La prova del secondo disco, ovvero pagellone Juve 2012-2013



I più titolari degli altri:


Gianluigi Buffon 8
Alla dodicesima stagione bianconera, Buffon eredita i gradi di capitano da Del Piero, diventando idealmente la sua naturale prosecuzione in termini di leggende bianconere. Alzare la coppa dello scudetto, la prima del "dopo Alex", chiude simbolicamente un cerchio aperto con la decisione di rimanere a Torino anche dopo la farsa di calciopoli. Ormai è una leggenda in attività, un veterano in pace con se stesso che gioca per il piacere del gioco. Tutto questo, unito a una tenuta fisica ancora stupefacente, può garantirgli almeno un altro lustro di annate straordinarie. Rigorosamente bianconere, ovvio.


Andrea Barzagli 9
La stagione di Barzagli è passata quasi inosservata, e per un difensore probabilmente non c'è complimento migliore. Un altro anno a livelli altissimi, sia in Italia che in Europa, per un curriculum di prestazioni quasi immacolato. Di Barzagli stupisce la tranquillità olimpica di ogni intervento e una consapevolezza della posizione nella linea a tre che ricorda gli anni migliori di Ciro Ferrara. Non penso serva aggiungere altro.


Leonardo Bonucci 9
La stagione della completa maturazione. Una volta consolidata la difesa a tre, più o meno intorno alle ultime dieci giornate dello scorso campionato, Bonucci ne è diventato la pietra di volta. Si può dire che Conte abbia varato questa disposizione tattica esclusivamente per lui. Bonucci è un libero per definizione, figura difensiva che negli ultimi... trent'anni era un po' scomparsa: assieme a Pirlo, è Leonardo a iniziare quasi sempre l'azione offensiva juventina, grazie agli ottimi fondamentali tecnici di cui dispone. Il voto, altissimo, premia una stagione senza sbavature, in cui le "bonucciate" sono praticamente scomparse, e una costanza di rendimento che si è mantenuta anche in Champions League.


Giorgio Chiellini 8
Annata un po' travagliata, quella di Giorgione, principalmente per gli infortuni. Ma per il resto, la tenuta nella prima parte di stagione è stata più che encomiabile. Per Chiellini si potrebbero dire le stesse buone cose dette poco fa per Barzagli, e cioè che non fa più notizia: le ingenuità che tanto avevano caratterizzato i primi anni bianconeri di Chiello (d'accordo, era un'altra squadra. Una pessima squadra...) sono un lontano ricordo. Assieme a Marchisio, Giorgio è il predestinato a guidare la Juve il giorno, remoto, che Buffon deciderà di dire arrivederci. Direi che ci può stare.


Stefan Lichtsteiner 7,5
No, la stagione di Stefan non è stata straripante come quella dello scorso anno. Oppure sono io che, dopo gli anni di miseria passati dalla nostra fascia destra nel dopo Camoranesi, mi sono nuovamente riabituato troppo bene. Fattostà che l'annata dello svizzero si è rivelata più discontinua di quella del trentesimo scudetto. Ovvio, le partite sono state di più, e il gioco di Lichtsteiner è particolarmente dispendioso in termini di energie; se poi consideriamo l'assoluta abnegazione che mette in campo in ogni singola partita, si può facilmente intuire come mai le sua batterie non siano durate poi così tanto. Ancora presente in zona gol, con una manciata di reti, Lichtsteiner è stato meno lucido in termini di costruzione. Ma rimane una garanzia assoluta della quale non mi priverei, vista anche la scarsità di alternative nel ruolo.


