L'Italia con gli occhi aperti nella notte triste


"Tempi bastardi". Era questa la chiusura degli interventi di un comico che da Zelig era finito a esibirsi nel programma di Gianfranco Funari sulle tv regionali (condoglianze!). Di tempi bastardi in effetti si tratta. Non sono uno storico, né un giornalista, e per ovvi motivi anagrafici non sono stato testimone di certi periodi, ma ho studiato, ho letto dei libri, mi informo, mi interesso. E credo che stiamo vivendo il momento più nero della nostra ormai centocinquantennale storia di paese unito, per certi versi ancora peggiore degli anni del nano col manganello o del periodo delle BR.

Peggiore perché, pure in contesti dove sono state compiute le peggiori nefandezze, chi deteneva il potere, o nei casi delle BR il tritolo, possedeva una propria "etica". Il virgolettato è fondamentale, come ovvio, perché è un'etica sui generis, che mi piace definire "etica di Tony Montana".
Piccola parentesi per coloro che vivono in una grotta e ignorano chi sia Tony Montana (come riusciate a leggermi da una grotta non è un mio problema): Tony Montana è il protagonista del film Scarface, di Brian de Palma. Come si intuisce dal nome, si tratta di un immigrato cubano che, negli anni '80, raggiunge Miami e da ladruncolo di quattro soldi costruisce un impero poggiato sulle solide basi del narcotraffico e del riciclaggio. Senza dilungarmi sulla trama, Tony viene fatto a pezzi da un manipolo di killer assoldati da altri baroni della droga messi in ginocchio dall'inchiesta di un eroico giornalista.

Cosa c'entra col mio discorso? C'entra perché Tony avrebbe potuto eliminare il cronista con una bomba preventivamente installata sull'auto dell'uomo. Ma non lo fa, perché si accorge che sulla macchina ci sono anche due bambini.
Morale: un individuo responsabile di crimini efferati e quintalate di reati rinuncia a violare il proprio, personalissimo codice d'onore firmando, in sostanza, la sua condanna a morte.
Ecco, una buona parte di quelli che detengono il potere oggi in Italia non possiedono nemmeno l'etica di Tony Montana, e con essi anche tante persone comuni che il potere lo determinano e ne sono l'espressione. Siamo in una democrazia, no?
Andare oltre le ideologie è positivo, parlare ancora di destra e sinistra, di lotta di classe, di "dux mea lux" (sic!) è tanto ridicolmente anacronistico quanto i cinquantenni che si iscrivono a Facebook e vogliono atteggiarsi a ventenni. Ma sfruttarlo come pretesto per il relativismo più becero, per affermare che tutto è lecito, perché "tanto lo fanno tutti", è la via per la fine. Non lo fanno tutti, rassegnatevi.

La gente, a prescindere dallo schieramento (schieramento... un altro concetto che è assurdo esista ancora nel 2010. Si sostengono le persone, non le categorie), è colma di disillusione amara, complici un numero impressionante di organi di disinformazione, un gusto sempre più marcato per l'orrido e lo scabroso che hanno portato a passare agevolmente da un servizio su Sarah Scazzi (nomen omen) a un servizio sulle escort, pardon, puttane frequentate dai politici. Sempre di pornografia si tratta.
Ragazzi della mia età con un paio di lauree in tasca, una mezza infinità di sogni in testa sono mortificati da meritocrazia ai minimi storici e un futuro a tempo determinato dove l'unico progetto che ci si può permettere è quello dei contratti. Tanti vogliono andare via, spesso trovano riconoscimento e dignità professionale altrove, spendendo poi parole di miele per i lidi d'oltremare e parole di fiele per quella che ormai è la repubblica delle banane. Con una carrettata d'ipocrisia niente male, ma sul comportamento di certi provinciali che dal nulla diventano esperti cittadini del mondo scriverò qualcosa a parte prossimamente.

