Hugh Laurie & the Copper Bottom Band - Frankfurt 16/7/2012



 "... però pensa a quei musicisti che si fanno il mazzo tutta la vita per ottenere un po' di riconoscimento, poi arriva questo e mette su un disco e una tournée solo perché lui è il dottor House..." mi dice il buon Braglia mentre attendiamo l'inizio del concerto.
E in effetti la riflessione è legittima: tutto questo sarebbe esistito senza l'enorme fama che il dottore armato di vicodin e bastone ha elargito al suo interprete Hugh Laurie? Probabilmente no, visto che prima di diventare l'attore di serie tv più pagato al mondo, Laurie era noto al grande pubblico solo nella madrepatria britannica e a sparuti cinefili che conoscono ogni singola comparsa dei film che vedono. Per cui il disco e i relativi concerti in giro per il mondo sono forse sfizi che l'attore si è tolto grazie ai denari e alla notorietà acquisiti,  una sorta di equivalente musicale del pazzoide che si compra la Ferrari mimetica così, tanto perché non sa come spendere i propri quattrini? Volendo anche sì, visto che la passione sfrenata di Laurie per la musica e il blues è notoria.

In realtà però è cosa risaputa anche la poliedricità di questo artista, a partire dai tempi di "A bit of Fry and Laurie", popolare show comico a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta con protagonisti appunto Hugh Laurie e l'amico Stephen Fry, un po' l'equivalente dei duetti tra Tognazzi e Vianello della tv nostrana di quarant'anni fa (roba quasi eversiva per i tempi, ma anche ai giorni nostri, a ben vedere). Ed è altrettanto noto che le numerose "scene musicali" di cui è costellata la serie "House" vedono Hugh Laurie suonare e cantare veramente. La qualità c'è, insomma. Per cui quando ho ascoltato per la prima volta "Let Them Talk", il disco dato alla luce assieme alla Copper Bottom Band, non sono rimasto nemmeno molto stupito di quanto valido sia stato il lavoro di Hugh e dei musicisti. Rimaneva solo una cosa da appurare, la prova del nove per definizione: il concerto. Ed eccomi quindi alla Jahrhunderthalle, in una fresca e piovosa serata di metà autun... ehm, di luglio.

Piccola parentesi sul teatro, una magnifica costruzione moderna allestita con molto buon gusto e sobria eleganza. La struttura vanta quasi mezzo secolo di storia, e appena entrati una targa indica i più grandi artisti che hanno calcato il suo palco. "On this stage performed the history of music", farà notare più tardi Laurie. Ed è così, a guardare la lista dei nomi elencati c'è da rimanere a bocca aperta: Duke Ellington, Count Basie, Ella Fitzgerald, passando per i King Crimson, Stevie Winwood, sino ad arrivare ai Tool e alla Dave Matthews Band.

La sala è bella pienotta. Non c'è il tutto esaurito, ma credo che almeno 3500 spettatori ci siano eccome. L'inizio del concerto è previsto per le 20:00, ma naturalmente gli artisti si fanno aspettare un po'. Non molto, in realtà, perché attorno alle 20:15 ecco che Hugh Laurie fa il suo trionfale ingresso sul palco, accompagnato da ovazioni e urla di donne di ogni età che si strappano le teutoniche vesti. L'aspetto è quello di un consumato bluesman da sala fumosa dei peggiori bar di New Orleans: completo grigio su camicia giallognola e cravatta allentata. Pare più magro rispetto al "personaggio House", sarà forse per il viso rasato. La testa poi è visibilmente spelacchiata. Il tempo passa per tutti, anche per chi non ha l'alopecia androgenetica ereditaria come il sottoscritto...
  A parte questo, sembra in ottima forma, e dopo qualche secondo di bullamento davanti al pubblico festante, si siede al piano e la band attacca con l'essenziale, travolgente Mellow Down Easy, cover di Willie Dixon non presente su disco. E' una sorta di riscaldamento, come puntualizza Hugh stesso a fine esecuzione, per la vera opener del concerto: si tratta di St. James Infirmary, che non a caso apre anche il disco. L'introduzione è dilatata rispetto alla controparte da studio, in modo tale che ogni musicista abbia il suo primo momento di gloria. Il brano è molto bello, ma la band è ancora un po' freddina, e i vari volumi non sono ancora regolati al meglio. Il risultato finale è un pastone sonoro che lascia un po' di amaro in bocca, soprattutto per i momenti strumentali.

