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Nello specifico segnalo un passaggio significativo della dichiarazione di Zebina, pittore con l'hobby del calcio: "abbiamo visto come hanno rimandato a casa uno come Pavel Nedved e da quel momento in tanti nel gruppo avevamo capito che dalla società non potevamo aspettarci niente di particolare".
A questo punto vale la pena ricordare come la società abbia "rimandato a casa" Nedved, non fosse altro per correttezza verso chi legge. Pavel Nedved si ritira dal calcio giocato il 31 maggio 2009, ultima partita di campionato. La partita è Juve-Lazio, vede quindi protagoniste le due squadre che hanno fatto grande il ceco di Cheb. Come dicevo, le coincidenze non esistono. A fine partita tutto lo stadio è in piedi, e il biondo campione lascia il campo commosso, mentre i compagni lo acclamano a gran voce vestendo per l'occasione la maglia col numero 11, il suo numero storico.
Pavel Nedved lascia il calcio con 247 presenze e 51 reti con la maglia juventina, diventando lo straniero più longevo in bianconero. Con la maglia della squadra di Torino vince, da assoluto protagonista, quattro scudetti, due Supercoppe Italiane, un campionato di Serie B e il Pallone d'Oro nel 2003.
Dopo il ritiro, la Juventus lo "rimanda a casa" offrendogli la poltrona di responsabile del settore giovanile, ruolo che ricopre tuttora, oltre ad essere diventato braccio destro del neo-presidente Andrea Agnelli. Che trattamento orribile...
Zebina, così come Giovinco, verranno invece ricordati per la loro istantanea dimenticabilità. Il primo arriva a parametro zero negli anni di Capello. A una buona tecnica unita a un'indubbia prestanza atletica rispondono la pressoché insignificanza a livello difensivo e una spaventosa discontinuità, tanto che il prode Jonathan si fa più apprezzare per i discreti quadri che dipinge e per la notevole cultura di cui dispone. Doti apprezzabilissime. Fuori dal campo di calcio, ovviamente.
Giovinco invece è il più grosso bluff del vivaio juventino dai tempi di... Marchisio. Dotato di tecnica e fantasia straordinarie, lo gnomico giocatore sembrava destinato a grandi cose, salvo poi dimostrare la totale mancanza di personalità, oltreché di fisicità, ad alti livelli. Basta infatti che un cucciolo di millepiedi nano abbia la sciagurata idea di uscire dalla zolla di terra nel momento in cui ci transita sopra Giovinco ed ecco che il Premio Gillette 2008 ruzzola a terra. Non parliamo poi quando sullo stadio spira un po' di brezza...
Ma non c'è nemmeno da stupirsi delle loro reazioni, la maggior parte dei calciatori oggi è così, l'amore per la squadra è direttamente proporzionale all'ingaggio offerto, si batte cassa dopo due partite giocate bene (a certi ne basta una, chiedere a Marchisio) ma curiosamente non succede quasi mai il contrario. Effetti a lungo termine di quella sciagura che fu la Sentenza Bosman, certo, indubbia latitanza di attaccamento alla maglia, ma più che altro una generale svalutazione etica che interessa la società tout court (odio l'espressione tout court, ma rende così bene e così immediatamente il concetto che ormai mi è indispensabile) e che per forza di cose si riflette anche nel calcio.
Squallido. Probabilmente il buon Scirea sarebbe scappato a gambe levate dal mondo del calcio attuale. Oppure no. Ma, come dicevo a inizio intervento, le coincidenze non esistono. Ed è un bene, perché Zebina e Giovinco hanno aspettato proprio oggi per piangere lacrime amare. Ma oggi noi pensiamo al nostro Scirea, a quanto siamo sfortunati a non averlo più, ma a quanto siamo fortunati ad averlo avuto. Loro piangono lacrime amare, noi sorridiamo. A ognuno il suo.
Ciao, Gai. Ti vogliamo bene.