senza che quelli ti dichiarino guerra per difendere la democrazia.

E' una celebrazione dell'amicizia, della fratellanza (il migliore amico di Pingu, non per niente, è una foca) e della solidarietà: la casetta che Pingu costruisce da solo crolla dopo pochi istanti, mentre quando decide di costruirla con l'amico che vuole belle calzature, ecco che salta fuori un igloo splendido.
Il tenore di vita nel mondo di Pingu è piuttosto elevato, tutti hanno pesce in abbondanza da spendere in bevande colorate dall'effetto altamente diuretico. Ma si auspica un generale livellamento, dove nessuno si ingòrgita o può essere esageratamente più ricco degli altri. In un episodio, Pingu vince alla lotteria, ma dopo aver riscosso il premio lo porta subito alla maga che gli aveva predetto la fortuna, ritratta in uno stato di evidente difficoltà (deve badare a un vecchio pinguino chiaramente malato). Lei come ringraziamento gli regala un ciondolo che riempie Pingu di gioia. E potrei andare ancora avanti con gli esempi, ma ho già scritto fin troppo e non vorrei che mi varicassero i precursori.

Società equa e giusta, amicizia, tolleranza, calore umano (e pinguino)... mi chiedo perché qualcuno si ostini ancora a leggere Marx!

The Beaten One



Riflessioni agrodolci di un hater lover witness.

LeBron James ha appena concluso il suo ottavo anno NBA, per l'ottava volta consecutiva a bocca asciutta. Il solito, verrebbe da dire.
Ma quest'anno è diverso, quest'anno fa più male. La scorsa stagione i Celtics avevano posto fine in maniera tragicamente inaspettata alla cavalcata dei Cavs (miglior record NBA 2010) e alla dignità sportiva di Cleveland. In estate la famigerata "Decision", con James che porta i suoi talenti a South Beach assieme a Chris Bosh, la costruzione di una squadra che sembra poter fare a fette il campionato, la crisi di metà stagione, poi la continuità, fino all'eliminazione piuttosto agevole dei Bulls dell'MVP Derrick Rose e l'approdo in finale da strafavoriti. Il resto è storia recente.

Quest'anno fa più male, dicevo, perché tutto era pronto per l'agognato trionfo, dal pronostico al fattore campo. E invece ecco l'ennesima sconfitta, questa volta senza nemmeno un'attenuante. Non tanto perché nel 2007 i Cavs affrontarono degli Spurs all'apogeo della loro dinastia con una squadra il cui quintetto base era James+altriquattroincanottabianca (LeBron quell'anno arrivò in finale da solo, non venitemi a raccontare che "però Snow era un gran difensore" o "però c'era Larry Hughes", che altrimenti non smetto più di ridere), ma perché LeBron non è mai risultato così impotente come in questa serie.

Certo, la concomitanza di fattori che hanno regalato la (meritatissima) vittoria a Dallas quasi se la gioca con quella dell'Inter del triplete. Curioso anche il parallelo tra Inter e Mavericks come squadre odiatissime. Ma se l'odio per la prima è cosa comprensibile se non auspicabile, mi chiedo invece da cosa derivi l'avversione per Dallas.
Volendo potremmo parlare a lungo della preparazione tattica da parte di Carlisle, della sua rotazione pressoché perfetta in ogni singolo minuto della serie e via dicendo. Tutto determinante, per carità. Ma quello che più mi ha sconcertato è stato vedere LeBron soggiogato a livello mentale per tutte e sei le partite.

Fondamentalmente Miami ha perso la finale già in gara 2, quando a 7 minuti dalla fine si trovava sopra di 15 punti con un dominio totale: fisico, psicologico, morale. Nel momento in cui Wade butta dentro la tripla del +15 credo che un po' tutti abbiano pensato a uno sweep, almeno per un attimo. Heat compresi. La loro serie è finita precisamente in quell'istante. Dallas ha rimontato, ha vinto la partita e alla sirena ha messo le mani sull'anello, psicologicamente parlando. Ok, Miami ha poi vinto gara 3 a Dallas riprendendosi il fattore campo, ma è stato un episodio. Nelle successive tre partite è sempre stata sovrastata sotto ogni aspetto, e i Mavs non hanno nemmeno dovuto forzare la bella. E a tutti gli hater, abbiate l'onestà di ammettere che il bistrattato Chris Bosh, che dei Big Three è innegabilmente il più Little, è stato l'unico a giocare una serie ad alto livello.
Ma, ehi, dovevo parlare di LeBron!

LeBron, ovvero The Chosen One, semplicemente non si è presentato per tutta la finale, ha deciso di andare in vacanza dopo la superba serie con Chicago. Non si è presentato perché uno che chiude con una media a partita di 15 punti e 3 tiri liberi scarsi non è LeBron James. Punto. Ma seppure emblematiche, le sole statistiche non sono esaurienti a definire l'impatto minimo del Prescelto nella serie più importante della sua vita. Ne è prova gara 5, dove i numeri dicono che LeBron ha fatto registrare una tripla doppia. Eppure in quella partita ha sbagliato tutti, e sottolineo TUTTI, i tiri importanti, quelli che ti ammazzano una partita se vinci o la riaprono se insegui. Altro che intangibles!
Piccola parentesi: a mio parere LeBron potrebbe mantenerla di media, la tripla doppia. Perché è semplicemente il giocatore più totale dai tempi di chi una tripla doppia di media in una stagione la fece registrare per davvero, cioè Oscar Robertson (30.8 punti, 12.5 rimbalzi, 11.4 assist nella stagione 1961-62), ingiustamente mai celebrato quanto meriterebbe. Più totale persino di quel Michael Jordan a cui viene fin troppo spesso paragonato. Perché LeBron passa la palla come e meglio di un play, segna come una guardia e prende rimbalzi come un'ala. In sostanza, sarebbe eccellente in quattro posizioni su cinque, e in una NBA povera di centri di qualità come quella attuale probabilmente non farebbe male nemmeno come 5.

Cosa gli manca, allora? A parte l'anello, chiaramente.
Secondo me gli manca... l'allenatore.
In che senso? Presto detto. La maggior parte dei grandi del basket è diventata tale grazie ad allenatori altrettanto grandi che hanno saputo portarli a quel livello che separa i fuoriclasse dai campioni. Per Jordan, Kobe e Shaq è stato Phil Jackson, per Duncan è stato Greg Popovich, per Wade è stato Pat Riley (e verosimilmente lo sarà anche per LeBron, credo), se andiamo indietro nel tempo mi viene in mente Billy Cunningham con Doctor J sino a risalire a Red Auerbach con la sua sfilza di hall of famer: Bill Russell, John Havlicek e compagnia dominante.
Shaq ai tempi disse che senza Phil Jackson non avrebbe mai raggiunto quella consapevolezza mentale che lo portò al threepeat coi Lakers, al titolo di MVP e... ad essere Shaq!
Ed è esattamente Shaq quello che rivedo nel LeBron James attuale. Lo Shaq di Orlando e dei Lakers pre-Jackson, ovvio. Dominante, entusiasmante, perdente.

James non è stato sovrastato fisicamente o tecnicamente, anche perché, molto semplicemente, in pochi al mondo sono in grado di tenergli testa sotto questo aspetto. E' stato ingabbiato mentalmente. Il LeBron visto contro i Mavs non aveva risorse psicologiche, anche in gara 6 ha iniziato 4-4 segnando praticamente da ogni posizione. E basta. Per non parlare di occasioni rinunciate, un'infinità in tutta la serie. Nella sua carriera James ha segnato marcato da quattro difensori, ha messo tiri da 8 metri con le mani dell'avversario in faccia, ha schiacciato spazzando via qualsiasi cosa si frapponesse fra lui e il canestro. Ma contro Dallas si liberava della palla anche quando davanti a sé aveva campo libero, spazio. Non parliamo delle sanguinose palle perse, sinonimo di punti subiti in contropiede (che teoricamente avrebbero dovuto essere l'arma in più di Miami), delle penetrazioni pressoché nulle con relativi pochissimi viaggi in lunetta, già menzionati in precedenza.

Ma soprattutto lo sguardo di LeBron! Perso nel vuoto, timoroso, incerto, a tratti rassegnato e impotente davanti a un Nowtizki che per tutti i playoff ha infilato canestri al limite dell'assurdo. Lo sguardo di chi pensa, per l'ennesima volta, "mi sta di nuovo sfuggendo". E puntualmente si realizza.

