Quell'espressione un po' così di chi era ieri sera a Genova
Il 12 ottobre 1492 il genovese Cristoforo Colombo approdava sulle coste del centro-America e finalmente creava i presupposti per l'invenzione della pizza e dei sigari.
518 anni dopo invece Genova offriva in mondovisione uno spettacolo parecchio squallido in cui uno stadio, un paio di federazioni calcistiche, il sistema tout court, erano sotto scacco di una persona sola, un idiota serbo incappucciato, strapalestrato, munito di cesoie e di tanta stupidità.
Ora, molti paladini della giustizia, strenui difensori di "certi valori", hanno gridato allo scandalo per una polizia ritenuta troppo remissiva, e in questo senso sono stupefatto che non ci siano state esternazioni brillanti di qualche genio leghista impegnatissimo a non avere un cazzo da fare. Altri sono rimasti sbigottiti per il comportamento dei giocatori serbi, rei di aver fatto tutt'altro che dissociarsi dagli idioti in curva. Altri ancora si sono gonfiati di orgoglio patrio perché "i nostri tifosi non sono mica così!". Massimo del grottesco, i primi a dare degli zingari di merda ai serbi sono state alcune frange della curva laziale. Sì, proprio quelli di "Onore alla tigre Arkan" di una decina di anni fa!
Cerchiamo allora di fare un po' d'ordine e di chiarire certe cose, perché gli episodi di ieri sera sono in minima parte responsabilità di qualche decina di vandali serbi e in massima parte del sistema-calcio italiano.
Punto primo: in base alle regolamentazioni attuali, nello stadio non possono accedere persone incappucciate o con oggetti potenzialmente dannosi. In alcuni stadi, in alcune circostanze, i controlli ci sono, in altri no. L'anno scorso ho accompagnato un amico giapponese a vedere Juventus-Fiorentina all'Olimpico di Torino e ai tornelli ci fecero storie per una macchina fotografica. Sì, una macchina fotografica, avete capito bene. Forse il timore era dovuto al fatto che tanti giapponesi usano il flash così frequentemente che alla lunga potrebbe diventare dannoso per i giocatori in campo, ma non era il caso del mio amico. Tra l'altro i nostri posti non erano in curva ma in tribuna est (sapete com'è, già che pago ci tengo a vederla, la partita. Partita che tra l'altro stranamente non abbiamo perso, e viste le eroiche gesta della Juve della passata stagione è già stato un piccolo miracolo. Non abbiamo nemmeno vinto, se per questo, il risultato finale fu un nemmeno tanto malvagio 1-1), per cui questa severità mi è apparsa financo eccessiva, ma fondamentalmente positiva.
Allora come mai ieri sera nella curva di Marassi c'erano assiepate decine di persone totalmente incappucciate, il leader dei quali, il coglione affetto da gigantismo, maneggiava in tutta tranquillità delle cesoie con cui vandalizzava le reti di recinzione? Non è colpa nostra, per carità, è colpa dei serbi.
Punto secondo: la polizia si è comportata come meglio non poteva. Spesso è proprio l'intervento dei poliziotti a far sfociare dei casini in totale tragedia. Nel 1989 a Hillsborough, in Inghilterra, novantasei tifosi del Liverpool persero la vita schiacciati alle recinzioni dalla calca umana provocata dall'apertura della polizia di un cancello all'esterno dello stadio. Non solo, per trovare salvezza molti tifosi avevano iniziato a scavalcare le recinzioni e invadere il campo, salvo poi venire bloccati anche da quella direzione. La fine del topo. Questo è l'esempio più sciagurato di come a volte un intervento della polizia (totalmente in buona fede, ci tengo a sottolinearlo) possa risultare cruciale ma per il motivo sbagliato.
Ieri sera un eventuale accesso alla curva da parte dei poliziotti avrebbe sicuramente esacerbato gli animi più di quanto già non stavano riuscendo a fare Mazzocchi, Collovati e gli altri pseudo-giornalisti che più che preoccupati parevano eccitatissimi da quello che stava succedendo. In quel settore c'erano anche tantissimi tifosi serbi, la stragrande maggioranza, famiglie, donne e bambini che erano venuti allo stadio per vedere la partita. Liberare i manganelli avrebbe significato sicuramente pestare anche loro, visto che nella calca l'adrenalina sale e i colpi raggiungono il naso altrui prima che il sangue arrivi al proprio cervello.
Punto terzo: perché alcuni giocatori serbi non hanno fatto nulla, ma al contrario alcuni di loro si sono mostrati condiscendenti? Non scandalizzatevi, contrariamente alle opinioni comuni non è perché sono criminali zingari di merda, ma perché queste persone avevano paura. Semplice, umanissima paura. E' vero che tanti di questi giocatori militano in squadre prestigiose di Italia, Inghilterra, Spagna o Germania, ma è altrettanto innegabile che la maggior parte di loro ha mogli, figli o genitori in Serbia, e giustamente loro hanno la priorità.