Anni e anni di berlusconismo, sia a destra che a sinistra, hanno portato a una visione mortificante e negativa del "fare politica". Fateci caso, in tv o sui giornali capita spesso che alcune persone vengano accusate di fare politica.
Fare politica è una delle cose più nobili al mondo, nonché un dovere morale di tutti noi. Essere onesti, fare il proprio dovere, preservare la propria dignità di cittadino e di persona è fare politica. Spiacente, nessuno mi convincerà mai del contrario.

In questi tempi bastardi tutto sembra capovolto: la boccata d'aria fresca di ex-fascisti (Fini) e comunisti dichiarati (Vendola) in lizza per prendere in mano le redini dell'Italia nel dopo-Berlusconi (arriverà prima o poi, no???), comici che fanno i politici e viceversa, leghisti che si sentono puri figli di P...adania ma quando perde la Ferrari magicamente si riscoprono italiani, scrittori che altrove sarebbero orgoglio nazionale e qua spesso osteggiati come vili diffamatori.

In questo contesto disastrato ecco arrivare con una puntualità che pare studiata i 150 anni dell'Unità d'Italia. A ricordarci, senza retorica squallida, che in mezzo a tanti delinquenti di professione c'è anche tanta gente onesta che il tricolore non vuole metterlo nel cesso ma sul cuore, non come fardello ma come orgoglio. Che ci sono tanti cervelli in fuga, ma ce ne sono molti altri, altrettanto brillanti, che rimangono e che magari ingoiano amaro, ma che danno anima e corpo ogni giorno per cambiare le cose. Che ogni volta che abbiamo toccato il fondo non ci siamo mai rimasti a lungo e ne siamo usciti. Tutti assieme. Da Varese a Capo d'Orlando.
Certo, parlo di persone ed eventi che non fanno notizia, che non c'é pericolo finiscano sui giornali, in tv o in qualche intervento di Travaglio (Marco, sei bravo, competente e in buona fede, ma ogni tanto va anche bene fare qualche critica costruttiva, non parlare solo delle migliaia di ladri che ci circondano. Parla anche delle migliaia di volontari ogni tanto. Darebbe speranza. Non devi per forza rimanere schiavo del tuo personaggio. Alle donne piacerai ugualmente, fidati, noi coi capelli sale e pepe siamo irresistibili!).
Perché non è vero che siamo tutti uguali. Non è vero che "tanto lo fanno tutti". Non è vero che tutto è perduto e che va tutto a rotoli, benché si stia correndo al galoppo in quella direzione. Qualcuno tiene duro. E' l'Italia che non muore, come recitava il testo di una canzone di De Gregori da cui è preso il titolo di questo mio intervento, Viva l'Italia.

Appunto, Viva l'Italia.

Metamorfosi - Inferno (1973)


1973: nel pieno della bufera progressiva che infuria in tutta Europa, con sporadiche precipitazioni in America e Giappone, una band italiana con un debole per i sovrarrangiamenti tastieristici e sostanzialmente priva di chitarre, decide di dare alle stampe un disco liberamente ispirato nientepopodimeno che all'Inferno dantesco.
Progressive, sovrabbondanza di tastiere, chitarre assenti, tematiche pretenziose: messa così viene subito il terrore di avere di fronte la peggior pacchianata della storia del rock.  Invece succede proprio l'esatto opposto. E concedetemi la voglia matta di creare un ipotetico titolo, vi imploro: Inferno Divino. Aaah, ho provato la vertigine di trovarsi nel vuoto pneumatico della testa di un redattore di un qualsiasi quotidiano sportivo. La consiglio a tutti. Una volta sola, non di più.

