Riflessioni agrodolci di un hater lover witness.
LeBron James ha appena concluso il suo ottavo anno NBA, per l'ottava volta consecutiva a bocca asciutta. Il solito, verrebbe da dire.
Ma quest'anno è diverso, quest'anno fa più male. La scorsa stagione i Celtics avevano posto fine in maniera tragicamente inaspettata alla cavalcata dei Cavs (miglior record NBA 2010) e alla dignità sportiva di Cleveland. In estate la famigerata "Decision", con James che porta i suoi talenti a South Beach assieme a Chris Bosh, la costruzione di una squadra che sembra poter fare a fette il campionato, la crisi di metà stagione, poi la continuità, fino all'eliminazione piuttosto agevole dei Bulls dell'MVP Derrick Rose e l'approdo in finale da strafavoriti. Il resto è storia recente.Quest'anno fa più male, dicevo, perché tutto era pronto per l'agognato trionfo, dal pronostico al fattore campo. E invece ecco l'ennesima sconfitta, questa volta senza nemmeno un'attenuante. Non tanto perché nel 2007 i Cavs affrontarono degli Spurs all'apogeo della loro dinastia con una squadra il cui quintetto base era James+altriquattroincanottabianca (LeBron quell'anno arrivò in finale da solo, non venitemi a raccontare che "però Snow era un gran difensore" o "però c'era Larry Hughes", che altrimenti non smetto più di ridere), ma perché LeBron non è mai risultato così impotente come in questa serie.
Certo, la concomitanza di fattori che hanno regalato la (meritatissima) vittoria a Dallas quasi se la gioca con quella dell'Inter del triplete. Curioso anche il parallelo tra Inter e Mavericks come squadre odiatissime. Ma se l'odio per la prima è cosa comprensibile se non auspicabile, mi chiedo invece da cosa derivi l'avversione per Dallas.
Volendo potremmo parlare a lungo della preparazione tattica da parte di Carlisle, della sua rotazione pressoché perfetta in ogni singolo minuto della serie e via dicendo. Tutto determinante, per carità. Ma quello che più mi ha sconcertato è stato vedere LeBron soggiogato a livello mentale per tutte e sei le partite.
Fondamentalmente Miami ha perso la finale già in gara 2, quando a 7 minuti dalla fine si trovava sopra di 15 punti con un dominio totale: fisico, psicologico, morale. Nel momento in cui Wade butta dentro la tripla del +15 credo che un po' tutti abbiano pensato a uno sweep, almeno per un attimo. Heat compresi. La loro serie è finita precisamente in quell'istante. Dallas ha rimontato, ha vinto la partita e alla sirena ha messo le mani sull'anello, psicologicamente parlando. Ok, Miami ha poi vinto gara 3 a Dallas riprendendosi il fattore campo, ma è stato un episodio. Nelle successive tre partite è sempre stata sovrastata sotto ogni aspetto, e i Mavs non hanno nemmeno dovuto forzare la bella. E a tutti gli hater, abbiate l'onestà di ammettere che il bistrattato Chris Bosh, che dei Big Three è innegabilmente il più Little, è stato l'unico a giocare una serie ad alto livello.
Ma, ehi, dovevo parlare di LeBron!
LeBron, ovvero The Chosen One, semplicemente non si è presentato per tutta la finale, ha deciso di andare in vacanza dopo la superba serie con Chicago. Non si è presentato perché uno che chiude con una media a partita di 15 punti e 3 tiri liberi scarsi non è LeBron James. Punto. Ma seppure emblematiche, le sole statistiche non sono esaurienti a definire l'impatto minimo del Prescelto nella serie più importante della sua vita. Ne è prova gara 5, dove i numeri dicono che LeBron ha fatto registrare una tripla doppia. Eppure in quella partita ha sbagliato tutti, e sottolineo TUTTI, i tiri importanti, quelli che ti ammazzano una partita se vinci o la riaprono se insegui. Altro che intangibles!