E' di queste ore la notizia che Pat Riley, ex-coach pluricampione con Lakers, Heat, finalista anche coi Knicks e attuale presidentissimo degli Heat, avrebbe deciso di riconfermare Erik Spoelstra sulla panchina di Miami.
Ma ci credo poco. Pat ha fatto i salti mortali per avere i Big Three a Miami, come fece ai tempi con Shaq. Allora ci volle un anno di rodaggio prima di trionfare, e il cambio di guida sulla panchina, con Stan Van Gundy sostituito in corsa dallo stesso Riley a metà della stagione 2005-2006.
La storia si ripeterà? Non so. Solitamente si ripetono gli storici. Ma in questo caso le premesse ci sono tutte, e francamente lo auspico. Pat Riley ha allenato Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, Shaquille O'Neal, Patrick Ewing, insomma l'eccellenza degli ultimi trent'anni NBA, vederlo gestire LeBron James mi intriga dannatamente.
Una cosa è certa: se succederà, sarà spettacolo.

I love this game.

"In miniera!", ovvero pagellone Juve 2010-2011

Il nuovo campo d'allenamento per la Juve 2011-2012

Formazione più o meno titolare:

Gianluigi Buffon: 5.5
E' mancato praticamente per tutto il girone d'andata, ma sarebbe ingeneroso dire che il suo ritorno sia coinciso con il crollo verticale della squadra. Fattostà che quest'anno, forse per la prima volta, non ha mai dato l'impressione di essere quella sicurezza inimitabile che è sempre stato. Qualche parata "alla Buffon" c'è stata, ma ci sono stati anche parecchi interventi approssimativi, oltre alla storica refrattarietà all'uscita sulle palle alte che quest'anno è parsa ancora più evidente. Il tutto condito da atteggiamenti poco graditi dai tifosi, dall'assenza nel servizio fotografico di fine 2010 a facce un po' troppo menefreghiste alla fine di partite perse un po' contro chiunque. Meno poker, più impegno, grazie.

Fabio Grosso: 6
Relegato ai margini a inizio stagione, gli infortuni reiterati di Traorè e De Ceglie hanno costretto Del Neri a impiegarlo forzatamente. E Fabio, con indubbia professionalità, si è fatto trovare pronto. Certo, spesso è naufragato anche lui durante le tante situazioni critiche affrontate, ma nonostante lo scarso peso difensivo ha regalato buone giocate e qualche cross di pregevole fattura, perché il suo sinistro non si discute. Attualmente rimane il miglior terzino della Juve, e non serve aggiungere altro.

Giorgio Chiellini: 5.5

Giorgione è un mezzo enigma. Gli svarioni di inizio stagione erano attribuibili alla mancanza di automatismi col neo-compagno di reparto Bonucci, ma quando le cappelle sono arrivate puntuali anche a novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio, qualche domanda è sorta spontanea. Una su tutte: qual è il reale valore di Chiellini? Io penso che sia un buonissimo difensore, uno stopper ruvido vecchia maniera con mezzi atletici spaventosi, ma difficilmente può essere un leader (anche la storia del futuro capitano mi sembra una mezza boiata). L'ideale sarebbe affiancargli un centrale discretamente esperto con forte personalità e non necessariamente fuoriclasse (se lo fosse però non mi dispiacerebbe), un Costacurta, per intenderci. In un contesto del genere, Chiello renderebbe il triplo. Così invece rende un terzo, ed è un peccato.

Leonardo Bonucci: 6

Bonucci non è un centrale, non ne possiede né la cattiveria, né la consistenza. Bonucci è un libero. Trent'anni fa sarebbe stato un fuoriclasse. Apprezzabile la tecnica e la fredezza nel disimpegno, la sua enorme sicurezza negli indubbi mezzi tecnici però lo rende un po' approssimativo nella gestione della palla in situazioni non proprio tranquille. Complessivamente non è stato un anno d'esordio da buttare, ma si spera cresca ancora molto, soprattutto a livello caratteriale.

Zdenek Grygera/Marco Motta: 4.5
Premessa: 4.5 a testa, non in totale, e se questa precisazione mi è parsa necessaria vorrà pure dire qualcosa. Un disastro totale, sotto tutti gli aspetti. Motta, arrivato dopo una stagione romana più che discreta e accompagnato da speranze che ormai noi gobbi non sappiamo più dove andare a pescare, è riuscito nella difficile impresa di farsi irridere in difesa e nell'essere inutile in attacco (oddio, ho detto "attacco" e "difesa" invece di "fase difensiva" e "fase offensiva", chissà se chi mi legge riuscirà a capire quel che ho scritto...). Mentre di Grygera, che a crossare non è stato capace mai, qualcuno diceva che almeno in copertura dava garanzie. Agli attaccanti avversari di sicuro.

Claudio Marchisio: 5.5
Un altro equivoco tattico da un bel po' di anni. Marchisio ha studiato da Gerrard, ha marinato tantissimo, è stato arretrato davanti alle difesa, infine è stato posizionato a sinistra, come ha fatto per primo Lippi nei memorabili mondiali sudafricani. Ma non è mai esploso.
Personalmente a me è sempre sembrato un giocatore discretamente anonimo, a partire dall'espressione del viso, ma quest'anno si è sbattuto tantissimo nel doppio ruolo di distruttore, a fianco di Felipe Melo, e di costruttore, nel tentativo spesso fallito di fare accendere la lampadina ad Aquilani. L'arrivo di Pirlo gli sarà doppiamente utile, da un lato con le geometrie perfette dell'ex-Milan, dall'altro perché in rosa ci sarà uno con un'espressione più fiacca della sua.

Felipe Melo: 6.5
A quasi due anni dal suo arrivo, Felipe paga ancora un senso di inadeguatezza per l'assurdo esborso dell'estate 2009 e un'intelligenza calcistica decisamente sotto la media (i suoi passaggi di tacco davanti alla difesa sono da infarto, così come l'arroganza e l'approssimazione nel creare alcune linee di passaggio inconcepibili). Ma la sua stagione, dopotutto, è confortante. Perché quando è presente mentalmente, in Serie A non c'è nessuno che sappia unire una grinta strabordante a un'innegabile padronanza tecnica come Melo. Il problema è che il ragazzo ha spesso cali psicologici preoccupanti che, quando va bene, lo portano a farfugliare su qualsiasi pallone si trovi a gestire, e quando va male, a perdere del tutto la testa, come in occasione della tacchettata sulla coscia di Nonmiricordochi, che gli è valsa tre giornate di squalifica. Anche per lui, l'arrivo di Pirlo può rivelarsi una vera manna.

Alberto Aquilani: 5
Giovane promessa a Tottilandia, oggetto misterioso a Liverpool, mister inutilità a Torino. Aquilani doveva essere il cuore della Juve, colui da cui doveva partire tutto. E così è stato. Alberto ha faticato all'inizio, e ha faticato la Juve, poi per quattro-cinque settimane in autunno ha inanellato una serie di ottime partite, e casualmente a Natale la Juve era seconda. Dopo le feste Aquilani è finito in soffitta assieme agli addobbi, e ogni speranza di inizio anno si è rivelata l'ennesima illusione.
Speriamo che la speranza Dalglish non faccia la stessa fine.

Milos Krasic: 7
Dipinto come un salvatore della patria, per almeno tutto il girone d'andata lo è stato, con l'apogeo della tripletta al Cagliari, il bacio alla maglia e altre leccatine di culo assortite che mandano in brodo di giuggiole i curvaioli. A cui tra l'altro basta molto meno per eccitarsi e basta ancora meno per ripudiare.
Poi la simulazione imbecille di Bologna, la prova tv con relativa squalifica, l'umorismo sottile e ricercato di Pistocchi ("Pensavo fosse un serio, invece è solo un serbo"), fattostà che qualcosa si è rotto. Prestazioni in calando, ma sempre tanta generosità. Lo scatto nei primi venti metri è qualcosa di impressionante, la tecnica al momento è quella che è, ma se Milos impara ad alzare la testa prima di passare la palla può diventare davvero qualcosa di devastante. L'importante è che quest'estate dorma almeno 20 ore al giorno, dopo praticamente due stagioni senza pause. Perché sarà il punto di riferimento del centrocampo da cui ripartirà la nuova Juve. L'unico.

Alessandro Del Piero: 7
A quasi 37 anni la Juve dipende ancora totalmente da lui, e francamente è un paradosso. Ok, Alex è l'unico che continua a salvare la Juve da quell'ultimo baratro che è la totale perdizione, ma è pur vero che la società è schiava della sua ingombrante figura di leggenda in attività (leggi "col cazzo che mi mandate allo Schalke come Raul"). Lungi dal fargliene una colpa, sia chiaro, succede con tutti i mostri sacri dello sport. Però sono convinto che la Juve darà vita a un nuovo, vero ciclo (quelli del dopo calciopoli sono stati cicli mestruali, con una Vecchia Signora lunatica che fa incazzare tutti quelli che le stanno accanto) solo col dopo Del Piero. Sarà un vuoto enorme, pesante, che all'inizio magari lascerà smarriti. Ma sarà davvero nuova Juve.
Ah, un grazie a Capello per averci preservato un Alex così dorato alla soglia dei 37.