Dopo qualche spiegazione sul brano, condita dal sempre squisito humour britannico di Laurie, la band prosegue con Crazy Arms, che profuma di country e inizia a mettere in mostra la deliziosa follia del chitarrista Kevin Breit, che passa con naturalezza dalla Telecaster al banjo e a qualsiasi altro strumento ricordi anche solo vagamente una chitarra.
Segue You Don't Know My Mind, di quel Leadbelly cui Laurie non manca mai di dimostrare tutta la propria passione. Sembra che l'omino del mixer abbia aggiustato tutti i settaggi, e con i musicisti finalmente caldi il concerto può davvero decollare.
  Si passa quindi alla semi-marziale Battle of Jericho, dove inizia a fare capolino la voce potente ed espressiva di Sister Jean McClain. Più avanti nel concerto si prenderà lo spazio che merita.
Dopo un'introduzione sul personaggio, avvolto da un'aura quasi mitica, Hugh attacca con l'intro pianistica di Buddy Boulden's Blues, a mio parere uno dei brani più belli del disco. E anche alla Jahrhunderthalle i musicisti sfornano un'interpretazione particolarmente riuscita che soddisfa tutti i presenti.

La band è ormai in quella che, in gergo sportivo, è definita "trance agonistica", e si concede una delle tante uscite dal seminato, ossia l'esecuzione di brani non presenti nella comunque corposa tracklist del disco. Sono le inconfondibili note di Unchain My Heart a risuonare per la sala. Rispetto all'originale di Ray Charles, e alla forse più nota cover di Joe Cocker, l'interpretazione suona più "acustica", ma ugualmente trascinante. Il delirio di culi che ballano e piedi che battono prosegue con Junko Partner, giro di blues per definizione, ma già in odore di rock anni '50. L'interludio strumentale permette a Hugh di scatenarsi in un ballo tarantolato, che manda in estasi la platea.

Dopo una sbornia del genere, occorre prendere fiato, ed ecco che Breit reimbraccia il banjo per la sorniona Waitin' for a train. Talento a parte, sembra che il pubblico abbia una particolare predilezione per il chitarrista. Sarà forse per la combo camicia verde pistacchio/cravatta verde oliva che immediatamente catalizza l'attenzione. La platea è così in visibilio che anche l'ottima performance del maestro della sezione fiati, Vincent Henry, passa in secondo piano, forse per il carattere particolarmente schivo del musicista. Ma in seguito avrà modo di incassare i meritati complimenti...

Giunta grossomodo a metà concerto, parte della band si ritira dietro le quinte: sul palco rimangono Hugh, Breit e il bassista David Piltch, per una versione essenziale di Winnin' Boy Blues. A questo punto è Laurie a farsi discretamente da parte per cedere il centro della scena a Sister McClain e al gruppo nuovamente al completo. La voce calda e suadente della donna si abbandona all'incedere ridondante e inesorabile di John Henry, strappando applausi su applausi.

Ma è giunto il tempo di una pausa vera, che naturalmente Laurie ha la capacità di rendere spassosa con il suo inimitabile carisma. Un assistente porta sul palco un vassoio per il tradizionale rito del whiskey, riguardo al quale lascerò parlare le immagini. Come vedete, non si tratta del concerto di Francoforte, ma essendo un rito, la celebrazione si ripete grossomodo sempre con gli stessi crismi, esecuzione della simpatica "Yeah Yeah" compresa.



Sarà il ritmo spezzato, sarà il fiato da recuperare, o sarà semplicemente il vago effetto anestetico del liquore, fattostà che la band torna nuovamente dietro le quinte, lasciando solo Hugh e Henry sul palco. L'introduzione pianistica di Laurie fa da prologo al momento forse più intenso di tutto il concerto. Vincent Henry, finora parecchio nell'ombra, imbraccia il sax soprano e regala al pubblico tedesco un'interpretazione da sei minuti di pelle d'oca: il brano è Dear Old Southland, reso immortale da Allen Toussaint. Le note del sax di Henry sferzano l'aria come fendenti, e la bocca dello stomaco non sa se esserne intimorita o abbandonarsi a loro. Succede solo quando la bellezza è a distanza tremendamente ravvicinata. A fine esecuzione gli scroscianti applausi non sono un omaggio all'esecuzione. Non solo, perlomeno. Sono la risposta a una necessità, un bisogno fisico che l'organismo rivendica di soddisfare stemperando in un atto meccanico e ripetitivo l'immenso carico emotivo di cui ha avuto il privilegio di godere.