Soprattutto perché, e vorrei essere chiaro, i personaggi che li minacciavano erano lì per tutto tranne che per il calcio, nel senso che non sono stati atti di guerriglia dettati da motivi calcistici. Non erano curvaioli della Juve che bruciano i seggiolini o quelli dell'Inter che di bruciato avevano già un motorino, pronto a esser lanciato giù dagli spalti, perché la loro squadra è ripugnante. Si trattava di una vera e propria rappresaglia di stampo politico, che questi individui hanno pensato bene di attuare in Italia perché probabilmente han visto che il clima che si respira nella discussione politica dalle nostre parti è similare.
Per questo quando leggo certe bestialità tipo "i giocatori sono come loro" mi incazzo. Se volete fare del moralismo qualunquista da salotto iscrivetevi al PD, altrimenti informatevi.
Cosa possiamo salvare di questa vicenda? Prima di tutto il fatto che non ci siano state persone ammazzate o ferite gravemente, e questo è già un piccolo miracolo. E poi un'intelligente coordinazione della polizia all'interno dello stadio, una tantum.
Sportivamente c'è poco da dire, bene il 3-0 a tavolino pro-Italia e un Krasic intatto e carico per domenica.
Per chiudere, vorrei consigliare un libro meraviglioso che parla di vita, di calcio, di episodi simili a quelli di ieri sera e talvolta ben peggiori. Naturalmente mi riferisco allo splendido "Febbre a 90", ("Fever pitch" in originale), del bravissimo Nick Hornby. Se volete farvi un'idea su cosa sia il calcio, su cosa possa significare, leggete questo libro. Non cercate risposte da chi ne parla sempre a sproposito, ovvero i giornalisti sportivi.
La sostenibilissima leggerezza dell'essere... me
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| Esemplare di Homo Peterpanus |
Sono passati almeno 13-14 anni da allora. E questo mio amico è cambiato molto. Ha sempre lo sguardo da bravo ragazzo che aveva allora, e di sicuro un bravo ragazzo lo è ancora, ci metterei la mano sul fuoco. Ma è cresciuto molto anche di statura, penso mi abbia sorpassato, si è un po' spelacchiato pure lui, e soprattutto proprio nel momento in cui l'ho incrociato è stato raggiunto da una tipa dall'età indefinita e con passeggino marmocchio-munito. Insomma, è diventato grande.
E' in quel momento che mi ha folgorato un interrogativo (capitemi, sono in pieno periodo di caccia al lavoro, quindi di tempo da dedicare alle seghe mentali ne ho a strafottere): rispetto ad allora quanto sono cambiato io? Qualche decina di centimetri in più ben distribuiti nelle zone giuste, qualche migliaio di capelli in meno (sigh), un invidiabile e ben coltivato gusto per il bello, ma per il resto?
Ecco una lista di cose che non sono cambiate:
1. ho ancora alcuni tratti somatici da bambinone e di quello sono abbastanza contento.
2. ascolto ancora i Queen, la cosa mi dà sempre un estremo godimento e mi fanno tristezza quelli che non li apprezzano.
3. mi bullo oggi come allora quando completo videogiochi particolarmente ostici, e nei momenti di massimo godimento ci ho aggiunto quel quid pluris che solo l'esperienza ti può dare: canticchio come un pazzo l'assolo di sax di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson atteggiandomi compiaciuto.
4. come diretta conseguenza del punto 3, anche il mio sistema di priorità è sui generis (sto usando troppi latinismi in questo post, non vorrei essere scambiato per un avvocato!!). Un esempio vale più di mille parole: lo scorso dicembre, chiacchierando con una mia cara amica (che, tra le altre cose, è ufficialmente lettrice di questo blog, vediamo se si ricorda dell'episodio), si parlava dei buoni propositi che ognuno di noi si pone annualmente nel periodo natalizio. Il suo era trovare un nome per il marmocchio del quale sarebbe diventata madre da lì a pochi mesi. Alché io ho lasciato cadere il discorso con nonsciallanza. Non potevo confessarle che il dubbio che arrovellava me quel Natale fosse il seguente: meglio prendersi la PS3 fat o il nuovo modello? Il fatto che in quei giorni avessi ancora un'intera tesi di specialistica da scrivere è del tutto trascurabile... o forse no!
postilla al punto 4: alla fine mi sono preso il modello slim, e sono contento della scelta, l'hard disk è più capiente ed è meno soggetto al surriscaldamento.