Alessandro Matri: 8
Universalmente stimato più per le doppiette di Veline rispetto a quelle di gol, attorno a Natale Matri era dipinto come bomber di razza quando accostato al Milan, una merdina quando è arrivato alla Juve. E invece il belloccio da Cagliari si è dimostrato un cecchino eccezionale. Alla faccia vostra, stronzi.
Centravanti contemporaneamente di potenza e movimento, rende meglio se accanto ha una torre attorno alla quale svariare. Una decina di gol nel girone di andata, un'altra decina in quello di ritorno. Se Marotta è lungimirante quanto è trasversalmirante, Matri è da riscattare con qualsiasi mezzo, perché in mezzo a tanto ciarpame che negli ultimi anni ha indossato il nobile bianconero, questo è un fuoriclasse puro che deve necessariamente diventare l'asse portante dell'attacco.



Panchinari, portaborracce e sagome per l'allenamento sui calci di punizione:

Marco Storari: 7.5

Personaggio sufficientemente cazzone e ruffianotto quanto basta da accattivarsi sin da subito le simpatie della tifoseria, Storari è stato decisivo in tantissime partite in cui è stato impiegato (tutto il girone d'andata più alcune presenze anche dopo il ritorno di Buffon), ha dimostrato attaccamento ai colori ed entusiasmo, oltre che a uno stato di forma miracoloso che si è confermato dopo la straordinaria stagione sampdoriana 2010. Ottimo nelle uscite dai pali, un po' meno in quelle con la stampa, coronate con la mezza cazzata "solo un cieco non vede come sto giocando". Marco, Del Neri non è cieco, gli piace la grappa.
Da confermare sicuramente, magari anche da titolare. Di certo sarebbe uno spreco come 12.

Andrea Barzagli: 6.5
Arrivato in inverno al posto di Legrottaglie, trasferitosi a Milano a fare il monaco cistercense, Barzagli è stato pagato l'inezia di poche decine di migliaia di euro più cinque pacchetti di figurine in omaggio ed è stato l'unico difensore che nel girone di ritorno non è affondato (ha toppato veramente una sola partita, quella del disastro di Lecce). Un prezioso rincalzo da confermare per la prossima stagione.

Frederik Sorensen: 7.5
Pescato nelle giovanili di una squadra danese di serie B, il 18enne Sorensen è stato prelevato di forza dalla Primavera e buttato nella mischia a fine autunno. Di lui si dice che sia freddo e impassibile. Ma chi non andrebbe a giocare tranquillo se sapesse di scendere in campo al posto di Grygera o Motta?? Sorensen è stato il jolly pescato nel mazzo, un'autentica rivelazione, non tanto perché per essere un bambino abbia rivelato un carattere pazzesco e sia stato più che dignitoso in un ruolo non suo (terzino destro, quando si vede lontano chilometri che è un centrale duro e puro. Sfido poi che venga bruciato in velocità anche dagli steward), ma perché è un difensore che, udite udite, difende. E si mette davanti all'uomo quando viene puntato. E' l'ABC del bagaglio tattico di un difensore, dite? Guardatevi le marcature a zona franca di Motta o Traorè in occasione dei millemila gol presi quest'anno da cross sulle fasce, poi ne riparliamo.

Armand Traoré: 5
Dall'arrivo di un manager straordinario qual è Arsene Wenger, l'Arsenal è diventato famoso per pescare in tutto il mondo giovani di prima qualità ed elevarli a giocatori di altissimo livello. A Londra Traoré alternava lunghi periodi di inattività per infortunio ad altrettanto lunghi soggiorni in panchina. Serve altro?

Paolo De Ceglie: 6 (sulla fiducia)
Delle drammatiche vicende che ha vissuto la posizione di terzino sinistro della Juve dal dopo-Zambrotta in poi non voglio parlare, ma De Ceglie mi è sempre parso inconsistente il giusto per ereditare il patrimonio lasciato da Molinaro. Poi a un certo punto ha iniziato ad acquisire personalità, le scorribande sulla fascia a diventare più efficaci sia come quantità che come qualità. Poi il crac col Milan (contro il quale stava giocando forse la partita più bella della carriera), stagione finita e arrivederci. Qualche giorno fa è arrivato Reto Ziegler, che 365 giorni fa sarebbe parso un acquisto straordinario. Confidando nella spedizione di Traoré e Grosso con posta prioritaria, si profila una stagione da riserva per De Ceglie, ma per la prima volta sono speranzoso per una sua definitiva consacrazione.

Simone Pepe: 6.5
Pepe è il prototipo del giocatore amato dalle curve: tatuaggi in quantità, bagaglio lessicale di 50-60 parole e cuore non quantificabile. All'Udinese sembrava anche discretamente tecnico, mentre a Torino ha dimostrato di essere un discreto scarpone ambidestro. Ma a fine partita la sua maglia è sempre la più sudata (l'unica?), e ogni tanto capita pure che la butti dentro. Simone è il classico giocatore arruffone che però, in mezzo a tanti pasticci, trova sempre la giocata che strappa applausi e simpatia. Merita anche lui la seconda opportunità con la maglia bianconera, sarà un panchinaro preziosissimo.

Fabio Quagliarella: 8
Classifica e prestazioni alla mano, quando il suo ginocchio fece crac dopo un minuto scarso della partita interna col Parma, nessuno avrebbe detto che con i suoi legamenti era andata in frantumi anche la stagione della Juve. Ma è innegabile, quando Fabio si contorceva dal dolore, il presagio l'abbiamo avuto tutti. E così è stato. Quagliarella è arrivato dopo il gran rifiuto di Di Natale (e nonostante Totò abbia di nuovo segnato millemila gol, se fossi in Marotta rifarei esattamente la stessa scelta), e con la sua follia geometrica ha illuminato il girone d'andata della Juve, culminato col capolavoro di Chievo (in quel momento eravamo a una manciata di punti dall'allora capolista Lazio). L'imprevedibilità del gioco di Quagliarella copriva spesso grandi lacune nella manovra e nell'impostazione dell'azione, e con la sua assenza le crepe si sono trasformate in voragini.
Il grande colpo del 2012 sarà il suo ritorno. Assieme a Matri può, anzi deve, formare la coppia del futuro dell'attacco della Juve.

Luca Toni: 7
Lucone l'avevo visto ad Acqui in estate, nell'amichevole col Genoa. Era stato una magnifica statua da giardino per circa 70 minuti. Il suo arrivo a gennaio, in piena emergenza in attacco, era stato accolto piuttosto malamente. Invece Toni è stato decisivo in più occasioni, dal gol annullato del pareggio col Napoli (che potenzialmente avrebbe potuto salvare l'andazzo della stagione) a quello splendido e convalidato col Genoa (gol da Toni al 300%), l'ex-scarpa d'oro avrebbe meritato più spazio concesso da Del Neri, soprattutto in questo finale di stagione. Ma, si sa, la grappa annebbia i riflessi e la prontezza del ragionamento.

Vincenzo Iaquinta: 4
Un'involuzione tanto spaventosa quanto inspiegabile, quella di Vincenzone, sia a livello tattico che realizzativo. Lo si ricorda più per i gol sbagliati che per quelli fatti (memorabile quello alla Roma, comunque), e soprattutto per le proteste. Cercasi acquirenti disperatamente.

Jorge Martinez: 4.5
Comprato non si sa bene perché, con l'aggravante di essere costato uno sproposito e mezzo, il figlio illegittimo di Dave Grohl si è fatto notare per i cerchietti variegati e per le modalità estremamente odiose di perdere palla che solo i sudamericani possiedono. 0 gol, 0 giocate significative, ha giocato pseudo-decentemente solo le ultime due giornate (poi sostituito in entrambe le partite, con la solita magnifica lettura di Del Neri), quando ormai era tutto compromesso. Soldi letteralmente bruciati.

Hasan Salihamidzic: 5.5
Messo assieme a Grosso nell'iniziale lista dei cattivi, Hasan si è ritagliato spazio nel girone di ritorno grazie ai soliti infortuni e alle prestazioni inguardabili della concorrenza. Giocatore onesto, jolly spesso prezioso, "Brazzo ha un cuore grosso così". Esatto. Peccato che abbia solo quello. E sono stanco di gente con tanto cuore e nessun piede.