Andrea Pirlo 8
"Scordatevi di vedere Pirlo ripetere la stagione dell'anno scorso..."
Era grossomodo questo il mantra di tanti amici rossoneri dal dente avvelenato, a metà tra preghiera e iettatura.
E mentre loro bestemmiavano contro i vari Boateng, Constant, Antonini e compagnia, Andrea se la rideva, predicando ancora una volta, e con una costanza di rendimento sconosciuta a molti ventenni, le innumerevoli parabole presenti nel suo ricchissimo vangelo. E proprio cinque di quelle parabole hanno pure avuto la gentilezza di depositarsi nelle reti avversarie, tanto per non farsi mancare nulla.
Certo, qualche passaggio a vuoto quest'anno c'è stato, complice il doppio impegno, ma la contemporanea ascesa di Pogba e la stagione pressoché totale di Vidal hanno permesso a Pirlo di rifiatare senza agitarsi troppo. Le sirene del Real Madrid si fanno sentire, ma il rinnovo dovrebbe essere una formalità.


Arturo Vidal 9,5
Unico. Semplicemente unico. In questo momento, al mondo non esiste un altro centrocampista come Vidal. Nella sua storia ultracentenaria, la Juve ha avuto mediani più arcigni (Davids, Benetti, Deschamps...) e più dotati tecnicamente (Zidane, Causio...), ma nessun altro è mai riuscito a sintetizzare così bene entrambe le qualità. In questo determinato momento storico, la Juventus è plasmata a sua immagine e somiglianza. Arturo è l'estensione in campo di Antonio Conte, e questa stagione le sue prestazioni sono state... totali. Il gol dell'1-2 a Londra, segnato da zoppo, preludio alla rimonta e al primo vero strappo della stagione binaconera, è già negli archivi delle immagini più belle della storia juventina, nonché nel mio personalissimo album dei ricordi in bianco e nero.
Dopo una stagione del genere, le quotazioni di Vidal sono schizzate alle stelle, ma un giocatore di questo livello, nel nostro gioco e nella mentalità di Conte, ha un valore assolutamente incalcolabile. Cederlo significherebbe perdere almeno due terzi della forza della squadra. Se davvero si vuole colmare il gap con le grandi potenze europee, la prima mossa della campagna acquisti di Marotta è chiara: trattenere Arturo.


Claudio Marchisio 8
8 come il suo numero, che ormai è diventato un simbolo tanto come quell'8 che per una vita si è portato sulle spalle il nostro allenatore. Coincidenze? Impossibile. Le coincidenze non esistono, come mi piace spesso ripetere.
Claudio sta diventando l'essenza stessa della juventinità. Dopo la consacrazione della scorsa stagione, quest'anno Marchisio ha posto un altro mattoncino per la maturazione totale. L'atteggiamento che mostra in campo è ormai quello di un consumato veterano bianconero. Nel suo gioco c'è la consapevolezza che tutto ciò che ha attorno è roba sua, e che lo sarà per parecchi anni.
Gobbo torinese dalla punta dei capelli alle unghie delle dita dei piedi, Claudio non poteva esimersi dal lasciare il segno nei derby come già faceva, con una costanza quasi calcolata, nelle giovanili. Anzi, facciamo pure tre segni, due all'andata e uno al ritorno. Da suggerire a Culicchia per un capitolo dedicato nell'ipotetico seguito di "Torino è casa mia". Certo, magari gli brucerà un po'...


Kwadwo Asamoah 7,5
Stagione intermittente per il purosangue ghanese arrivato da Udine. L'inizio letteralmente strabordante, con l'eurogol in Supercoppa a Pechino e un girone d'andata da assoluto protagonista sulla fascia sinistra. Poi la Coppa d'Africa in inverno ha un po' mandato fuori giri il motore straordinario di Kwadwo, che è calato vistosamente sino a farsi rubare il posto da Peluso. Un'onta che nessun giocatore poteva accettare così a cuor leggero. Infatti Asamoah è tornato prepotentemente a imporsi nel finale di stagione, quello che ha condotto allo sprint finale verso lo scudetto.
Giocatore di valore assoluto, dotato anche di una discreta tecnica, sarà sicuramente uno dei punti fermi per la prossima stagione.


