Serie A 2010-2011: anno 1 dM (dopo Mou)

E' solo un caso se l'inizio del nuovo campionato di calcio di Serie A e l'apertura del mio nuovo blog siano praticamente coincidenti, ma ne approfitterò ugualmente per sbilanciarmi per la prima volta su quali saranno le protagoniste del campionato iniziato ieri sera.
Intanto mettiamo subito una cosa in chiaro: ancora una volta si può discutere solo dalla seconda posizione in poi. Ok, il livello complessivo della Serie A di quest'anno credo sia aumentato, ma non c'è nessuna squadra in grado di potersi avvicinare alla completezza e alla qualità della rosa dell'Inter. E naturalmente lo dico con la morte nel cuore.

Da Mou a Benitez probabilmente ha perso qualcosa, benché io stimi tantissimo anche il tecnico spagnolo, ma credo sia solo questione di far assimilare ai giocatori la filosofia tattica e organizzativa di Rafa e, purtroppo, i risultati arriveranno anche quest'anno. L'unica variabile che potrebbe in qualche modo rallentare il Biscione è la possibile spossatezza derivante da un'annata in cui praticamente tutti i giocatori hanno dato il 120% sia in termini fisici che mentali. Uno ci spera sempre.

E sotto l'Inter? Beh, dopo di loro è davvero uno scenario divertente. A costo di rischiare l'auto-iettatura, io vedo discretamente la nuova Juve di Del Neri e Andrea Agnelli, all'ennesima rivoluzione tattica e di organico dopo l'azzeramento di Calciopoli. Tanti innesti (e qualcuno arriverà ancora nelle prossime 48 ore), tante partenze, ma l'ossatura secondo me è valida. Lo era già l'anno scorso, con uno sciagurato settimo posto finale che mortificava l'effettivo valore della rosa, frutto più di guide tecniche inadeguate e crepacci di preparazione fisica e tattica che avevano le loro origini già nel biennio di Ranieri, a ben vedere. 

Già, Ranieri. Quindi Roma. La Roma, la squadra definita negli ultimi anni come unica antagonista dell'Inter, più che altro perché statisticamente qualcuno deve arrivare secondo per forza e non per effettivo valore della squadra. Lungi da me avanzare l'assurda pretesa di aspettarsi vittorie e trofei da squadre allenate da Ranieri, non ci proverei nemmeno se il tecnico romano avesse tra le mani un organico dello strapotere del Milan di Sacchi. Già ieri sera Claudio ha confessato alla stampa che l'arrivo di Ibrahimovic al Milan sposta gli equilibri, il che tradotto in italiano suona più o meno "col cazzo che riesco a bissare il miracolo di arrivare secondo anche quest'anno". Sinceramente non vedo la Roma più su di un quarto, quinto posto. E sono ottimista.

Tocca allora al Milan, medaglia di bronzo l'anno scorso, che ha puntellato la difesa con buoni rincalzi ma soprattutto si è assicurato Ibrahimovic per un tozzo di pane. Meglio dell'anno scorso, sicuramente, quindi lo vedo tranquillamente in zona Champions. I tifosi rossoneri comunque non pensino che l'arrivo di Ibra, notoriamente tifoso milanista dalla nascita, sia la panacea di tutti i mali. Vedo il Milan come una squadra discontinua, che magari ti vince una partita 4-0 incantando poi quella dopo perde malamente o strappa un pareggino stitico con un gioco squallido.

E ora il resto del mondo. La Samp, quarta l'anno scorso, difficilmente potrà bissare quel risultato: Di Carlo non è bravo quanto Del Neri, i miracoli difficilmente si ripetono due volte, probabilmente la Juve saccheggerà ancora la rosa blucerchiata da qui al 31 agosto, ma soprattutto la concorrenza si è rinforzata, cugini del Genoa su tutti. Squadra completa, il Genoa, con uomini di qualità un po' ovunque, anche se tutto dipenderà da Toni. La squadra è costruita appositamente attorno a lui, e se sta bene può tranquillamente arrivare ancora a 15-18 reti e far sognare i genoani. Se invece sarà quello "modello cariatide" che ho potuto ammirare nell'amichevole qua ad Acqui, saranno guai.
Bene il Napoli, che si è privato di Quagliarella ma si è assicurato l'ottimo Cavani. Personalmente spero che rovinino il prima possibile nella seconda metà della classifica, più che altro perché la spocchia di Walter "hoinventatoilcalcio" Mazzarri e dello strappabiglietti De Laurentiis è insopportabile quasi quanto sentire parlare il cagacazzo supremo della storia del calcio, quel Claudio Lotito la cui Lazio probabilmente avrà un'annata più tranquilla rispetto alla stagione scorsa.