A soccorso di un pubblico provato da una sorta di estasi, torna la band al completo e sfodera una Wild Honey potente, in cui a farla da padrone sono le percussioni di Michael Blair e la performance ludico-canora di un ringalluzzito Laurie.
Ma è solo una parentesi, perché il momento ad alto tasso di emotività prosegue con una delicata Careless Love, sottolineata da un cantato particolarmente intenso e da un dolente assolo di armonica dell'ormai protagonista Henry.

Il concerto si avvia gloriosamente verso la parte finale, inevitabile quindi rievocare la grandeur dei primi brani. E la band lo fa con una doppietta micidiale: apre l'irresistibile crescendo di Swanee River, che da un'introduzione dolorante deflagra letteralmente in un blues scatenato, per poi proseguire con Tipitina. Qui Hugh rinuncia completamente ai freni inibitori; e la band fa lo stesso, assecondandolo con la diligenza e lo spirito di servizio reciproco che solo le formazioni jazz/blues possiedono. Dal canto suo, il pubblico ha iniziato a sottolineare i momenti più trascinanti col battito delle mani già da diversi brani - guadagnandosi i complimenti dello stesso Laurie per l'encomiabile senso del ritmo -  fino ad alzarsi in piedi con perfetto sincronismo a metà brano.

E' con questa scena meravigliosa sullo sfondo, una sorta di popolo chiamato ad assistere a una messa pagana (il blues, il papà della musica del dimonio, il rockenrol!!! Saaaaaatanaaaaaa!), che Laurie richiama tutti all'ordine, per l'ultima volta. Visibilmente commosso, introduce la figura di James Booker, geniale e tormentato bluesman del secolo scorso. La delicatissima Let Them Talk, canzone che dà il titolo all'album della Copper Bottom Band, è proprio sua. L'esecuzione è raccolta, intima, e nella Jahrhunderthalle non si sente volare una mosca fino allo scroscio di applausi che si abbatte, urgente e inevitabile, ancora prima del finale del brano. Ma, per quanto intenso sia il momento, il concerto non può finire senza un'ultima goccia di esuberanza istrionica di Hugh Laurie: parte quindi Green Green Rocky Road, cucita quasi su misura addosso a lui. La rassegna finale dei vari musicisti non lascia spazio a dubbi, e dopo quintalate di ovazioni e inchini, la band lascia il palco. Momentaneamente, s'intende.

Un paio di minuti e Hugh guida nuovamente la sua ciurma sul palco. Il bis era inevitabile, e dal canto proprio la Copper Bottom Band mostra di non disdegnare affatto. Potere del blues: si parte sofferenti, quasi indolenti, poi non si smetterebbe più.
 Laurie si risiede al piano e attacca con Changes, a metà tra uno spiritual da piantagioni di cotone e un country da proprietario terriero di origini texane. Il pubblico, ormai in piedi a battere le mani da una ventina di minuti, è caldo al punto giusto per il vero commiato della band. Tanqueray è il prototipo delle prime canzoni rock degli anni '50, ma arricchita dalle evoluzioni dei musicisti, che per congedarsi regalano agli astanti un po' di sano spirito cazzone. Hugh, poi, si lascia interamente pervadere dal sacro fuoco di Jerry Lee Lewis:  sulla coda del brano si alza in piedi, getta lo sgabello a terra e per qualche istante suona anche col piede destro, quindi si lancia a terra nel momento esatto in cui la canzone finisce e con essa si spengono le luci.
La Jahrhunderthalle è in delirio, io e il buon Braglia ci trasformiamo per un attimo in due ragazzine urlanti, mentre Laurie si rialza e si congeda con gli altri membri del gruppo, questa volta definitivamente.