5. la mia priorità attuale forse è abbastanza adulta: trovare il prima possibile un lavoro. Ma... un momento... perché allora ne parlo nella lista delle cose in cui non sono cambiato? Ah sì, è perché assieme al lavoro sto pure cercando un negozio o centro commerciale che proponga un sensibile sconto su NBA 2K11 per PS3.
6. oggi come allora mi immagino da grande come una persona realizzata professionalmente, ma soprattutto umanamente. Come allora non ritengo essenziale farmi il macchinone o l'orologio da 2000 euro. Di questo sono veramente orgoglioso. Vuol dire che sono soddisfatto delle dimensioni del mio pene. Mi stupisco che anche da ragazzino non avessi di questi bisogni materiali, perché a 12-13 anni nessuno è soddisfatto delle dimensioni del proprio pene. La chiamo "distorsione pre-puberale da overdose di porno". Il SUV o la barca spesso sono la versione adulta del righello col quale prendi dimestichezza col sistema metrico decimale e con il tuo corpo negli anni delle medie.
Cosa comporterà tutto questo? Probabilmente qualche collega col Mercedes coupé mi guarderà schifato e mi considererà un finocchietto perché me ne sbatto delle auto e perché no, non sgaso ai semafori. Già me lo vedo, il collega, a quarant'anni; una mattina si sveglia e gli viene la voglia matta di indossare una gonna.
Probabilmente mi gireranno attorno meno tipe, ma da quel punto di vista non sono mai stato tanto perspicace e magari non me ne accorgerò nemmeno (altra caratteristica in comune con i miei anni da ragazzino, ma questo non lo contiamo come punto a sè, dai...). Poco male, non ho mai sopportato gli uomini ossessionati dalle dimensioni del proprio pene, figuriamoci le donne ossessionate dalle dimensioni del mio portafogli. Potrebbe essere una scrematura efficace, ma nel mio caso non ne sono molto sicuro. Ho un ideale preciso di donna, sia estetico, sia caratteriale, ma puntualmente mi innamoro disperatamente di tutt'altro genere di ragazze.
7. rimanendo in tema, oggi come allora preferisco scrivere lettere d'amore, o SMS concatenati, piuttosto che esprimermi direttamente e fare quindi uso di una spina dorsale come nuova (qualcuno è interessato? ha pochissimi chilometri, ed è una Euro 4). Esempi in tal senso sono freschi freschi, ma questa è un'altra storia.
Sembra che la cosa non capiti solo quando la tipa di cui mi innamoro è straniera. Ma penso sia un problema squisitamente logistico, non ho il bagaglio sintattico e lessicale tale da esprimere le mie seghe mentali in un'altra lingua che non sia l'italiano. Forse si spiega perché a suo tempo scelsi di studiare giapponese...
Direi che sette punti bastano e avanzano. E senz'altro ce ne saranno molti altri che al momento non mi vengono in mente. Eh sì, non sono cambiato poi tantissimo.
"Ale, è il momento giusto per il turning point"(turning point? turning point??? Ma vaff... cioè, go to do in ass. E parla italiano!!!), "E tu, quando ti fai una famiglia?" "Guarda che in certi ambienti di lavoro un modello di auto piuttosto che un altro fa la differenza".
Avete ragione, avete ragione tutti.
Ma ne parliamo dopo, ok? Se porto un gioco usato, al Saturn pago FIFA11 solo 9,90 euri!!!
Dante's Inferno (Visceral Games, 2010, PS3)
Dante's Inferno è la versione medievale di God of War. In tutti i sensi.
Ma andiamo con ordine. Il prodotto di Visceral Games, software house che fa capo a EA, è uno slasher che, come suggerisce il nome, racconta della discesa di Dante in gironi e bolge dell'Inferno descritto dal Sommo Vate nella Divina Commedia. Il protagonista del gioco però non è il nasuto Alighieri, ma un guerriero fiorentino che, di ritorno dalla Terza Crociata (ecco il primo riferimento al Medioevo), trova la promessa sposa Beatrice e il padre Alighiero brutalmente assassinati. Perdute le due persone più care, a Dante si presenta l'anima dell'amata. La donna gli rivela di essere stata trascinata agli inferi da Lucifero per colpa sua, e lo conduce in una chiesa alle porte di Firenze. In quel luogo sacro, l'uomo dà sfogo a tutto il suo dolore. Improvvisamente l'edificio inizia a crollare su se stesso, e in pochi istanti si apre un'inquietante voragine.