Rivelazioni? Scommetto sulla Fiorentina, che zitta zitta ha acquistato gente del calibro di D'Agostino, tipico regista in via d'estinzione, e Boruc, a mio parere uno dei portieri europei più forti degli ultimi anni. Tra le "piccole" mi incuriosisce molto il Cesena, ritrovatosi in A quasi per caso e quindi facile fonte di possibili sorprese durante la stagione.


Bene, le previsioni le ho fatte, fra 8-9 mesi vedremo se sono stato un buon profeta oppure un cialtrone. Sarei quasi più contento in quest'ultimo caso, devo essere sincero, avrei serie possibilità di guadagnarmi una scrivania alla Gazzetta.

Novità? Nessuna, grazie

Il giocatore (sotto) e il mercato (sopra).
 
Novità? Nessuna, grazie.
No, non è vero, videoludicamente parlando c'è una succulenta novità: da Natale infatti PS3 campeggia in bella mostra sotto il mio televisore. Alleluja!
La novità a cui si riferisce il titolo del mio intervento però è quella che, da più parti, si cerca nei giochi. Forse. Su PSM, una delle riviste più prestigiose della stampa videoludica italiana, il tema dello svecchiamento dei contenuti torna alla ribalta regolarmente, in rete tante persone auspicano meccaniche nuove, gameplay totalmente inediti e via dicendo. Da quel che si legge e si vede, sembrerebbe che ci sia un'estrema voglia di rinnovamento, di cambio radicale di rotta.

Poi però sfogliando un numero a caso di PSM trovo le recensioni di Bioshock 2, di Battlefield 2, del seguito di Army of Two, e succulente anteprime di Crysis 2 e di un nuovo episodio di Fallout. Non contento mi studio il Checkpoint, indispensabile Bignami del meglio PS3, e conto 46 (quarantasei!!) giochi il cui titolo termina con un numero maggioreuguale a 2 o che comunque è riconducibile a un nuovo episodio di una determinata saga (Prince of Persia, per fare un esempio). E nel conteggio non ho incluso gli sportivi.

La presunta voglia di novità di cui si parla non ha poi riscontri reali né nelle classifiche di vendita né tra gli addetti ai lavori, ossia tra recensori ed esperti di videogiochi. Perché Assassin's Creed II o MGS4 i loro votoni e il loro successo se li meritano ampiamente, sono opere splendide. Ma non sono certo ventate di aria fresca, né portatori di significativi rinnovamenti di certe meccaniche. Heavy Rain rappresenta la novità? Non scherziamo...

Qual è il punto? Chiediamo a gran voce qualcosa di nuovo ma poi, se ce lo propongono, paradossalmente non lo premiamo, preferendogli percorsi già battuti e quindi molto più rassicuranti. Un esempio su tutti: l'altra settimana in un grosso centro commerciale di Torino mi sono preso Mirror's Edge nuovo di zecca a 9.90 euro, in mezzo a decine di copie invendute.
Quel Mirror's Edge che gronda stile da ogni tetto; quel Mirror's Edge che ti riconcilia con la bellezza dei colori in un assortimento di giochi dalle tinte sin troppo livide; quel Mirror's Edge che ti prende dalla prima all'ultima corsa nonostante passaggi di estrema frustrazione; quel Mirror's Edge in cui nemmeno il doppiaggio di Asia Argento può impedirti di innamorarti del bel visino orientaleggiante di Faith; quel Mirror's Edge che in alcuni frangenti riesce nella titanica impresa di dare un senso al Sixaxis, il controller più disgraziato degli ultimi vent'anni, deriso persino da Psycho Mantis in MGS4. Ho detto tutto. Ah, dimenticavo, quel Mirror's Edge di cui attendo spasmodicamente un seguito.