Mohammed Sissoko: 5
Rimanendo in tema di gente senza piedi, non potevo non chiudere gloriosamente con Sissoko. Assieme a Iaquinta è il giocatore che ha avuto l'involuzione tecnica più clamorosa. Oddio, buono non lo è mai stato, ma nel primo anno almeno i passaggi di due metri li azzeccava, e ogni tanto centrava pure buoni tiri dalla distanza. Ora tutto questo è volato via nel vento coi miei capelli. Emblematica l'azione che valse il 2-0 di Del Piero a San Siro contro il Milan (forse il punto più alto della stagione e nel contempo l'illusione più amara): tiro clamorosamente ciccato con annessa culata per terra a pochi metri da Abbiati, quindi passaggio riuscito per miracolo (se ci fate caso accenna pure a un secondo tocco, vista la merdina prodotta un istante prima) all'accorrente Del Piero che infine realizza.
Una volta giocatori del genere il bianconero lo potevano indossare solo a fine partita, dopo lo scambio delle maglie.



Sommelier prestato all'allenamento:

Luigi Del Neri: 4.5
A inizio stagione il rigoroso Del Neri sembrava la scelta ideale, dopo l'anarchia tattica in cui era sprofondata la Juve la stagione scorsa. Qualche giorno fa Allegri lo ha definito "un integralista", che in italiano più o meno suonerebbe come "è capace solo a usare il 4-4-2".
Del Neri si è dimostrato l'ennesimo allenatore non da grande squadra, incapace di gestire la pressione di un ambiente come quello della Juve, ormai esasperato da troppi anni di digiuno. Probabilmente avrebbe fatto meglio nel primo paio d'anni del dopo-Calciopoli, quando avevamo risorse più limitate. Non per niente, un altro allenatore capace di far rendere squadre mediocri al 300% come Ranieri, in due stagioni ottenne rispettivamente un terzo e un secondo posto, risultati miracolosi se confrontati col triste presente, e l'anno scorso con una squadra altrettanto limitata come la Roma è riuscito a perdere uno scudetto già vinto.
Dopo un buon girone d'andata, la squadra ha perso pezzi e coesione, e negli ultimi due mesi l'allenatore non ci ha capito davvero più niente, sbagliando formazioni e cambi. In certi momenti addirittura è sembrato che non volesse nemmeno più provarci.
Del Neri se ne andrà nella totale indifferenza, sicuramente tornerà in qualche squadra di medio-bassa classifica, altrettanto sicuramente farà bene, e altrettanto sicuramente sparerà a zero sulla Juve. Tanto ormai va di moda. Ma con un paio di bicchierini di grappa il rancora passa, suvvia.
Anche il nostro.
Forse.

Dead Space (Visceral Games, 2008)


Pare incredibile, ma nello sterminato catalogo delle più importanti console degli ultimi anni non esisteva un survival horror "spaziale" degno di tal nome prima di Dead Space. La cosa stupisce ancora di più se prendiamo in considerazione una produzione cinematografica che nel corso dei decenni ha offerto spunti a iosa per un settore che dal cinema ha attinto e continua ad attingere fin troppo, secondo me. Ma nel 2008 finalmente arriva il brillante team di Visceral Games, branca di EA, per colmare la lacuna con DS.

In un futuro meglio precisato, ma che al momento non ricordo, l'estrazione mineraria su pianeti remoti è diventata un'attività estremamente redditizia. Gigantesche astronavi denominate planet cracker vengono quindi costruite col preciso scopo di trivellare i corpi celesti ed estrarne le ricchezze naturali. Sono queste premesse a fare da prologo al gioco. A raccontarle è il capitano Hammond, ufficiale al comando di un team di soccorso inviato a verificare cosa sia successo sulla USG Ishimura, il planet cracker più importante in assoluto, con la quale è andato perduto ogni tipo di contatto già da parecchio tempo.

L'impatto visivo iniziale è semplicemente straordinario, nonostante siano passati tre anni dall'uscita del gioco, un'eternità in termini di evoluzione grafica: il ponte di comando dell'astronave di soccorso si fa strada tra gli anni luce fino a sbucare in mezzo a un piccolo sciame di meteoriti. Poco distante spunta il mastodontico profilo della USG Ishimura. E spostando un poco le telecamere, ecco penetrare dai vetri la luce abbagliante di un sole di chissà quale galassia. Le parole non riescono a descrivere la magnificenza del quadro d'insieme, un televisore Full HD invece ci riesce eccome, provare per credere.

Una volta raggiunto il planet cracker, l'equipaggio scende a verificare lo stato della Ishimura. A tal proposito, merita una menzione speciale l'assortimento dei membri del team di soccorso: un nero, una donna, un uomo dai tratti orientali e un paio di altri ceffi un po' così, roba da fare invidia alle orribili pubblicità IBM dei primi anni '90.
A noi tocca interpretare uno degli altri ceffi un po' così, l'ingegnere minerario Isaac Clarke, e non serve spiegare chi omaggi questo nome, se avete letto qualcosa di fantascienza. Oltre alla mssione, Isaac ha un motivo particolare per essere lì: sulla USG Ishimura lavora anche Nicole, la donna amata.
Sul ponte di comando nessuna anima viva, tutti i sistemi sono spenti, i trasporti interni alla nave bloccati. Neanche il tempo per studiare il da farsi ed ecco che la stanza è invasa da un paio di mostri ripugnanti (tecnicamente nel gioco si parla di "necromorfi") dotati di artigli affilati come rasoi che decimano in pochi secondi il già stitico equipaggio. I primi istanti, dove si fugge a gambe levate, totalmente disarmati e nel buio di una nave praticamente morta, fungono da elettrizzante prologo, ma non lasciano intuire assolutamente nulla dell'epopea che si sta per andare a vivere. E io farò altrettanto.

DS è privo di qualsiasi hud, la salute di Isaac è rappresentata dalle barre fosforescenti sulla tuta spaziale.

Strutturalmente, il gioco è saldamente basato sulle coordinate tracciate da Resident Evil 4, autentico spartiacque del genere survival horror: la telecamera è posta appena dietro le spalle di Isaac, mentre l'inventario di armi, medikit e oggetti varia per capienza a seconda del livello di evoluzione della tuta spaziale dell'ingegnere. A un arsenale di armi più o meno variegato (sette, se non ho contato male, tutte opportunamente potenziabili presso postazioni speciali disseminate qua e là per la Ishimura) si aggiunge l'interessante funzione strategica di due poteri disponibili praticamente da subito, quasi una versione ante litteram dei plasmidi della saga di Bioshock: la stasi e la cinesi, entrambi molto duttili sia contro i nemici, sia per interagire con particolari oggetti dell'ambiente circostante. Discretamente originale anche la metodologia di attacco, che privilegia lo smembramento dei nemici alla pura e semplice crivellazione di proiettili. E' quindi fondamentale analizzare le varie tipologie di nemici, cercando di approcciarli con la strategia più efficace e al contempo meno dispendiosa in termini di munizioni, che diventano tragicamente poche alle difficoltà più elevate.
Il sistema di controllo è ottimamente implementato, con una preziosa scorciatoia che permette di usare i medikit semplicemente premendo quadrato. La cosa si rivela di vitale importanza nei momenti più affollati di necromorfi. Non mi sarebbe dispiaciuta la possibilità di voltarsi di scatto di 180°, il famigerato strife, ma a parte questo funziona tutto egregiamente.

Ultima nota di merito: la sceneggiatura di DS è ottima, diversamente dalle consuete schifezzuole da b-movie tipiche del genere (perlomeno dei survival horror occidentali, ma alla lunga stufano anche i pipponi psicologici giapponesi, diciamocele certe cose): la trama è appassionante, affronta tematiche importanti senza però diventare ingombrante (hai sentito, Hideo???), colpi di scena e momenti più tranquilli sono equilibrati con perizia, anche se l'atmosfera in cui si è immersi è un'angoscia costante, e in questo concorrono allo stesso tempo le atmosfere sonore da camera da deprivazione sensoriale e una fotografia che rimanda costantemente a un capolavoro immortale del cinema horror: tutti si aspetterebbero Alien, vista l'ambientazione (al massimo Alien 3), invece ogni angolo della Ishimura, ogni luce livida dei corridoi, nonché almeno le fattezze di un paio di necromorfi, richiamano alla mente La Cosa del maestro Carpenter. Anche il doppiaggio è più che discreto, se si esclude l'insana mania di coinvolgere vip o simili per partecipazioni straordinarie. In principio furono i Simpson, con interpretazioni agghiaccianti di gente come Totti o la Littizzetto, nel caso di DS tocca invece a Dario Argento, che è un indubbio genio dell'horror e in quanto tale ha violentato l'interpretazione del dottor Kyne. Per favore, mai più!

Che altro aggiungere? Correte a comprarlo, oltretutto oggi si trova tranquillamente usato per non più di una ventina di euro.