Piccola parentesi: a mio parere LeBron potrebbe mantenerla di media, la tripla doppia. Perché è semplicemente il giocatore più totale dai tempi di chi una tripla doppia di media in una stagione la fece registrare per davvero, cioè Oscar Robertson (30.8 punti, 12.5 rimbalzi, 11.4 assist nella stagione 1961-62), ingiustamente mai celebrato quanto meriterebbe. Più totale persino di quel Michael Jordan a cui viene fin troppo spesso paragonato. Perché LeBron passa la palla come e meglio di un play, segna come una guardia e prende rimbalzi come un'ala. In sostanza, sarebbe eccellente in quattro posizioni su cinque, e in una NBA povera di centri di qualità come quella attuale probabilmente non farebbe male nemmeno come 5.
Cosa gli manca, allora? A parte l'anello, chiaramente.
Secondo me gli manca... l'allenatore.
In che senso? Presto detto. La maggior parte dei grandi del basket è diventata tale grazie ad allenatori altrettanto grandi che hanno saputo portarli a quel livello che separa i fuoriclasse dai campioni. Per Jordan, Kobe e Shaq è stato Phil Jackson, per Duncan è stato Greg Popovich, per Wade è stato Pat Riley (e verosimilmente lo sarà anche per LeBron, credo), se andiamo indietro nel tempo mi viene in mente Billy Cunningham con Doctor J sino a risalire a Red Auerbach con la sua sfilza di hall of famer: Bill Russell, John Havlicek e compagnia dominante.
Shaq ai tempi disse che senza Phil Jackson non avrebbe mai raggiunto quella consapevolezza mentale che lo portò al threepeat coi Lakers, al titolo di MVP e... ad essere Shaq!
Ed è esattamente Shaq quello che rivedo nel LeBron James attuale. Lo Shaq di Orlando e dei Lakers pre-Jackson, ovvio. Dominante, entusiasmante, perdente.James non è stato sovrastato fisicamente o tecnicamente, anche perché, molto semplicemente, in pochi al mondo sono in grado di tenergli testa sotto questo aspetto. E' stato ingabbiato mentalmente. Il LeBron visto contro i Mavs non aveva risorse psicologiche, anche in gara 6 ha iniziato 4-4 segnando praticamente da ogni posizione. E basta. Per non parlare di occasioni rinunciate, un'infinità in tutta la serie. Nella sua carriera James ha segnato marcato da quattro difensori, ha messo tiri da 8 metri con le mani dell'avversario in faccia, ha schiacciato spazzando via qualsiasi cosa si frapponesse fra lui e il canestro. Ma contro Dallas si liberava della palla anche quando davanti a sé aveva campo libero, spazio. Non parliamo delle sanguinose palle perse, sinonimo di punti subiti in contropiede (che teoricamente avrebbero dovuto essere l'arma in più di Miami), delle penetrazioni pressoché nulle con relativi pochissimi viaggi in lunetta, già menzionati in precedenza.
Ma soprattutto lo sguardo di LeBron! Perso nel vuoto, timoroso, incerto, a tratti rassegnato e impotente davanti a un Nowtizki che per tutti i playoff ha infilato canestri al limite dell'assurdo. Lo sguardo di chi pensa, per l'ennesima volta, "mi sta di nuovo sfuggendo". E puntualmente si realizza.
E' di queste ore la notizia che Pat Riley, ex-coach pluricampione con Lakers, Heat, finalista anche coi Knicks e attuale presidentissimo degli Heat, avrebbe deciso di riconfermare Erik Spoelstra sulla panchina di Miami.
Ma ci credo poco. Pat ha fatto i salti mortali per avere i Big Three a Miami, come fece ai tempi con Shaq. Allora ci volle un anno di rodaggio prima di trionfare, e il cambio di guida sulla panchina, con Stan Van Gundy sostituito in corsa dallo stesso Riley a metà della stagione 2005-2006.
La storia si ripeterà? Non so. Solitamente si ripetono gli storici. Ma in questo caso le premesse ci sono tutte, e francamente lo auspico. Pat Riley ha allenato Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, Shaquille O'Neal, Patrick Ewing, insomma l'eccellenza degli ultimi trent'anni NBA, vederlo gestire LeBron James mi intriga dannatamente.
Una cosa è certa: se succederà, sarà spettacolo.
I love this game.

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