Paul Pogba 8
Che il ragazzo fosse speciale l'aveva lasciato intendere sir Ferguson in persona, furioso con lo United per averlo lasciato partire. Sono bastati poi pochissimi minuti di campo per rendersi conto che, probabilmente, a Manchester Marotta aveva pescato il pesce che ha deglutito l'anello della regina. E non c'è nemmeno il mare, a Manchester!!!
Non so se questa stagione sia stata un'eccezione, ma se non lo è stata, si è semplicemente estratto dal mazzo IL centrocampista per i prossimi 15 anni. Molti esperti lo paragonano a Vieira, ma a 19 anni Vieira veniva preso a pesci in faccia dal Milan, che gli preferiva Francesco Coco e Tomas Locatelli.
In realtà il paragone illustre è fattibile solo per una questione di prepotenza fisica, perché obiettivamente di tecnica ne ha di più il nostro ragazzino. Certo, ogni tanto il buon senso latita (vedi l'assurdo sputo ad Aronica nella partita dello scudetto con il Palermo), ma se a 19 anni questo risolve già le partite - e con quale personalità! - non oso pensare a cosa sarà a 25. Possibilmente con la stessa maglia.


Mirko Vucinic 8
Ah, Mirko, Mirko... Croce e delizia meravigliosamente irritante... Che bisogna fare con te? Un po' di quattrini, suggerisco io.
Intendiamoci, il giocatore è un concentrato di rara genialità, e quest'anno lo ha dimostrato con maggiore costanza rispetto alla scorsa stagione, anche e soprattutto sottoporta. Il tacco che libera Lichtsteiner per il gol da 3 punti di Palermo se lo sarebbero inventati in pochi in Italia, forse solo Totti...
Ma fondamentalmente Vucinic è e rimane un esteta, un pittore di sublime talento cui interessa vendere i propri quadri solo relativamente. Il che, in un campionato squallidamente povero come il nostro, basta e avanza. Ma in un contesto europeo, l'inadeguatezza si mostra più evidente: contro il Bayern, in tutto e per tutto più forte della Juventus, ci tengo a sottolinearlo, un paio di occasioni nette Vucinic le ha avute. Ma non le ha sfruttate. Ed è lì che si manifesta la differenza tra un grande giocatore qual è Vucinic e un fuoriclasse, quale Vucinic invece non è.
Nel corso dell'anno, si è visto come progressivamente Mirko sia sceso nella classifica degli "intoccabili" di Conte, e questo probabilmente è più di un segnale. La sua stagione rimane comunque più che positiva, il che si spero si traduca in buone quotazioni per un'eventuale cessione che, a questo punto, non sarebbe poi così dolorosa.


I titolari un po' meno titolari:


Marco Storari 7
Complice una stagione più o meno regolare per la schiena di Buffon, Storari è stato impiegato col contagocce. Titolare in Coppa Italia, com'è giusto che fosse, non ha raggiunto la seconda finale consecutiva più a causa dello sciagurato errore sottoporta di Marchisio al 96esimo del ritorno contro la Lazio che non per demeriti suoi.
Portiere di livello assoluto, Storari ha accettato di buon grado di essere il secondo del migliore al mondo, e ciò denota maturità e spirito di squadra. Non per niente in spogliatoio Marco è fondamentale per mantenere la rosa sulla stessa lunghezza d'onda. E ciò è importante quasi quanto scendere in campo.


Martin Caceres 7
Sempre ottimo, il Pelado. Complici le prestazioni intermittenti di Lichtsteiner e i ripetuti infortuni di Isla, Caceres si era guadagnato il posto da titolare circa a metà stagione, e verosimilmente se lo sarebbe mantenuto sino alla fine del campionato, se non fosse per il brutto incidente automobilistico che ne ha condizionato il finale.
Jolly prezioso, con il vizietto del gol pesante (suo l'1-0 contro il Napoli all'andata), Martin dovrebbe rimanere in bianconero anche il prossimo anno.