Forse le lucciole si amano di nuovo


I Locanda delle Fate sono fuori dallo spazio e dal tempo. Non provengono da un'epoca precisa, né rappresentano un qualche luogo. Non appartengono a niente e nessuno. Quindi sono di tutti. Per tutti.
Fuori dallo spazio e dal tempo, dicevamo. Sin dall'inizio, in quel 1977 dove la deflagrazione punk faceva crollare un'epoca di vertigini in tempi dispari, racconti di re cremisi, diamanti pazzi e impressioni di settembre, ma talvolta anche di sterili manierismi barocchi e onanismi musicali. Su un terreno reso nuovamente vergine, ecco arrivare "Forse le lucciole non si amano più", che ovviamente è fuori tempo massimo e non ottiene il successo che la band si aspettava. Da cui lo scioglimento di lì a pochi mesi.
Ma in quanto fuori dallo spazio e dal tempo, ecco che col passare degli anni la musica vola da orecchio a orecchio, sino a diffondersi in ogni capo del globo. Gli ammiratori si moltiplicano, e con internet e la musica portatile quella che era nata come ammirazione si trasforma rapidamente in un piccola forma di culto, che matura ben presto un interrogativo comune: ci sarà mai un ritorno dei Locanda delle Fate? E' evidente che la domanda se la pongono anche gli stessi membri della band, che nel 1999 danno alle stampe, in formazione incompleta, "Homo homini lupus". Disco come ovvio molto distante dall'opera prima, sia come sonorità che come ispirazione, ma tutt'altro che brutto, come invece le scarsissime vendite hanno ingiustamente decretato. Nonostante il flop, gli anni a seguire vedono rincorrersi voci che danno per imminente una reunion completa della band. Voci che trovano il loro fondamento nell'annuncio di un'unica, attesissima data, al festival di Asti nell'estate 2010.

Il resto è storia recente, racchiusa nella cornice della piazza della bella Cattedrale della città monferrina, in una calda serata di metà luglio. Scorrendo con lo sguardo i volti degli spettatori, rimango colpito da una cosa: non certo dalla quantità del pubblico, per le ragioni di cui sopra, quanto dall'eterogeneità anagrafica dei presenti. Assieme a un buon numero di chiome brizzolate, ecco tanti ragazzini non più che quindicenni, e ancora, studenti universitari con la maglietta dei Blind Guardian e figli dei fiori avvizziti, avvolti in improbabili camicie variopinte ma dallo sguardo ancora pieno di entusiasmo inalterato dagli anni, forse solo lievemente venato di inevitabile nostalgia. Fuori dallo spazio e dal tempo, appunto.
Ad aprire la serata i Route 66, che ripropongono in chiave acustica storiche canzoni anni '60-'70 attinte dal catalogo internazionale (soprassederò sulla veramente pessima esecuzione della fin troppo abusata "Creuza de ma" di De André, unico neo di un'ottima esibizione). L'atmosfera è bella ed escluse due coriste veramente improponibili, il gruppo si difende molto bene, strappando meritati applausi e qualche lacrima di nostalgia. Ma come sottolinea il bravo cantante, financo con eccessiva modestia, "so che voi volete i Locanda, abbiamo quasi finito". E' così, il pubblico freme, l'attesa è palpabile, l'aria è elettrica e scorre anche un po' di nervosismo tra coloro che sono rimasti in fondo alla piazza.
Con il sole cala anche il sipario sui Route 66, si spengono le luci e dalle casse parte la versione originale di "A volte un istante di quiete", lo strumentale d'apertura di "Forse le lucciole non si amano più". Sul palco buio salgono i musicisti e al primo stacco del brano il disco sfuma e si inserisce la band. Partiti. Dopo trentatrè anni. Finalmente.
La band è tonica, soprattutto il batterista è in grande spolvero, ma in generale l'affiatamento è ottimo, e il brano scorre che è un piacere, se si esclude un non perfetto equilibrio del volume degli strumenti. La prassi per le aperture dei concerti, insomma, e quindi un dettaglio trascurabile. Il pubblico è entusiasta, e gli applausi sono fragorosi, mentre sul palco cala di nuovo il buio.