Avevo già visto la Copper Bottom Band in un contesto live. Era un documentario, ma bene o male restituiva abbastanza bene l'atmosfera. Non mi aspettavo però una simile potenza sonora, né tantomeno un tale affiatamento con il pubblico. Certo, le doti di mattatore di Laurie sono indiscusse, ma vista da fuori la band sembrava emanare un certo distacco. Per fortuna mi sbagliavo di grosso, e seppure in un'ambientazione "ovattata" e per nulla raccolta come la Jahrhunderthalle, i musicisti hanno imbevuto la loro performance di grande calore e vicinanza al pubblico. Anche il pubblico mi ha stupito, un po' per il contesto e l'abbigliamento vagamente snob, un po' per gli inevitabili pregiudizi sulla "freddezza" tedesca, che mese dopo mese si stanno rivelando ai miei occhi quanto di più lontano dalla realtà. Gli spettatori hanno risposto agli stimoli di Hugh sin dall'inizio, stabilendo un'incredibile sinergia con i musicisti da metà concerto in poi.

Lodevole anche la totale assenza di riferimenti di Laurie al personaggio che lo ha reso celebre in tutto il mondo. In un certo senso è normale: non dico che Hugh voglia affrancarsi da House - sarebbe impossibile -  ed è altrettanto vero che questa iniziativa sia stata facilitata dalle solide basi della celebrità della serie tv, ma l'intero progetto è nato con lo scopo preciso di presentarsi al pubblico come Hugh Laurie, artista poliedrico che sa anche cantare e suonare, e non come "quello che fa il dottor House". Sarebbe stato molto semplice, comodo, e probabilmente anche baciato dal favore dei fan adoranti, un approccio smaccatamente incentrato sull'identificazione con il dottore. Ma non è stato così. Perché semplicemente non è servito. La Copper Bottom Band ha risorse e qualità a sufficienza per "auto-sostenersi" con la propria, sola identità. E ciò conferma quanto questo progetto sia buono e sincero. Come un vino d'annata. E come un caro, vecchio blues.

The Amazing Spider-Man (2012)


Parlare di reboot è sempre problematico. Per molti questa pratica è il male assoluto, perché dietro la solita maschera che rimanda a reinterpretazioni, svecchiamenti e altre panzane assortite, spesso si cela una mostruosa latitanza di idee e creatività.
E' con questo tipo di pensieri che mi sono avvicinato al primo episodio di questa nuova trilogia dedicata al ragnetto di quartiere. Pensieri, ma anche paure dovute al regista Marc Webb, ennesimo produttore di videoclip musicali di successo e quindi potenzialmente del tutto incapace in ambito cinematografico. Ma, devo essere sincero, mi sono dovuto ricredere. Parzialmente.

Partiamo però da un paio di assiomi.
Punto uno: non sono un esperto di Spider-Man, ho giusto letto gli albi fondamentali, visto i precedenti adattamenti cinematografici e i cartoni animati in TV. Per cui perdonatemi se non coglierò eventuali riferimenti al numero #152 in cui Spider-Man si gratta la chiappa sinistra esattamente come fa nel film al minuto 45.
 Punto due: Peter Parker è Tobey Maguire. E basta. Cioè, è lui. Nessuno riuscirà mai a eguagliarlo. Eppure, bisogna ammetterlo, il nuovo protagonista Andrew Garfield fa la sua bella figura. Certo, di sfigato ha poco o niente, anzi, una certa indole eroico-altruistica ce l'ha già sin da inizio film, ben prima del morso del ragno, e questo è imperdonabile. Ma il film ha un target ben preciso, nasce come pop-corn movie destinato principalmente a un pubblico ultraggggiovane e brufoloso, a cui serve un continuo titillamento per assecondare i primi pruriti. Ecco quindi che il bel faccino di Andrew sfoggia una pettinatura e un colorito smunto che ammiccano pericolosamente ai bamboccetti di Twilight. Ma una volta data per assunta la natura "adolescenziale" del film, la cosa si accetta di buon grado, e anzi, la crescente sbruffonaggine di Peter/Spider-Man è davvero spassosa, e ciò si traduce in almeno un paio di situazioni con scambi di battute davvero ben studiati.