Paolo De Ceglie 6
Il più classico dei 6 politici, perché in una stagione vincente è sempre brutto dare delle insufficienze. Ma la verità è che semplicemente De Ceglie non è da Juve. Non lo è mai stato. Nemmeno quando l'anno scorso il suo finale di stagione più che positivo aveva lasciato intravedere una speranza. Le doti tecniche e fisiche del ragazzo non si discutono, il suo è più che altro il peso psicologico che comporta vestire la maglia della Juventus. Lo si vede nell'atteggiamento in campo, da come gestisce la palla. Con un fardello del genere, gli errori sono inevitabili, come è successo nella partita interna contro il Bologna in cui ha letteralmente regalato agli avversari il pallone del momentaneo pareggio.
Dispiace, perché il giocatore c'è. Ma per vestire il bianconero, ci vuole anche dell'altro, e quello purtroppo latita.


Federico Peluso 6,5
Da quando Marotta è il direttore tecnico societario, ogni anno è sempre stato caratterizzato da un acquisto "meh!", nel senso che arriva un giocatore non si sa bene perché, pagato anche piuttosto caro, e lo si mette lì sperando che combini qualcosa. L'anno scorso fu Padoin, che col senno di poi si è rivelato preziosissimo, mentre quest'anno è toccato a Peluso. Complice l'appannamento di Asamoah, Peluso ha giocato spesso sulla fascia sinistra, con risultati intermittenti, e talvolta come terzo centrale difensivo, ruolo che invece proprio non gli si addice. Buon gregario, niente di più. Magari il prossimo anno si rivelerà più decisivo, ma a conti fatti, il giudizio attuale rimane lo stesso: meh!


Simone Padoin 7,5
Sorpresi per un voto così alto? Anch'io. Ma è innegabile, il buon Padoin si è rivelato davvero prezioso, in una stagione in cui la rotazione dei centrocampisti era da gestire con la massima attenzione. Giocatore generosissimo, instancabile motorino della mediana, Simone ha lasciato il suo contributo anche in Europa, e nella doppia sfida contro lo stellare Bayern Monaco è stato l'ultimo ad alzare la classica bandiera bianca. Per questo sono sicuro rimarrà, perché i campioni ci vogliono, e per fortuna ora qualcuno ce l'abbiamo, ma serve anche chi faccia loro della legna, e in questo pochi sono meglio di Padoin.


Emanuele Giaccherini 7,5
Rimanendo in tema di piccoli grandi giocatori, come non citare "Giaccherinho"? Che Conte straveda per lui è cosa nota, e tra parentesi, il Giac si è fatto anche gli Europei con la Nazionale lo scorso anno, quindi qualcosa vorrà pur dire.
Giocatore dal valore incalcolabile per l'apporto che può regalare dalla panchina, grazie al suo dinamismo e a una tecnica tutt'altro che trascurabile. Tre gol all'attivo per lui, quasi sempre pesanti: da ricordare a inizio stagione il momentaneo pareggio con il Genoa a Marassi, in una partita che poteva mettersi molto male, ma soprattutto il gol-partita al 91esimo in casa contro il Catania, che sostanzialmente ha consegnato il tricolore alla Juventus.
Prendendo in prestito un termine cestistico, il Giac può essere definito il "sixth man of the year".