"...è una domanda che mi faccio spesso anche oggi: c'è rimasto un po' d'amore???" si chiede una voce potente, piena, che a tratti ricorda il Gassman shakespeariano. Quindi parte la meravigliosa introduzione pianistica di "Forse le lucciole non si amano più", e con l'inizio del canto si riaccendono le luci. Sul palco entra Leonardo Sasso, lo storico cantante della band: un omone di 140 chili, imponente, che quasi intimorisce visto da lontano, ma con uno sguardo carico di emozione che fa sciogliere qualsiasi timidezza. Rimango sbalordito. Per la voce praticamente intatta che Sasso ci regala. Una voce che, incredibile a dirsi, è ancora più pulita ed espressiva di quella di trentatrè anni fa. Quello che però veramente mi atterrisce è la presenza scenica del frontman, naturalmente quella fisica, ma soprattutto la potenza con la quale da solo riesce a tenere in scacco praticamente la piazza intera, che infatti non fiata per tutta la durata del brano. E' una delle emozioni più prepotenti che abbia mai provato a un concerto, una stretta alla bocca dello stomaco, un sussulto violento e meraviglioso al cuore e all'anima. Sarà retorica a buon mercato, non lo nego, ma è esattamente quello che ho provato. E alla fine del brano, il pubblico esita un istante ad applaudire, quasi come se cercasse in ogni modo di assorbire sino all'ultima goccia di quella genuina emozione, così rara, che una volta provata ti lascia infinitamente migliore di prima.
Gioca sulla nostalgia, Leonardo, sui ricordi di bambino che riaffiorano alla mente rivedendo dopo tanti anni i vecchi giocattoli sistemati in soffitta. E' il prologo di "Profumo di colla bianca", dove finalmente tutti i settaggi audio si assestano alla perfezione, non per nulla il risultato finale non sfigura affatto con la versione da studio.
Tra un pezzo e l'altro, Sasso ricorda Alberto Gaviglio ed Ezio Vevey, fondatori e compositori del gruppo, che sono in prima fila ma inspiegabilmente non sul palco. Sono parole piene di gratitudine sincera verso il loro genio, verso le delicate parole che Leonardo si accinge ad interpretare. Parole dedicate a una ragazza scomparsa nel fiore della sua giovinezza, che però ci parla ancora, semplicemente con suoni e parole diverse. "Ora vesti tante luci dove non esiste il tempo/ed i sogni di altri mondi sono quadri appesi al vento./E le stelle ti ameranno senza chiederti chi sei/scivolando nel tuo cuore o posandosi su te." sono solo alcuni dei versi forse più significativi di "Cercando un nuovo confine", durante la cui esecuzione si raggiunge un apice emotivo senza pari.
Emotività che la band opportunamente scarica facendo salire sul palco un fan giapponese, arrivato dalle terre del Sol Levante appositamente per il concerto. Emozionato, l'uomo saluta il pubblico e ringrazia i membri della band, che gli donano un poster d'annata con autografi e dediche. Dal Giappone ad Asti il passo è breve, sembra. Fuori dallo spazio e dal tempo, ancora una volta.

Dopo il simpatico intermezzo, Sasso cede la scena a Vevey e Gaviglio, che finalmente salgono sul palco interpretando "Non chiudere a chiave le stelle", in una delicata versione con i soli basso e chitarra acustica. E sono contento. Era impensabile una reunion senza l'esibizione delle menti stesse alla base del suono dei Locanda, sarebbe stata un'incompiuta vera e propria.
Torna quindi la band al completo, che si cimenta ne "La giostra", un brano mai pubblicato se non in rarissimi dischi live dalla pessima resa audio. Aperto e chiuso da due lunghi assolo di piano, il pezzo è eccellente, e per stile e ispirazione non avrebbe affatto stonato nel disco d'esordio.
Parte "Sogno di estunno", che non viene eseguita integralmente, ma funge da sottofondo per la presentazione di ogni singolo membro della band. Nemmeno a dirlo, il boato più fragoroso è per quell'istrione straordinario di Leonardo Sasso, io stesso mi ritrovo nei panni della ragazzina urlante ai concerti dei Beatles. E Leonardo si bea di questa ovazione, allarga le braccia, alza lo sguardo al cielo ed esclama "erano trentatrè anni che aspettavo questo momento".
La band si congeda ma il pubblico, eccitatissimo, la rivuole sul palco a gran voce. Un paio di minuti dopo riecco tutti i musicisti. Sasso incassa ancora qualche applauso per poi annunciare al mondo intero l'inizio di "Vendesi saggezza", che nell'edizione originale chiudeva l'album. L'esecuzione è magistrale, prossima alla versione da studio, e la gestualità enfatica ma mai stucchevole di Leonardo si sposa perfettamente con l'incedere del crescendo finale che riprende il tema d'apertura del disco. Sulle note finali è l'apoteosi, tutto il pubblico è in piedi, pervaso da commozione mista a esaltazione. Un po' come quando, a fine concerto, mi avvicino a Sasso per stringergli la mano e lui, dall'alto della sua mole e del palco, si lascia andare in un sorriso sincero, di una persona genuinamente contenta di essere lì, delle emozioni che ha regalato e che a sua volta ha ricevuto in dono. Emozioni fuori dallo spazio e dal tempo. Come i Locanda delle Fate.