La cognizione dello stupore


Era una pura questione di tempo, inevitabile come l'abuso di elenchi, subordinate e parentesi in ogni cosa che scrivo. Parlo di un mio intervento sul Giappone (champagne!).
Ma non starò a parlare del contegno dei giapponesi, della loro dignità, di quanto le ragazze giapponesi abbiano sì le gambe storte ma così deliziosamente sottili e affusolate che... oh, chiedo scusa. Dicevo, non parlerò di questo, uno perché tanti hanno scritto e detto fin troppo, spesso a vanvera; due perché una delle poche cose autenticamente belle e vere scritte sul terremoto, sullo tsunami, sul Giappone di ieri e di oggi è stata già meravigliosamente raccontata da Giorgio Amitrano (onore e gloria nei secoli dei secoli). Per chi se la fosse persa, eccone il link, La cognizione del dolore, al quale chiaramente fa riferimento il titolo del mio intervento.

Racconterò invece un'esperienza del tutto personale, attinta direttamente dalla mia infanzia e che nel corso degli anni, forse per puro caso ma forse no, non ha mai abbandonato l'album dei miei ricordi. Vi avverto che stiamo per entrare in un campo disseminato qua e là di sentimentalismo gratuito, quindi preparate i fazzoletti e cercate di non innamorarvi di me, di qualsiasi sesso siate.

Correva l'anno... boh. Quel che so per certo è che ero ancora alle elementari e che avevo il Mega Drive, quindi direi 1993 o giù di lì. Avevo i capelli, comunque. Neri. Con un caschetto che non mi avrebbe fatto sfigurare in qualche gruppo beat. Trent'anni prima, ovvio.
Ero nel pieno della mia passione per i videogiochi (altri tempi proprio, sì sì...) e avevo appena scoperto i Queen, il che denota una certa raffinatezza di gusti già nella prima infanzia. Ok, smetto di essere autocelebrativo, promesso.
Mi sembra fosse primavera, ricordo una bella mattina di sole. Ma era un grande giorno a prescindere, perché un mio compagno mi avrebbe prestato Sonic 2, che agognavo già da un po'!!

Arrivo a scuola, le prime due ore passano via veloci come l'illusione annuale della Juve post-calciopoli di poter lottare per lo scudetto. Moderno cane di Pavlov, al suono della campanella dell'intervallo mi fiondo al banco del mio caro amico, che mi guarda con un'espressione a metà tra divertimento e commiserazione, del tipo "capitelo, è fatto così", roba che mi porto dietro ancora oggi quando sto per ottenere qualcosa che desidero ardentemente. E, al diavolo, mi vado benissimo così.
Il mio amico rovista un po' nello zaino, poi eccola che spunta: la custodia di Sonic 2!!
Sfodero velocemente il gioco che gli avevo promesso in cambio (le elementari appartengono ancora all'età del baratto, ed è bellissimo, altro che capitalismo, comunismo o commercio equo e solidale...), consumiamo la transazione e mi riavvio al mio banco in uno stato di simil-beatitudine. Maledetto il giorno che ho scoperto l'esistenza delle tette...

Le seconde due ore passano via lente come i passaggi di Diego Ribas da Cunha, sino a quando suona finalmente l'agognata campanella finale. Esco da scuola, ad attendermi c'è la mia mamma sulla nostra scintillante, bellissima 500 bianca. Ignoro brutalmente mia madre, salgo sulla macchina e apro la custodia, sfoderando il libretto di istruzioni. Anche oggi amo sempre leggere i libretti di istruzioni dei videogiochi, non tanto per studiarmi i comandi (riassumo le funzioni dei tasti A, B, e C con i giochi di Sonic: salto, salto e... aspetta che non mi ricordo... ah sì, salto) quanto perché mi permettono di fantasticare sul gioco che sto per affrontare e aumentano la mia gratificazione nel momento in cui inizio effettivamente a giocare. I libretti di istruzione sono il preciso equivalente videoludico dei preliminari, con la fondamentale differenza che spesso a me andrebbero bene anche solo ore e ore di preliminari (sono un creativo, che ci posso fare), ma non ce la farei mai a limitarmi ai soli libretti di istruzione senza poi giocare da lì a pochi minuti. Sono pazzo, lo so.

Colpo di scena: il libretto è scritto in caratteri strani e naturalmente incomprensibili. Senza essere ulteriormente e fastidiosamente lirico, era giapponese. Non ci capivo nulla ma era dannatamente bello, pieno di pagine colorate, con tanti disegni a mano affiancati alle consuete immagini del gioco stesso, e a sfilze di ideogrammi che significavano chissà cosa. Ricordo che nel lungo tragitto che separava la scuola da casa, intorno ai 200 metri (anche meno in linea d'aria), ero completamente sprofondato in un altro mondo, cullato da quelle immagini coloratissime e dalle sospensioni ballerine della 500. Sono state queste emozioni così intense a imprimere irrimediabilmente quel ricordo nella mia mente.

Ora ci potrebbe stare la chiusura gloriosa, inappuntabile, perfettamente circolare, come Paolo Maldini che, alla sua ultima partita, segna l'1-0 della finale di Champions League Milan-Liverpool e sembra suggellare in un solo attimo e nel migliore dei modi una carriera irripetibile (amo il calcio, si era mica capito?): il nostro eroe si innamora di quella lingua e cultura così strane, si ripromette di studiarle e di diventare un grande nipponista (tecnicamente si dice yamatologo, e non ditemi che non è figo aver scritto "yamatologo" sulla carta d'identità), da grande la principessa imperiale si innamora di lui in un incontro casuale durante una trasferta a Tokyo, l'eroe entra nelle grazie della famiglia imperiale e diventa il primo imperatore straniero e non diretto discendente del sangue divino di Yamato.

E invece no. Così come Gerrard e Dudek avevano piani diversi in quell'afosa serata di fine maggio, anche a me era toccato un destino beffardo, tragico per i toni dell'epoca: dopo un pasto frugale e velocissimo, corro verso il mio Mega Drive, prendo la cartuccia di Sonic 2 e... la cartuccia non entra!!!!
Perché era, per l'appunto, una cartuccia giapponese, e senza adattatore non sarebbe mai e poi mai entrata nello slot di un Mega Drive PAL, nemmeno spingendola con tutta la forza di cui disponeva un ragazzino di 9 anni, che a livello agonistico era medaglia d'oro nella categoria olimpica del "lancio di coriandoli".

Così eccomi sconsolato, seduto sul letto, con davanti la cartuccia inutilizzabile e quel meraviglioso libretto che tanto mi aveva fatto sognare. Il giorno dopo tornavo mesto a scuola e restituivo il gioco.

Perché allora mi ricordo tutto questo? Forse perché, panico e disperazione infantile a parte, l'accoppiata disegni coloratissimi+lingua incomprensibile ma bellissima a vedersi, aveva creato un mosaico di sorpresa e curiosità di tale intensità che, se provo a ricordarlo, riesco a rivivere ancora oggi.
Mi piace pensare che quel primo, inconsapevole contatto col Giappone e il suo mondo, quello scontro di emozioni brutalmente contrastanti, sia stato determinante per avvicinarmi nuovamente, e questa volta con consapevolezza, a un paese, una cultura, un sistema di vita e rapporti che a distanza di quasi vent'anni continua a farmi rivivere indescrivibili sensazioni di stupore e, benché possa suonare paradossale, di familiarità.
Tutto ciò accadeva quando su un treno il controllore si inchinava entrando nel vagone, dopo avermi controllato il biglietto e prima di lasciare suddetto vagone; accadeva quando io facevo danni in caffetteria rovesciando vassoi pieni di bevande e, per farmela pagare, gli inservienti mi ripreparavano velocemente quello che avevo ordinato e devastato, naturalmente senza farmelo pagare una seconda volta; accadeva quando un'amica in kimono piegava con cura un fazzolettino e io mi ritrovavo a pensare che se quei pochi istanti fossero durati tutta la vita, per me sarebbe stata la migliore vita che potesse mai capitarmi. Accadeva allora come accade oggi e spero accada per sempre.

Questo è il mio omaggio al Giappone. Non aggiungo altro. Non serve.

Il Discorso del Re (2010)


C'è speranza!
Nel bacino del Mediterraneo si sta propagando una contagiosa febbre di democrazia contro capi di stato dittatori e puttanieri, qualche settimana fa a Sanremo ha vinto una canzone bella, io inizio a ricevere delle proposte contrattuali e la crassa, enciclopedica pochezza delle baggianate di Aldo Grasso sta emergendo purissima e levissima agli occhi di tutti (il Corriere della Sera si ostina a etichettarle come "opinioni", ma sono convinto che l'illuminazione sia prossima anche per il principale quotidiano italiano).
Venendo a temi più inerenti alle righe che sto per scrivere, sembra che anche alla cerimonia di consegna degli Oscar si siano finalmente decisi ad assegnare l'inguardabile statuetta a film e attori realmente meritevoli. Così ecco che questa tornata ha giustamente premiato Tom Hooper e il suo Il Discorso del Re (The King's Speech), risultato vincitore nelle seguenti quattro categorie: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.