Sebastian Giovinco 7
Riscattato per una cifra folle (11 milioni, che potevano fare la differenza per la famigerata offerta a Van Persie, prima che andasse allo United), Giovinco non ha mai convinto i tifosi, e quest'anno non ha fatto eccezione. Pur totalizzando 11 gol, tra campionato e coppe, Seba non ha mai fatto la differenza. Nessuna delle sue reti si è rivelata decisiva, a parte un bellissimo calcio di punizione contro il Milan in Coppa Italia.
Che Giovinco sia bravo è fuori discussione, ha un'ottima tecnica è un tiro preciso, così com'è innegabile che in qualche occasione alcune sue giocate splendide siano state neutralizzate solo dalla sfortuna. Ma è altrettanto vero che alla Juventus è richiesto qualcosa in più. Così come il grande portiere non deve necessariamente fare 10 parate a partita, ma una sola e decisiva, così a Giovinco non si chiede di segnare a ogni tiro in porta, ma che realizzi quantomeno un'occasione su due.
Quando era nelle giovanili, nutrivo tantissime speranze su Giova, ma ora ho capito che è destinato a essere un fuoriclasse solo in squadre di medio-bassa classifica, e prima lo comprenderanno anche Giovinco stesso e Marotta, meglio sarà per tutti.


Alessandro Matri 7
Un passo indietro rispetto alla buona stagione scorsa. Matri ha impiegato molto a riprendere confidenza con il gol e a riacquistare una condizione fisica soddisfacente. Intorno a novembre mi ricordava il peggior Iaquinta, e ho detto tutto. Poi ha avuto un momento di ripresa, tra fine inverno e inizio primavera. Alessandro è un cosiddetto "streak shooter", per continuare a usare metafore cestistiche: se inizia a segnare, magari la butta dentro per 3-4 partite di fila. Ma prima e dopo, il vuoto.
Anche quest'anno, però, la sua decina di reti le ha segnate, alcune anche importanti come la doppietta nella vittoria in rimonta contro il Cagliari o il gol del definitivo 2-1 a Milano contro l'Inter. L'idea è che di più a Matri non si possa chiedere, e va bene così. Come panchinaro andrebbe più che bene, ma in caso di offerte interessanti, potrebbe rivelarsi un elemento sacrificabile.


Simone Pepe 6
Il desaparecido. Per il povero Pepe, quest'anno solo una partita, in casa contro la Lazio (che stranamente non ha impallinato, visti i trascorsi). Poi una lunga serie di infortuni e ricadute che ne hanno precluso l'utilizzo per tutta la stagione.
Amatissimo dai tifosi e sempre in prima linea a festeggiare i compagni, Pepe ha promesso di ripagare l'affetto della tifoseria la prossima stagione. Spero gliene daranno la possibilità.


Fabio Quagliarella 7,5
Altro grande enigma bianconero. Nelle giornate in cui è in forma e concentrato, può segnare contro chiunque. Nelle altre è un fantasma. Dove sta la verità su Quagliarella? Io sono arrivato a pensare che per fare l'ultimo salto di qualità, quello che separa la Juventus dalle grandi potenze europee, Quagliarella non serva. Perché è vero che l'imprevedibilità delle sue giocate a volte ha fatto la differenza (la zampata dell'1-0 sul Chelsea, la doppietta spettacolare al Chievo, il missile terra-aria a San Siro contro l'Inter), ma è altrettanto vero che oltre a questo il giocatore ha ben poco da offire, soprattutto sul piano tattico (qualità imprescindibile per Antonio Conte).
Anch'egli sacrificabile, quindi? Con un po' di amarezza, dico di sì. Ma con 10-15 milioni l'amarezza passa.


Luca Marrone 7,5
Ecco l'ennesima speranza lanciata con prepotenza da Conte, che quest'anno lo ha reinventato centrale difensivo per rattoppare eventuali squalifiche della trimurti difensiva o come sostituto durante l'infortunio di Chiellini.
Il basettone stupisce per la serenità dei suoi interventi, degna di un veterano. Il che, supportato da un fisico tutt'altro che carente, fa sperare molto bene per il futuro. La prospettiva di un prestito annuale per dargli più continuità (solo 8 presenze in campionato) non è da escludere, ma anche una permanenza con un minutaggio maggiore sarebbe ampiamente meritata.