Ma torniamo al disco. Che è indubbiamente tra le cose migliori del rock italiano di quel periodo, e di grandi cose ce ne sono davvero tante in quegli anni tanto deprimenti a livello sociale quanto dorati per creatività e ispirazione musicale. Un capolavoro, dicevamo. Perché riesce nell'impresa quasi sovrumana di essere validissimo sotto ogni aspetto nonostante la concomitanza delle caratteristiche elencate a inizio post. Perché le probabilità di risultare ridicoli maneggiando cristallo purissimo come i versi della Divina Commedia sono elevatissime. Percentuali che arrivano quasi al 100% se in ambito rock si sforna un disco senza chitarra e saturo di tastiere. Emerson, Lake & Palmer sono lì a perenne monito per ogni ascolto. E tra le band attuali sembra che siano i Muse, ahimé, ad aver raccolto quel poco invidiabile testimone. Ma spero si rendano conto di quello che stanno facendo prima che sia troppo tardi e si salvino.

Le linee programmatiche del disco si definiscono sin dai primi secondi di Introduzione - Selva Oscura: a dettare legge sono pianoforte, hammond, sintetizzatori, in poche parole tutto ciò che è dotato di una tastiera d'avorio, e la voce di Davide Spitaleri, chiara, potente, da brividi.
Le liriche raccontano una versione 2.0 dell'inferno dantesco, dove accanto a canonici e sempre attuali peccatori quali Lussuriosi e Violenti si aggiungono anche moderne anime prave come Spacciatore di Droga e Razzisti. Il tutto è raccontato non in volgare, ma in italiano moderno, con una scrittura particolarmente felice e interpretata con grande espressività da Spitaleri.
La sezione ritmica è sorretta dal bassista (e all'occorrenza chitarrista) Stefano Turbitosi e dal batterista italo-congolese Gianluca Herygers: il duo costruisce una base solida e agile sulla quale scivolano morbidamente le evoluzioni melodiche delle tastiere di Enrico Olivieri.
Alle composizioni pesanti e sovrastrutturate tipiche del genere infatti si sostituiscono miniature di una manciata di minuti che si amalgamano naturalmente in un incedere omogeneo ma ben articolato a seconda dell'umore che traspare dal cerchio raccontato. Ecco quindi che al grave monito di Caronte (non sperate mai di rivedere il cielo/anime nere, al fuoco eterno brucerete) fa eco la struggente passionalità dei Lussuriosi (siamo dannati insieme/soffriamo queste pene/e non ritorneremo indietro mai./Perversi ed invertiti/amanti proibiti/noi non ritorneremo indietro mai), passando per il vertiginoso pianismo jazz di Limbo, per le maliziose storpiature di Stars Spangled Banner e dell'inno sovietico in Sfruttatori, sino alla dolorosa constatazione di Lucifero (Politicanti) (Sul trono della morte,/mostruoso imperatore,/maciulli quei dannati/sfogando la tua rabbia/e mi si gela il sangue/pensando al nostro inferno).

Il clima generale è ovviamente tetro, ma mai in modo eccessivo. Quando infatti la tensione emotiva raggiunge il proprio culmine, va prontamente a stemperarsi in intermezzi strumentali più dilatati, come la dolcissima melodia di Limbo o la coda di Lussuriosi, che profuma di romanticismo pinkfloydiano (Goodbye Blue Sky, di sei anni più giovane. I Pink Floyd che "si ispirano" ai Metamorfosi??? Dopo Michael Jackson che perde la causa per plagio contro Al Bano non mi stupirei più di nulla). Siamo pur sempre nell'inferno, e persino dopo che si è tornati a riveder le stelle (Conclusione) il disco chiude con l'inquietante ripresa del marziale, definitivo tema di Lucifero. Quasi a volerci ricordare, magari con eccessiva enfasi retorica, che l'inferno non ha le proprie porte in nessuna selva oscura ma è attorno a noi, ogni giorno.
E' forse però l'unico eccesso di un disco che proviene da un ambiente musicale/culturale che nella verbosità e nella megalomania spesso e volentieri ci sguazzava. Inferno è un piccolo grande compendio del meglio di un periodo: padronanza strumentale, buon gusto nelle scelte melodiche e timbriche, composizioni variegate ma dalla struttura solida, cucite tra loro con miracolosa naturalezza. E scusate se è poco.