L'intreccio del film ruota attorno alla figura del Duca di York (Colin Firth), secondogenito di Giorgio V (Michael Gambon) e affetto da un grave problema di balbuzie che non gli consente di tenere discorsi pubblici. Per ovviare al problema, la moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter, musa nonché moglie di Tim Burton) si rivolge a un logopedista di origine australiana, tale Lionel Logue (Geoffrey Rush), che con metodi poco ortodossi, a metà tra sedute psichiatriche e curiosi esercizi fisici, ha già guarito numerose persone.
Attorno alla vicenda personale del futuro Giorgio VI si schiude un'Inghilterra ricca ma inquieta, dove si presentano le prime crepe della fine dell'epoca coloniale e si guarda con timore all'ascesa di Hitler nel panorama politico globale.

Ulteriori menzioni alla trama sono superflue, dopotutto è Storia, quella con la S maiuscola,  che bene o male abbiamo studiato tutti. Ciò che è invece dannatamente meritevole di attenzione è la confezione in cui è meravigliosamente impacchettata, a cominciare dal cast.
Colin Firth è totale, non trovo aggettivo migliore per la sua interpretazione. Non solo perché esprime apparentemente senza fatica un contegno regale e di sobria eleganza che gli è connaturato come attore e persona, ma perché dona a Giorgio VI una personalità prismatica, ora paterna, ora figliale, ora semplicemente umana. Lo spettatore ha davanti a sè un uomo con fragilità e debolezze, un re combattuto tra la paura per il fardello che concerne essere sovrano balbuziente di un'Inghilterra prossima alla guerra, e l'orgoglio un po' freudiano di poter dimostrare di avere tutte le capacità per poter indossare la corona.

Non è però da meno Geoffrey Rush, sublime concentrato di intelligenza e humour britannico (quello vero, cioè quello nerbante e laconico ma mai così sottile da passare senza essere avvertito. Il migliore, insomma), flusso pressoché ininterrotto di brillantezza e scambi di battute memorabili con Firth e la Carter. Già, la Carter. Sembra ritagliata su misura su Elizabeth, nella quale convivono l'autocompiacimento civettuolo di chi sa di diventare regina e la dolce praticità della donna borghese di buona famiglia, intelligente e protettiva con marito e figlie.

Sarebbe bastato un trittico del genere per fare del film un capolavoro. Invece si aggiungono una fotografia molto inglese, sobria ma vivace allo stesso tempo, la colonna sonora curata da Alexandre Desplat, di indubbio potere evocativo e arricchita dal meraviglioso secondo movimento della Settima di Beethoven, e un ritmo calibrato con maestria, per 111 minuti complessivi che scorrono via che è un piacere, dimostrando ancora una volta che si può dire tanto anche in poco più di un'ora, senza tralasciare niente.

Un'ultima considerazione: cercate di vedere Il Discorso del Re con l'audio originale, magari accompagnato con sottotitoli in italiano. Non ho visto la versione doppiata, né sono uno di quei cagacazzo che "il doppiaggio fa schifo a prescindere". Tutt'altro. Ma una visione in originale permette di apprezzare al meglio l'incredibile lavoro di Firth, che ha ricevuto lodi anche da chi dalla balbuzie è affetto veramente, e soprattutto permette di godere maggiormente la genialità di un buon numero di battute, che inevitabilmente andrebbe perduto con un adattamento.

Cos'altro dire? Ah sì: lunga vita al re! 

Radiohead - The King of Limbs (2011)


Eccomi a parlare di un disco di cui praticamente tutti ignoravamo l'esistenza sino a una settimana fa: il nuovo, attesissimo pargolo dei Radiohead, annunciato dalla band una manciata di giorni prima della sua uscita (digitale).

Innanzitutto vorrei chiarire un paio di cose.
La prima è essenziale: ho ascoltato il disco. In un mondo ideale la cosa dovrebbe essere un'ovvietà, ma dalle nostre parti non è così, visto che spulciando un po' la rete si trova  gente che è riuscita a scrivere di The King of Limbs il giorno stesso dell'uscita, con risultati un passo oltre il ridicolo (vero Jacopo Jacoboni, blogger de La Stampa? Piccola parentesi: diffidate dalle persone che hanno un nome ridondante rispetto al cognome. Se conoscete qualche Paolo Paoli, Giordano Giordani, Giacomo Giacomazzi e via dicendo, fuggite sciocchi!).

La seconda premessa è puramente personale: la mia non è una recensione. Odio il termine recensione, implica collocarsi su un piedistallo ed esercitare professione di spocchia, cosa che detesto. Si tratta invece di una raccolta di impressioni a getto, maturata da una settimana di ascolto intensivo e pressoché esclusivo del disco.

Ho notato che l'approccio che ho coi dischi è simile a quello che ho con le ragazze, e non so se sia una cosa buona o se dovrei esserne spaventato. Fattostà che sono decisivi i primi secondi che trascorro con loro: se non riesco subito a catturarne l'essenza allora ne rimango affascinato e tendenzialmente me ne innamoro. Perdutamente. Disperatamente. E tendo a parlare sempre di loro, annoiando così i miei interlocutori. Certo, può anche capitare che col tempo mi accorga di essermi sbagliato, per fortuna capita di rado. Ma quando rimango disorientato è un buon segno. Coi dischi, perlomeno.

OK Computer parlava un altro linguaggio rispetto alla musica che ero solito ascoltare ai tempi, ma avevo capito subito di stare per affrontare qualcosa di enorme, era la prima ragazza che ti faceva davvero sentire qualcosa, era la caduta della dittatura delle pippe; Hail to the Thief mi aveva fatto piangere dopo pochi secondi, ma allora ero in un momento di vulnerabilità, era stato relativamente facile sedurmi; In Rainbows era squisito nella sua bellezza essenziale e lineare, era la ragazza acqua e sapone, inappuntabile, di cui si innamorano anche tutti gli amici; lei apprezza l'interessamento, si sente lusingata, ma le sta bene rimanere solo amici, tu sul momento ci rimani male ma poi accetti la cosa e alla fine sei contento.

Sulla base di queste esperienze passate, carico TKOL su iTunes e mi accingo a premere play con speranza mista a timore. Via, si balla.
Il loop digitale di Bloom e il ritmo marziale del rullante, ideale degenerazione lisergica della coda di Videotape (outro di In Rainbows), mi spiazzano. E già mi sento bene. Quando poi attacca la voce di Thom, sfasata e siderale, perdo completamente la bussola. Sì, credo di essere innamorato!
Dopo un trittico di dischi (compreso il solista The Eraser) in cui Thom aveva dato libero sfogo a quell'autentica opera d'arte che è la sua voce, ecco che in TKOL le rimette il guinzaglio, la riconduce a diventare strumento tra strumenti, soggetto a distorsioni e campionamenti. La linea vocale di Bloom ricorda, per stile ed evoluzioni, quella di Like Spinning Plates, ma il tappeto strumentale che la accompagna è schizzato, fanno capolino ottoni lontani, mantra di archi ossessivi, casse digitali schizofreniche.

La successiva Morning Mr Magpie mantiene l'andazzo sincopato del brano d'apertura, ma stavolta a suonare sono esseri umani, dove detta legge la sezione ritmica di Phil Selway e Colin Greenwood. E' curioso che i miei gruppi preferiti abbiano un'evoluzione che li vede via via concentrarsi sempre più sulla sperimentazione ritmica, dopo aver dedicato la prima parte della loro carriera a una ricerca maggiormente incentrata sulla melodia. Anzi, in realtà è abbastanza normale, tutti quanti abbiamo un tipo di donna che preferiamo, no?

Little by Little cela, col suo titolo fin troppo banale, quello che secondo me è il primo gioiello del disco: è In Limbo che subisce il trattamento dei Radiohead degli anni Dieci, dove emerge l'inconfondibile tocco chitarristico del duo Jonny Greenwood-Ed O'Brien, un po' sullo sfondo sino ad ora.

Feral è l'unico strumentale del disco, un trionfo di batterie, digitali e non, e di campionamenti. Già me la immagino live, con Thom Yorke che raggiunge nuovi livelli di tarantolamento. Concettualmente Feral è la sorellina minore di Idioteque, benché non ne possieda né la potenza, né la portata epica. Sarebbe un magnifico spartiacque da concerto, non per niente anche nel disco è collocata grossomodo a metà.

Lotus Flower è il brano più convenzionale del lotto, una valvola di sfogo dal ritmo coinvolgente per potere apprezzare i deliziosi falsetti di Thom, che (volutamente?) nulla lascia intuire di quello che sta per arrivare.