Nicklas Bendtner 6
L'arrivo in prestito di questo pennellone danese è la prova che, a livello internazionale, la Juve è ancora piuttosto indietro nel riacquistare quel fascino senza tempo che nel corso dei decenni portò a Torino giocatori come Platini, Rush (non ridete, ai tempi Ian Rush era tra i più grandi cannonieri europei, era come se avessimo acquistato Lewandowski o Rooney), Zidane o Ibrahimovic.
Prelevato dall'Arsenal perché non si è riuscito (o meglio, non si è provato con la giusta convinzione) a trovare di meglio, Bendtner ha inciso ben poco, un po' per una palese inadeguatezza tecnica, un po' per l'infortunio che l'ha messo fuorigioco già a fine girone di andata e che sostanzialmente non gli ha più permesso di scendere in campo.
Se ne tornerà mesto mesto all'Arsenal, che a sua volta probabilmente lo girerà a qualche altra squadra. Noi lo ricorderemo per essere stato l'unico gentiluomo a baciare le modelle durante la cerimonia di premiazione.


Nicolas Anelka 6
Naturale prosecuzione del discorso intavolato qui sopra per Bendtner, ma più umiliante per essere dovuti andare a pescare un ex-giocatore nientepopodimeno che nel campionato cinese!
Il suo impiego è stato pressoché nullo (il ruolo di talismano non è contemplato nel regolamento FIFA), esclusa la mezz'ora finale della partita perduta all'Olimpico contro la Roma. Molti hanno addotto come motivazione una forma fisica ritenuta non all'altezza. La verità è che Conte se l'è trovato in rosa quasi per caso e non l'ha mai veramente considerato un'alternativa, tanto che in chiusura di stagione, nell'ultimo disperato tentativo di schierare il minor numero possibile di "attaccanti", si è inventato un singolare centrocampo a sei sfruttando l'esplosione di Pogba (avvenuta un paio di mesi prima, tra parentesi) come puro pretesto.
Magari contro il Bayern l'esperienza europea di Anelka sarebbe potuta valere qualcosa. Non avremmo mai e poi mai passato il turno, è chiaro, ma buttarlo nella mischia a fare a sportellate con i difensori bavaresi perlomeno avrebbe evitato di vedere Giovinco irriso da Van Buyten e Alaba, non esattamente Maldini e Baresi.


Mauricio Isla 6,5
Prelevato dall'Udinese assieme ad Asamoah, l'annata di Isla non è stata delle migliori. Certo, arrivava condizionato dal grave infortunio patito la scorsa stagione, e una condizione fisica ottimale si può dire non l'abbia trovata mai. D'altra parte è inutile sottolineare come le sue prestazioni non siano mai state esaltanti, finendo sempre per essere surclassato prima da Lichtsteiner e poi da Caceres. Una possibilità gliela darei ancora, perché le sue qualità sono indiscutibili. Ma l'idea è che, sul taccuino di Marotta, nella lista dei cedibili ci sia già finito anche lui.


Allenatore:


Antonio Conte 10
Le premesse per un bis tricolore c'erano, inutile negarlo, ma la squalifica per quasi tutta la prima metà della stagione poteva seriamente compromettere tutto. Invece la truppa, guidata prima da Massimo Carrera (Voto 7: spero che la società incarichi qualcuno di portargli le arance) e poi da Angelo Alessio (Voto 7: essere il vice di Conte credo sia tutt'altro che facile) ha sempre risposto positivamente anche nell'assenza fisica del suo leader maximo. Merito di un lavoro e un perfezionismo maniacale durante gli allenamenti settimanali. Ormai Conte si è definitivamente consacrato tra i grandi allenatori della Juventus. Molto vicino a Mourinho come temperamento e modalità di gestione della squadra, credo che con lui condivida anche l'impossibilità di rimanere sulla stessa panchina per più di 3-4 anni, non tanto per una questione di carattere (Conte è ugualmente spigoloso, ma meno auto-referenziale dello Special One), quanto per una metodologia di allenamento che si rivela molto dispendiosa per i giocatori, sia sul piano fisico che, soprattutto, su quello psicologico.
Per cui godiamocelo ancora per qualche tempo, perché di fenomeni della panchina di questo calibro non se ne vedono molti in giro.