Rimanendo in tema di titillamenti, la domanda nasce spontanea: qual è la gnoc... la protagonista femminile? Rullo di tamburi, niente Mary Jane! Per questo reboot si è deciso di concentrarsi sulla primissima fiamma di Peter Parker, ossia Gwen Stacy. A interpretarla è la biondissima Emma Stone, molto brava a tratteggiare nel personaggio il giusto compromesso tra la ragazza pudica e innocente e alcuni atteggiamenti civettuoli in odore di pre-puttanismo. Esteticamente Kirsten Dunst mi solleticava di più, ma apprezzo il contrasto tra l'algida (e vagamente pallosa) Mary Jane e la dolce e determinata Gwen. Per non parlare delle sue calze lunghe nere, molto stile giappo.

Cattivoni di turno? Anche qua una new entry. E' il turno di Lizard, interpretato dal sempre ottimo Rhys Ifans (l'avete visto in Anonymous? No? Rimediate). Dall'alto della mia conoscenza minima delle varie epopee dell'aracnide, posso dire che attorno alla storia del dottor Connors c'è stato un discreto rispetto delle vicende originali: le eventuali aporie narrative, conseguenze naturali dell'adattamento ai giorni nostri, vengono mascherate con un'elegante vaghezza riguardo il passato del personaggio. Ottima anche la scelta dei nuovi zii di Peter, con Ben Parker affidato al sempresialodato Martin Sheen (un cognome, una garanzia) e la duttilissima Sally Field a interpretare un'inedita zia May, più giovane e meno cagacazzo dell'originale.

Ed è proprio dalla "questione zii" che iniziano le magagne: la loro presenza è ridotta all'indispensabile, ma quel che è peggio, il senso di colpa di Peter per la morte dello zio è esageratamente sfumato. Nel momento in cui, nella trilogia originale, Ben spira tra le braccia del nipote, l'impatto emotivo vissuto dallo spettatore è fortissimo, quasi al livello del personaggio del film. Mentre in "The Amazing Spider-Man" il tutto è molto più annacquato, non tanto per il fattore deja-vu, quanto forse per un'eccessiva rapidità nell'affrontare il tema portante alla base della genesi dell'Uomo Ragno: vendetta, sì, ma soprattutto rimorso e senso di responsabilità. E poi la scelta di non ribadire il concetto-chiave, quasi confuciano, riassunto nel motto "Da grandi poteri derivano grandi responsabilità" è francamente inspiegabile.

Rimane anche abbastanza stucchevole la solita storia dell'orgoglio patrio e dell'unopertuttituttiperuno all'americana, cioè quel misto di patriottismo e "azione preventiva" che tanto ha permeato la cinematografia a stelle e strisce dall'11 settembre in poi. Che se nel primo episodio della trilogia originale (del 2002) aveva parecchio senso, in questa è soprattutto, se non totalmente, coreografico. In effetti, la scena a cui mi riferisco - che non menziono, ma che vedendo il film apparirà fin troppo evidente - è visivamente splendida. La fotografia, efficace e altamente spettacolare, è volta a sottolineare le evoluzioni del ragnetto di quartiere, stavolta molto più fluide e credibili rispetto a quelle dello Spider-Man a tratti un po' bolso di Tobey Maguire.

Tutto ciò è diretta conseguenza del focus puntato smaccatamente verso un pubblico giovane di cui si parlava poco fa, che però non va a intaccare in nessun modo la credibilità narrativa dell'intreccio, e questo è un merito che va ampiamente riconosciuto agli sceneggiatori: è un film per tutti, ma non per questo è superficiale. Certo, alcuni momenti appaiono leggermente forzati, delle volte si cade nel prevedibile, ma il film scorre via che è una meraviglia, nonostante la durata importante (136 minuti). Senza dubbio i puristi storceranno il naso più volte, ma d'altra parte loro il naso lo storcono sempre. Eppure, una volta tanto, si può parlare di reboot decisamente riuscito, che poco o nulla ha da invidiare al primo episodio della trilogia originale. Anzi, a mio parere, le due interpretazioni si compenetrano abbastanza bene: ciò che non era stato sviluppato al meglio nel film del 2002 trova compimento con il fratello minore del 2012, e viceversa, e in sostanza le premesse per un seguito di qualità (previsto per la primavera del 2014) ci sono tutte. Certo, il film non ha l'impatto dirompente, né può vantare il riuscitissimo cast di The Avengers, se vogliamo fare un paragone con un altro blockbuster supereroistico degli ultimi mesi, ma considerando tutti gli elementi di cui sopra, si può ragionevolmente dire che Webb abbia fatto centro.