L'atmosfera mantenuta sino a questo momento si spezza violentemente e si inchina di fronte a un pianoforte etereo, riverberato, che sembra provenire dai fondali oceanici. Sullo sfondo il ritmo regolare di una cassa digitale, e una linea vocale irripetibile. Quando poi tra le pieghe dei respiri di Thom si insinuano suoni che sembrano provenire dalle tastiere più dolci dei Pink Floyd di Shine On You Crazy Diamond, tutto attorno non c'è più niente, si galleggia nel blu infinito.
Codex. Non serve aggiungere altro.

Cinguettii e rumori di bosco (eh sì) mi riportano sulla Terra. Give Up the Ghost è di difficile collocazione, è uno spiritual acustico, azzardo a definirla la Here Comes the Sun oxfordiana. E' un brano che sto apprezzando alla distanza, benché abbia l'ingrato compito di occupare la scomodissima posizione di brano "del dopo Codex".

Il riff batteristico di Separator riprende musicalmente le atmosfere respirate nella prima metà di TKOL, ma le libera dei toni opprimenti. E' una Weird Fishes/Arpeggi sotto antidepressivi, decisamente migliore di quest'ultima. Anche la voce di Thom, via via caricata di eco, è libera e distesa, e si inerpica pian piano su un crescendo che sfocia... nel nulla. Quando infatti sembra che il brano stia per "svoltare", ecco invece che finisce. E con esso finisce il disco, per un totale di otto brani e poco più di mezz'ora di musica, andando a creare l'album più breve di sempre per il quintetto di Oxford. Almeno per ora.

Già, perché alcuni indizi presunti e non, a cominciare dal titolo stesso del brano, lasciano presagire che TKOL non sia ancora finito. Gli otto brani pubblicati sinora sarebbero solo la prima metà di un progetto più articolato. Le speculazioni ovviamente si sprecano, come da miglior tradizione Radiohead. Facciano pure con calma, io devo ancora sentirmi per bene questo (semi?)disco, che nonostante almeno una quindicina di ascolti non riesco ancora a cogliere nella sua (semi?)totalità. Però ho paura, perché mi sento un po' innamorato fin d'ora, e fin qui tutto bene. Ma se dovessi scoprire che in realtà sono solo semi-innamorato, beh, aiuto!

Sonic the Hedgehog 4: Episode I (Sega, 2010)



Ci sono voluti diciassette anni (DICIASSETTE!!! Ma quanto cavolo sono vecchio???), una manciata di giochi poligonali mediamente rivoltanti, un universo di personaggi che si è sovrapopolato con risultati a tratti ridicoli (Charmy Bee, Vector... come dite? chi sono? appunto...) ma Sonic, quello vero, è tornato.
Eppure, diciamocelo, Sonic non se n'è mai andato. Nonostante Sega si fosse impegnata davvero tanto per spalare fango sul proprio simbolo con titoli improponibili, la popolarità del porcospino non si è mai affievolita nel susseguirsi di console, mascotte, icone: un sondaggio di un paio di anni fa di una testata generalista britannica vedeva Sonic al secondo posto assoluto tra i personaggi videoludici più amati di sempre.
Potevamo quindi evitarci un ritorno in grande stile, rigorosamente bidimensionale, in questi mesi di saccheggio furioso a giochi, mascotte e strutture ludiche di almeno tre lustri fa? No, non potevamo. Per fortuna.

Allora quando sullo schermo compare la storica schermata bianca col logo azzurro e il jingle "Seeeegaaaa" non sono più sicuro di avere 27 anni e di stringere tra le mani un Dual Shock 3. E ogni certezza si sgretola definitivamente quando inizia l'Atto 1 della Splash Hill Zone: ormai è chiaro, ho 11 anni, sono davanti al mio SABA 15 pollici e tra le mani ho il famigerato "bananino" del Mega Drive. Mi metto le mani nei capelli. Ma, colpo di scena, i capelli non ci sono!!! Così torno alla realtà, al 2011, alla tv full HD e all'alopecia androgenetica.
Tutta questa fuffa per dire che il ritorno alle origini è evidente, per non dire smaccato, in ogni singolo particolare, a cominciare da una Splash Hill Zone ancora più green di quella storica Green Hill Zone da cui iniziò tutto. E poi i Badnik, le palme, le colline a scacchi, un Dr. Robotnik ancora più baffuto grazie all'HD, le musiche dell'immenso Jun Senoue (due su tutte, il tema dei boss e quello del secondo atto della Casino Street Zone).

Come lascia intendere chiaramente il titolo, trattasi solo del primo episodio (presumibilmente di due, massimo tre) di Sonic 4, che riprende grossomodo dove era finito Sonic & Knuckles quasi vent'anni fa. Come se fosse importante...
Ognuna delle quattro "zone" principali consta di tre atti e un livello boss dove si affronta una delle infinite incarnazioni della mitica navicella ovoidale di Robotnik. La grafica HD esalta la palette cromatica dei giochi di Sonic, da sempre ricchissima, passando dalle tinte calde della Splash Hill Zone ai toni lisergici degli immancabili bonus stage, dove ancora una volta bisognerà andare a caccia dei sette Smeraldi del Caos. Per quanto riguarda il design dei livelli, non voglio anticipare nulla se non che ci sono moltissimi omaggi alle zone che hanno fatto la storia del porcospino blu, cui vengono integrate alcune novità sostanzialmente ben riuscite sia dal punto di vista coreografico che di gameplay.

Anche in termini di giocabilità si ritorna ai movimenti essenziali di Sonic, eliminando Blue Tornado, Super Spinning e Cazz e Mazz che altro non avevano fatto che complicare e appesantire una struttura che sull'immediatezza e la velocità aveva posto le basi: l'unica aggiunta ai classici salto e spinning dash è una sorta di scatto in avanti durante il salto, utile per ampliare la distanza coperta in aria e per inanellare combo di nemici posti a poca distanza l'uno dall'altro, con conseguente aumento del punteggio.

Una volta completato il gioco è poi possibile ripercorrere tutte le zone in modalità Time Trial, con la quale gareggiare contro se stessi o contro i fan di Sonic di tutto il mondo, confrontando le classifiche online alle quali si accede automaticamente terminando il livello.
Un'aggiunta a mio parere abbastanza superflua. Anche perché sarebbe un peccato non godersi appieno la magnificenza grafica e sonora di ogni zona, non spulciarne ogni angolo, non soffermarsi su piccoli grandi particolari che hanno fatto la storia con una saga iniziata vent'anni fa esatti. E a quel punto sarebbe un peccato non sorridere compiaciuti. Perché Sonic, quel Sonic, cioè il nostro Sonic è tornato. Anzi, come ho detto prima, non se ne è mai andato.

Seeeeegaaaaaaa!!!!

La versione di Barney (2010)


Premessa essenziale: non ho letto il libro di Mordecai Richler da cui è stato tratto questo film, quindi vi/mi risparmierò lo sterile snobismo di quelli che "il libvo è migliove, in confvonto il film è una mevda".
Verrò subito al dunque: La versione di Barney è un gran bel film, girato con molto garbo ed eleganza sin dal trailer di lancio e sviluppato ancora meglio.

Barney Panofsky (Paul Giamatti) lavora come produttore per un'azienda specializzata in sitcom squallide, chiamata profeticamente Totally Unnecessary. La sua vita privata è scandita dalla passione per l'hockey, l'ubriacatura facile e donne sbagliate, almeno fino a quando, durante la festa per il suo secondo matrimonio, conosce l'affascinante Miriam (Rosamund Pike). "Per la prima volta nella mia vita sono totalmente, completamente innamorato", confessa Barney al migliore amico.

E' da questo evento che il film ripercorre circa trent'anni della vita di Barney. E lo fa con un ritmo calibrato magnificamente nonostante la durata corposa della pellicola (circa 135 minuti), un cast particolarmente riuscito (Giamatti è sontuoso, ma non è da meno anche un irresistibile Dustin Hoffman, nelle vesti del padre di Barney ed ex-poliziotto discriminato dai colleghi in quanto ebreo) e una fotografia che non sarà niente di particolare, ma che proprio per questo non si rivela mai invadente come spesso succede, per esempio, con Almodovar.

Forse però il vero punto forte di questo film è rappresentato dal mosaico di emozioni, anche in contrasto tra loro, che si intrecciano senza fatica. Lo squisito umorismo ebraico, che in mani diverse da quelle di Woody Allen spesso si è rivelato arma di tortura più efficace di un discorso di Nanni Moretti, costella gli innumerevoli piccoli grandi eventi di quotidianità di Barney e di chi lo circonda. Anche i momenti di maggior tensione emotiva sono raccontati con una delicatezza quasi infantile (naturalmente nel senso buono), stemperata in gesti minuti che non sfociano mai nel sentimentalismo. E a fine film sarà difficile non guardare con altri occhi cose fino a quel momento insignificanti come una cipolla o una piccola pietra bianca e levigata.