E buona estate a tutti!

The Walking Dead - Stagione 2


Attenzione: SPOILER come se piovessero!


E la prima stagione???
La prima non c'è, mi spiace. Troppo pochi sei episodi per farsi un'idea reale dell'effettiva bontà della serie. Troppo pochi anche per gli sceneggiatori stessi, direi, perché di carne (budella, soprattutto) al fuoco nelle prime puntate della stagione di apertura ce n'era parecchia, e la sensazione che lasciava il finale era quella di qualcosa di grosso in arrivo nelle puntate a venire. Cosa che puntualmente si è avverata. In maniera oserei dire grandiosa.
The Walking Dead, in collaborazione con la pressione di molti amici che hanno insistito perché lo guardassi, è stato in grado di riportarmi ad appassionarmi alle serie TV dopo anni di pressoché totale abbandono (e chi mi conosce sa quanto fossi legato emotivamente alle vicende di House o Scrubs, tanto per citare le due serie che forse ho amato di più. E che devo ancora finire, tra parentesi). La prima stagione non mi aveva entusiasmato più di tanto, nonostante episodi pregevoli come lo stupendo pilot, ma la seconda mi ha fatto letteralmente sussultare sul mio lettone Ikea con doghe sollevabili, rumorosissime ma estremamente comode.

Come scrivevo poche righe fa, in questa seconda stagione la missione principale degli sceneggiatori sarebbe stata quella di sviluppare al meglio quanto di buono proposto nella prima, a cominciare dall'evoluzione dei personaggi. Ed è di questo che parlerò. Perché i protagonisti di ogni opera d'arte infarcita di zombi sono proprio le persone, mica gli zombi. I non-morti sono pretesti, detonatori di eventi, metro di paragone con il quale si misura il coefficiente di umanità di chi morto non è (ancora). Credo sia questo il merito più sensazionale rintracciabile nei tredici episodi che compongono la seconda stagione.
Nella prima, i personaggi principali vengono presentati e caratterizzati in modo piuttosto netto: Rick è il leader controvoglia, Shane il buono e coraggioso, Lori autentica catalizzatrice di guai e Carl potenziale catalizzatore di guai. Attorno a questo nucleo ecco Dale, il Lotito della Georgia, Andrea la mina vagante, T-Dog l'incarnazione dell'inutilità, Carol+Sophia le anime smarrite, Glenn il diamante grezzo e Daryl che è troppo il migliore.
Una serie di personaggi così diversi tra loro permette agli spettatori di trovare il proprio "beniamino", se di portatori di valori positivi assoluti si può parlare. Ed è proprio su questo che gli sceneggiatori, che evidentemente ne sanno a pacchi, cercano di giocare. Nel corso della stagione si procede alla progressiva decostruzione di ogni singola certezza che lo spettatore aveva maturato nella prima. Scopriamo quindi che Glenn è capace di ben altro che scortare le persone in giro per Atlanta, che Daryl è addirittura in grado di "affezionarsi" ad altri esseri umani e così via. Solo T-Dog rimane il perfetto essere inutile della prima stagione, e se in un mondo popolato da zombi in ogni angolo lui riesce quasi nell'impresa di ammazzarsi con il finestrino di un'auto, qualcosa vorrà pur dire.
Attenzione, però, perché Darabont e soci sanno giocare piuttosto bene con le emozioni dello spettatore, ed ecco che verso la fine della stagione perdiamo quasi in un solo colpo i due maggiori punti di riferimento della serie: Dale, la coscienza del gruppo, che cresce sempre più come personaggio fino a farti letteralmente agonizzare con lui quando i suoi occhi sbarrati chiedono a Rick di porre fine alla sofferenza, ma soprattutto Shane.
Perché per quasi due terzi della serie, il protagonista attorno a cui ruota quasi tutto è Shane, non Rick. Anzi, è proprio sul rapporto tra i due che la serie prende la piega decisiva per diventare "grande". Le prime avvisaglie del crollo di Shane si hanno già a fine prima stagione, complice qualche bicchiere di troppo nel CDC. Da allora è una lenta ma inesorabile discesa, un progressivo deterioramento nervoso che parte dalla notte nella scuola, passa per la carneficina del granaio e la scazzottata con Rick, per poi culminare con il dialogo con Lori e la lucida follia del tentato omicidio di Rick.
Che Shane sia l'unico personaggio della carovana a non essere ucciso dagli zombi è significativo. Perché non sono gli zombi a sopraffarlo, nemmeno nelle situazioni più disperate (vedi il pullmino della scuola). Shane viene sopraffatto da se stesso, da questioni esclusivamente umane e non "zombesche". Il suo personaggio è così potente non solo per la magnifica interpretazione di Jon Bernthal, ma perché in un contesto dove tutto è disumanità, Shane viene consumato dalle conseguenze dell'amore. E' un personaggio fenogliano, in un certo senso. Impossibile non cogliere analogie con il Milton di Una questione privata. Nel romanzo, l'apocalisse che fa da sfondo non sono gli zombi, ma la Seconda guerra mondiale. Ma poi, che differenza fa?