L'anello (non più) mancante

Perché LeBron non serba rancore ai suoi detrattori...

Un anno fa, più o meno in questo periodo, si celebrava la vittoria dei Dallas Mavericks, ma soprattutto l'ennesima sconfitta di LeBron James, per la seconda volta vicino al paradiso, e per la seconda volta a casa con le pive nel sacco.
Come scrivevo in merito, l'anno scorso la sconfitta faceva più male. Non tanto perché gli Heat avevano ceduto a una squadra sfavorita ma comunque di ottimo livello, quanto per l'atteggiamento mostrato da LeBron durante l'intera serie: poco convinto, impaurito, a tratti addirittura soggiogato da una tangibile paura di fallire, cosa che puntualmente si era realizzata in sei gare.

Rispetto a 365 giorni fa, nel mondo NBA è cambiato tutto. Per diversi mesi si è rischiato addirittura di non giocarla, questa stagione, e in effetti il tanto temuto lock-out c'è stato. La protesta a oltranza dei giocatori, guidati dall'immortale Derek Fisher, si è protratta sino a Natale, giorno in cui tra un limoncello e l'altro, tra una partita a scopone scientifico e una a tombola, abbiamo potuto gustarci l'inaugurale Knicks - Celtics in diretta.
Ne è seguito un calendario fittissimo, con back to back to back come se piovessero e tante sorprese: a partire dagli Spurs, da due anni dati per morti di vecchiaia e da due anni dominatori incontrastati della competitivissima Western Conference; e poi i redivivi Clippers, storicamente la squadra più sfigata della Lega e quindi meritevole di amore incondizionato.
E gli scornatissimi Heat di LeBron? Oh, da loro non è cambiato quasi nulla. Sempre i Big Three a tirare la carretta, sempre Spoelstra alla guida tecnica, con l'ombra pesantissima del presidente Pat Riley a incombere. Ma con uno Shane Battier in più, il veterano con la testa sulle spalle, professionista esemplare, leader silenzioso ed equilibrato col vizietto della bomba dall'arco.

Per molti esperti, una stagione così anomala avrebbe dovuto portare con sé risultati altrettanto inaspettati. Invece, alla vigilia dell'inizio dei playoff, grossomodo tutte le franchigie erano dove dovevano essere: Heat e Bulls a fare a fette la Eastern, con un plauso all'ennesima ottima stagione dei 76ers di Doug Collins (coach più sottovalutato della lega, a mio modesto parere) e dei giovani Pacers; Spurs e Thunder a giocarsi la supremazia a Ovest, con un'annata assolutamente impalpabile per i campioni in carica e i Lakers. E coi miei Rockets sempre fuori dai giochi per manifesta mediocrità...
Anche i primi turni dei playoff sono stati all'insegna delle conferme: Durant ormai assurto a ruolo di superstar indiscussa, i Bulls che senza Rose valgono un terzo, Spurs e Celtics che strapazzano i ragazzini a suon di esperienza e colpi di catetere. Sino all'attesissimo ultimo atto.
Molti, io compreso, avevano previsto un ritorno in finale per LeBron, con i famelici Thunder di Durant e Westbrook ad aspettarlo. I cosiddetti hater, da sempre cospicua colonia per quanto riguarda i campioni, e verso James particolarmente accaniti, soprattutto dopo The Decision, erano certi: quest'anno a prendersi gioco di LeBron sarebbe stato KD, macchina da punti già da almeno tre stagioni e ormai pronto a indossare il primo anello. E invece...