La grande forza de La versione di Barney sta nel raccontare praticamente una vita intera senza però avere la presunzione di volerne vivisezionare ogni aspetto. In fin dei conti è solo la storia di un uomo che si innamora, lotta per qualcosa e la ottiene, commette degli errori e soffre.
Ma soprattutto ama. Totalmente. Disperatamente. Fino alla fine. Probabilmente per molti non sarà nulla di eccezionale. Però è sempre bello che qualcuno ce lo ricordi.

Metal Gear Solid 4 - Guns of the Patriots (2008)


Arrivo un po' tardi a parlare di questo gioco, quasi tre anni dopo la sua uscita. Ma sarebbe delittuoso che in questo blog non scrivessi almeno un paio di considerazioni sull'epilogo della saga di Metal Gear Solid, a cui sono legato da un amore quasi religioso. Ed è proprio in virtù di questo rapimento mistico che quella che vado a scrivere non è una recensione, né tantomeno una breve sinossi degli eventi di MGS4. Perché non voglio assolutamente rovinare nulla a quelle tre persone al mondo che non hanno ancora vissuto questa esperienza (sono amico di due terzi di questa non propriamente sacrissima trimurti, non me lo perdonerebbero mai) e perché sarebbe umanamente impossibile raccontare qualcosa in poche righe di un'epopea videoludica che in poche righe ha scritti solo i libretti d'istruzioni.
Parlerò di sensazioni, spaccati emotivi, registri narrativi ed emozionali. Racconterò quello che per me è MGS4, e anche quello che non è.

Partiamo innanzitutto da quello che non è. MGS4 non è, molto semplicemente, il migliore episodio della serie. Per nulla. E non per un motivo particolare, ma per diversi motivi. Il primo è squisitamente cronologico: MGS4 infatti viene dopo MGS3: Snake Eater (applausi, grazie), che per il sottoscritto rappresenta l'apice assoluto della serie, dove tutti gli elementi caratterizzanti la tetralogia (struttura della giocabilità, sceneggiatura, sequenze non interattive, gamma emozionale) convivono in un equilibrio mai e mai più raggiunto in ogni altro episodio.

In questo senso MGS4 paga la scelta, non so quanto "caldeggiata" dai piani alti di Konami, di dare una conclusione alla saga. Il che comporta uno stravolgimento eccessivo di ogni aspetto, nel bene e nel male. Nel bene perché lo spettro delle sensazioni che attraversano i cinque macro-livelli in cui è strutturato il gioco includono ogni possibile risvolto emotivo di un essere umano, ma di questo parlerò più nel dettaglio fra poco. Nel male perché, sul piano della pura giocabilità, in un ipotetico confronto, Metal Gear Solid 2 - Sons of Liberty diventa il gioco più immediato di sempre. Detta brutalmente, MGS4 è un lunghissimo film inframezzato qua e là da sequenze interattive. Di pregevolissima fattura, ma eccessivamente brevi, a fronte di una durata media dei filmati che supera abbondantemente la decina di minuti, con picchi francamente insopportabili di quasi un'ora tonda tonda!

La sceneggiatura strabordante va a minare anche la longevità di un titolo che, per quanto sia una festa per gli occhi, le orecchie e il cuore, è scarsamente rigiocabile proprio per l'esagerato squilibrio tra sezioni interattive e non. L'introduzione della pausa anche nelle sequenze filmate è fin troppo emblematica, oltre a rappresentare un gradito omaggio per la vescica del videogiocatore.

In aggiunta vorrei sottolineare, con un po' di amarezza, che in questo epilogo Kojima ha decisamente calcato la mano con colpi di scena molto discutibili e qualche assurdità di troppo. E' un'ovvietà palese come la broccaggine di Zdenek Grygera trovare nella saga di Metal Gear Solid contesti curati in modo maniacalmente realistico (la riproduzione di armi e mezzi, la documentazione storica, il costante riferimento a contesti ed eventi reali) che si integrano senza fatica con sciamani che maneggiano tranquillamente mitragliatrici Vulcan, pseudo-vampiri che camminano sull'acqua, domatori di calabroni e via dicendo. Questa tecnica è la base dell'approccio che Kojima ha col videogioco e col mondo. Mescolando elementi assolutamente fantastici con un contesto reale tratteggiato fin troppo fedelmente, Kojima parla direttamente al giocatore e gli dice "ok, parlo del business bellico, della Guerra Fredda, della questione nucleare, ma ti ricordo che stai giocando" e poi si guarda allo specchio ed ecco che la questione diventa "ok, questo è un videogioco, ma ti ricordo che là fuori ci sono migliaia di testate nucleari, e soldati che si ammazzano tra di loro senza sapere perché". E' la barriera meta-narrativa che si era incrinata già coi Metal Gear per MSX di 25 anni fa, e che va definitivamente in frantumi con la "tetralogia solida". Ma anche ragionando su queste basi, MGS4 si concede licenze narrative esageratamente forzate, probabilmente dettate dalla necessità di unire i milioni di pezzi del puzzle. Kojima ha dichiarato di aver ricevuto pressioni per un finale di cui non era pienamente soddisfatto, ma mi chiedo quanto quelle istanze dall'alto abbiano effettivamente influito sulla sceneggiatura definitiva. Una suddivisione dell'epilogo in due giochi distinti probabilmente sarebbe stata la soluzione più saggia. Peccato.

Tutto negativo allora? Nemmeno per sogno. Veniamo ora a parlare di quello che c'è di buono in MGS4, che non è poco.
Innanzitutto il comparto tecnico, da sempre fiore all'occhiello di ogni episodio e ideale punto di svolta della vita delle console sulle quali sono girati: MGS rappresentava l'inizio della maturita di PSOne, MGS2 dava il la alle potenzialità di una PS2 fino a quel momento solo in rampa di lancio, mentre MGS3 ne sanciva l'assoluto dominio tra le macchine di quella generazione. E a distanza di tre anni dall'uscita, MGS4 rimane tuttora uno dei titoli più importanti e cruciali per una console dal successo altrimenti ondivago e molto tribolato qual è PS3. La grafica è massiccia, sia nel gestire scenari dalle dimensioni non eccessive e per questo riprodotti con un dettaglio sbalorditivo, sia nel definire personaggi dotati di un'espressività quasi commovente. Vedere le gocce di sudore che rilucono sulle guance ormai rugose di Snake è allo stesso tempo catartico e straziante.

Straziante, ecco l'aggettivo che più di ogni altro cattura l'essenza emozionale di MGS4. Le linee programmatiche del gioco si definiscono già nei primi minuti, con uno dei filmati introduttivi più potenti di sempre, dove risaltano la luce livida del sole mediorientale, il bagliore degli spari dei guerriglieri, le urla dei soldati violentati dai proiettili e il lancinante Love theme cantato in arabo da una Jackie Presti da pelle d'oca. Quindi appare Snake, coperto da un mantello tipico del posto, che si fa stancamente strada tra i cadaveri.
La morte invade subito il campo di battaglia con prepotenza, e questo senso di morte, di caducità permea tutto il gioco, costantemente, invariabilmente.
Con esso, ecco l'amore. Eros e thanatos. Non possono mai viaggiare separati, l'uno definisce l'altro. MGS4 è anche questo, sin dalla sparatoria iniziale sulla quale si innesta il tema d'amore citato poc'anzi. MGS4 è anche un omaggio al mondo femminile. Sì, perché MGS4 è donna. Senza svelare nulla della trama, dirò solo che sono le donne le figure centrali di questo epilogo, grembo di nuova vita in un universo dove ovunque è morte, rovina fisica e spirituale. E sofferenza. Dei personaggi e del giocatore. Mai un videogioco mi aveva dato una sofferenza fisica ed emotiva paragonabile a quella che ho provato in MGS4, una sofferenza che è già intensa dall'inizio e cresce lenta ma inesorabile, in un viaggio emozionale che ripercorre luoghi, personaggi, eventi, simboli (uno su tutti: l'uovo. E ditemi perché), fino a una conclusione che non trova altra descrizione se non nell'aggettivo di prima: straziante.

Straziante non è un bel termine. Visto così fa paura, evoca cattive sensazioni. Ma rovistando nelle sue pieghe ci si accorge che possiede anche un potente signifcato di bellezza: il Requiem K626 di Mozart è mirabilmente straziante, ed è una delle composizioni sacre più grandiose di sempre; un amore intenso, tormentato, disperato è di per sé straziante, ma in quanto amore non è forse meritevole di essere vissuto? MGS4 è straziante. E anch'esso merita di essere vissuto.