Sotto i piedi di Dante si spalanca quindi un Inferno il cui design è obiettivamente molto ben riuscito. Non per niente è opera del maestro sci-fi Wayne Barlowe, già apprezzato al cinema per ambientazione e personaggi di Avatar e dei due Hellboy. Rivoltante e purulento proprio come quello della Divina Commedia, nell'Inferno del gioco di Visceral Games brulicano anime sofferenti per l'eternità. Colori saturi accecano la vista, gemiti e urla di strazio penetrano costantemente le orecchie, golosi bulimici vomitano sostanze ributtanti da ogni poro, corpi un tempo sinuosi di peccatrici lussuriose in topless sono straziati da pericolosissimi pungiglioni. E tutto attorno fuoco, cascate di lava, fiumi di sangue, corpi impiccati, peccatori che si contorcono dal dolore, anime "col capo sì di merda lordo". Sono solo alcuni degli scenari in cui Dante e il giocatore si troveranno nella discesa fino a Cocito e quindi a Lucifero. Scenari che alla lunga possono anche risultare abbastanza monotoni, ma alla luce del fatto che l'ambiente in cui si dipanano le gesta dell'inespressivo crociato è solamente uno, non si può obiettivamente pretendere più di tanto.
Veniamo ora al gameplay che, per usare un eufemismo, si ispira pesantemente a God of War. In termini di azioni performabili, il pattern è praticamente identico a quello adoperato per Kratos: attacco standard, attacco potente, parata, l'ormai famigerata schivata con R3, incantamenti (l'equivalente dei poteri divini in GOW). Rispetto alla trilogia di Santa Monica Studios, però, l'arsenale è meno variegato: a fronte delle classiche quattro armi dello Spartano, Dante può fare affidamento solo sulla Falce della Morte (sulla cui delirante acquisizione non mi pronuncerò) e sulla Croce di Beatrice. Sono questi gli strumenti con i quali il giocatore dispone del destino degli avversari che affronterà: la prima significa la condanna del peccatore, la seconda ne determina invece l'assoluzione. La scelta ovviamente incide sull'evoluzione di Dante, come in un rudimentale RPG: per ogni peccatore condannato si accumulano Punti Empietà, coi quali è possibile potenziare la Falce e "acquistare" nuove mosse con essa performabili; un atteggiamento più portato al perdono invece comporta l'acquisizione di Punti Santità, che vanno ad aumentare l'efficacia della Croce. Ciononostante l'aspetto strategico nella battaglia è quasi nullo. Se in GOW l'approccio a un determinato nemico con un'arma piuttosto che con un'altra è una discriminante fondamentale per l'esito finale del combattimento, in D'sI ci si trova spesso e volentieri a schiacciare furiosamente questo o quel pulsante fino a quando sul testone del nemico compare l'ormai immancabile tasto che, una volta premuto, innesca la fase finale del combattimento, con cui determinare condanna o assoluzione.
La stessa approssimazione si può trovare, oltre che negli sporadici quick time event, nei soliti enigmi a base di leve da abbassare, manopole da girare, massi da spostare, coglioni vorticanti da fermare. Ma se nella trilogia di GOW questi enigmi si integrano perfettamente col prosieguo del gioco, stemperando con inappuntabile tempismo il ritmo dei combattimenti, in D'sI sembrano infilati forzatamente, quasi perché negli slasher "si usa così". Non parliamo poi del minigame più palloso e insulso di sempre, che si affronta qualora si decida di assolvere una della trentina di "anime speciali" in cui Dante si imbatte regolarmente nella sua discesa, da Paolo e Francesca a Farinata degli Uberti.
Ed è proprio l'approssimazione che rovina parzialmente uno slasher comunque gradevole. L'ambientazione è indubbiamente molto affascinante e davvero ben realizzata sotto il profilo artistico, alle difficoltà più elevate il livello di sfida è stimolante e quando si usa una struttura di gameplay rodata come quella di GOW è davvero difficile non sfornare qualcosa perlomeno godibile. Tralasciando la sceneggiatura più o meno discutibile, che negli action game è importante ma non fondamentale (se già in tempi non sospetti porcherie solenni in termini di trama quali Onimusha 3 e relativi seguiti sono stati accolti entusiasticamente, un motivo ci sarà...), le note dolenti arrivano quando si viene ai dettagli. Che per inciso, sono le cose che determinano la differenza tra la normalità e l'eccellenza. L'impressione è la solita, "qua manca questo, lì non c'è quello, quest'altra cosa poteva essere fatta meglio". E' un GOW allo stato embrionale, o meglio, è un antenato di GOW, precisamente la sua versione medievale, per tornare al riferimento di inizio intervento. Ma visto che, anche per questo gioco, un seguito si profila all'orizzonte, i margini di miglioramento ci sono e sono confortanti. Solo una cosa mi spaventa: dopo l'Inferno, generalmente viene il Purgatorio. E quello a chi interessa???
E ora scusatemi, esco a riveder le stelle.
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