E invece LeBron ha detto "enough!". Per cui prepariamoci a qualche anno di dominio semi-incontrastato.
L'anno scorso sostenevo che il problema di James fosse... l'allenatore. Nel senso che ad allenarlo non ha mai avuto il grande tecnico che ti fa fare il salto decisivo da fuoriclasse a campione totale e vincente. LeBron non ha mai avuto un Popovich, un Jackson o un Riley alle spalle, tanto per citare i grandi coach storicamente più recenti. Ha avuto buoni allenatori - e checché se ne dica, anche Spoelstra lo è - ma non di più. Per questo auspicavo il ritorno in panchina di Riley, come ai tempi del primo anello degli Heat.

Ma, molto semplicemente, non è stato necessario. La lezione migliore che James potesse avere è stata la sconfitta dello scorso anno. Sono sicuro che LeBron si sia riguardato quella serie dieci, cento, mille volte, oltre ad averla rivissuta in altrettante occasioni nella sua mente, ed è arrivato a questa stagione molto più solido e preparato psicologicamente. E, come dicevo prima, con a fianco Shane Battier, che delle cosiddette intangibles, cioè le giocate che non fanno statistica ma indirizzano la partita, è maestro da sempre. Avere nel quintetto una chioccia di tale esperienza, di tale intelligenza cestistica, ha creato finalmente la giusta alchimia per potersi issare al di sopra di tutti.

  Che James fosse un giocatore diverso dall'anno scorso, d'altronde, si è capito prima della finale. Sotto 3-2 contro Boston in semifinale, ho detto "ok, ora se è davvero un grande, vince la serie da solo e si va a prendere l'anello". E così è stato. Il Prescelto si è caricato gli Heat sulle spalle, ha ribaltato la serie vincendo 4-3 e, approdato in finale, quest'anno non c'è stata proprio partita. 4-1 è un risultato abbastanza netto, ma in realtà la supremazia degli Heat è stata, se possibile, ancora più evidente di quanto i numeri lascino intendere. Perché semplicemente LeBron e soci non hanno mai dato possibilità ai Thunder (comunque valorosi avversari e col futuro dalla loro per talento, carta d'identità e consapevolezza) di rientrare in corsa. D'accordo, i ragazzacci di Brooks sono stati bravi a prendersi gara 2 in Florida e, a parte gara 5, le partite sono sempre state tiratissime sino alla fine. Ma stavolta LeBron e compari non hanno sbagliato una singola giocata importante. Ogni pallone, ogni azione difensiva, ogni contropiede, sono stati eseguiti alla perfezione, e ogni giocatore ha dato il suo contributo importante, da Chalmers al già citato Battier. Dal canto loro i Big Three hanno fatto ampiamente il loro dovere: Bosh tornava dall'infortunio e, nonostante fosse ancora in convalescenza, ha mostrato una solidità fondamentale per la vittoria, mentre Wade ha accettato di buon grado di cedere tutti i riflettori a colui che voleva disperatamente quell'agognatissimo anello, ossia The Chosen One.

Stavolta non ci sono stati dubbi, sin dal primo palleggio di gara 1. Lo sguardo di LeBron era intenso e concentrato come non mai, e ciò si rifletteva nel suo gioco. Non avrà mantenuto i trenta di media, ma è sempre stato presente in ogni zona del campo nei momenti giusti. C'è da mettere il tiro in sospensione che ti spezza il break dell'avversario? Eccolo. C'è da aprire la difesa scaricando sul perimetro? Ecco che fionda il pallone nelle mani sapienti di Battier. C'è da mostrare i muscoli? Ecco che svetta su tutti afferrando un rimbalzo in mischia. Le prestazioni di James sono state totali, proprio come totale è il suo gioco. Con un simile "focus", come dicono gli americani, arrivare all'anello è sembrato addirittura piuttosto semplice, per noi comuni mortali che non sappiamo volare.

Ed è giusto così. Sarebbe stato forse lo scandalo più enorme della storia cestistica non vedere un anello al dito di LeBron.
Il problema è che ora il ragazzo si è abituato, e mi sa che per un po' di anni dovremo abituarci anche noi. Anche perché, visto che parlando di James si tende costantemente a evocare lo spettro di sua ariosità Michael Jordan, è bene ricordare che LeBron è arrivato al suo primo anello un anno prima rispetto a MJ. E a LeBron non gliene frega nulla del baseball, quindi scordatevi di vederlo girare in pullman con squadre dilettantistiche di Miami a coprirsi di ridicolo. Io vi ho avvisati...