Parallelamente alla dissoluzione di Shane si assiste alla crescita esponenziale di Rick, che se nella prima stagione era messo un po' in ombra dall'amico/collega e dalle proprie insicurezze, nella seconda si impadronisce sempre più consapevolmente della propria posizione di leader. La svolta non è tanto nella scena del cervo, quanto nelle rivelazioni di Lori, manipolatrice a tal punto da rischiare di avere sulla coscienza entrambi i protagonisti principali ("Rick, mi sono fatta Shane. Credevo che fossi morto, quindi è colpa tua". Oh, ditemi qualcosa che non so, vi prego...). Da quel momento in poi, il poliziotto acquisisce una nuova consapevolezza e una personalità del tutto inedita. Circondato da persone che non hanno mai avuto piena fiducia in lui, Lori compresa, il nostro detta le nuove direttive nell'epilogo dell'ultimo episodio: "you stay? This isn't a democracy anymore".
In conclusione è proprio Rick, colui che doveva essere il leader imparziale, la roccia a cui aggrapparsi, il personaggio che viene maggiormente cambiato dagli eventi. O meglio, è colui che agli eventi sopravvive, perché gli altri tendono a venirne uccisi dalle conseguenze. E' un indurimento progressivo, ma inevitabile, dove saltuariamente emerge ancora il Rick riluttante degli esordi (vedi morte di Dale), ma sempre meno, per far posto a un personaggio molto più freddo e pragmatico. Ciò emerge prepotentemente non tanto nell'omicidio a bruciapelo dei due stronzi incontrati nel bar in città, né nella notte della morte di Shane, quanto nel cambiamento delle espressioni del protagonista. In un paio di occasioni lo sguardo para-psicotico di Rick è veramente agghiacciante. Un plauso all'interprete Andrew Lincoln, bravo sin dall'episodio pilot, ma cresciuto enormemente in questa seconda stagione.

Assieme alla fattoria di Hershel brucia simbolicamente anche il vecchio Rick, e con lui la vecchia organizzazione del gruppo di superstiti, nuovamente in viaggio ed esposti agli zombi.Mentre sullo sfondo si staglia un penitenziario, che verosimilmente sarà l'ambientazione principale della terza stagione, si pongono nuovi interrogativi: dov'è finita Andrea? Chi è la misteriosa giustiziera che la salva dagli zombi? In quale altro modo T-Dog non darà il suo contributo? Riuscirà Lori a prendersi delle pause dal suo ruolo 24/7 di stronza?

Third season, please!