"In miniera!", ovvero pagellone Juve 2010-2011

Il nuovo campo d'allenamento per la Juve 2011-2012

Formazione più o meno titolare:

Gianluigi Buffon: 5.5
E' mancato praticamente per tutto il girone d'andata, ma sarebbe ingeneroso dire che il suo ritorno sia coinciso con il crollo verticale della squadra. Fattostà che quest'anno, forse per la prima volta, non ha mai dato l'impressione di essere quella sicurezza inimitabile che è sempre stato. Qualche parata "alla Buffon" c'è stata, ma ci sono stati anche parecchi interventi approssimativi, oltre alla storica refrattarietà all'uscita sulle palle alte che quest'anno è parsa ancora più evidente. Il tutto condito da atteggiamenti poco graditi dai tifosi, dall'assenza nel servizio fotografico di fine 2010 a facce un po' troppo menefreghiste alla fine di partite perse un po' contro chiunque. Meno poker, più impegno, grazie.

Fabio Grosso: 6
Relegato ai margini a inizio stagione, gli infortuni reiterati di Traorè e De Ceglie hanno costretto Del Neri a impiegarlo forzatamente. E Fabio, con indubbia professionalità, si è fatto trovare pronto. Certo, spesso è naufragato anche lui durante le tante situazioni critiche affrontate, ma nonostante lo scarso peso difensivo ha regalato buone giocate e qualche cross di pregevole fattura, perché il suo sinistro non si discute. Attualmente rimane il miglior terzino della Juve, e non serve aggiungere altro.

Giorgio Chiellini: 5.5

Giorgione è un mezzo enigma. Gli svarioni di inizio stagione erano attribuibili alla mancanza di automatismi col neo-compagno di reparto Bonucci, ma quando le cappelle sono arrivate puntuali anche a novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio, qualche domanda è sorta spontanea. Una su tutte: qual è il reale valore di Chiellini? Io penso che sia un buonissimo difensore, uno stopper ruvido vecchia maniera con mezzi atletici spaventosi, ma difficilmente può essere un leader (anche la storia del futuro capitano mi sembra una mezza boiata). L'ideale sarebbe affiancargli un centrale discretamente esperto con forte personalità e non necessariamente fuoriclasse (se lo fosse però non mi dispiacerebbe), un Costacurta, per intenderci. In un contesto del genere, Chiello renderebbe il triplo. Così invece rende un terzo, ed è un peccato.

Leonardo Bonucci: 6

Bonucci non è un centrale, non ne possiede né la cattiveria, né la consistenza. Bonucci è un libero. Trent'anni fa sarebbe stato un fuoriclasse. Apprezzabile la tecnica e la fredezza nel disimpegno, la sua enorme sicurezza negli indubbi mezzi tecnici però lo rende un po' approssimativo nella gestione della palla in situazioni non proprio tranquille. Complessivamente non è stato un anno d'esordio da buttare, ma si spera cresca ancora molto, soprattutto a livello caratteriale.

Zdenek Grygera/Marco Motta: 4.5
Premessa: 4.5 a testa, non in totale, e se questa precisazione mi è parsa necessaria vorrà pure dire qualcosa. Un disastro totale, sotto tutti gli aspetti. Motta, arrivato dopo una stagione romana più che discreta e accompagnato da speranze che ormai noi gobbi non sappiamo più dove andare a pescare, è riuscito nella difficile impresa di farsi irridere in difesa e nell'essere inutile in attacco (oddio, ho detto "attacco" e "difesa" invece di "fase difensiva" e "fase offensiva", chissà se chi mi legge riuscirà a capire quel che ho scritto...). Mentre di Grygera, che a crossare non è stato capace mai, qualcuno diceva che almeno in copertura dava garanzie. Agli attaccanti avversari di sicuro.

Claudio Marchisio: 5.5
Un altro equivoco tattico da un bel po' di anni. Marchisio ha studiato da Gerrard, ha marinato tantissimo, è stato arretrato davanti alle difesa, infine è stato posizionato a sinistra, come ha fatto per primo Lippi nei memorabili mondiali sudafricani. Ma non è mai esploso.
Personalmente a me è sempre sembrato un giocatore discretamente anonimo, a partire dall'espressione del viso, ma quest'anno si è sbattuto tantissimo nel doppio ruolo di distruttore, a fianco di Felipe Melo, e di costruttore, nel tentativo spesso fallito di fare accendere la lampadina ad Aquilani. L'arrivo di Pirlo gli sarà doppiamente utile, da un lato con le geometrie perfette dell'ex-Milan, dall'altro perché in rosa ci sarà uno con un'espressione più fiacca della sua.

Felipe Melo: 6.5
A quasi due anni dal suo arrivo, Felipe paga ancora un senso di inadeguatezza per l'assurdo esborso dell'estate 2009 e un'intelligenza calcistica decisamente sotto la media (i suoi passaggi di tacco davanti alla difesa sono da infarto, così come l'arroganza e l'approssimazione nel creare alcune linee di passaggio inconcepibili). Ma la sua stagione, dopotutto, è confortante. Perché quando è presente mentalmente, in Serie A non c'è nessuno che sappia unire una grinta strabordante a un'innegabile padronanza tecnica come Melo. Il problema è che il ragazzo ha spesso cali psicologici preoccupanti che, quando va bene, lo portano a farfugliare su qualsiasi pallone si trovi a gestire, e quando va male, a perdere del tutto la testa, come in occasione della tacchettata sulla coscia di Nonmiricordochi, che gli è valsa tre giornate di squalifica. Anche per lui, l'arrivo di Pirlo può rivelarsi una vera manna.

Alberto Aquilani: 5
Giovane promessa a Tottilandia, oggetto misterioso a Liverpool, mister inutilità a Torino. Aquilani doveva essere il cuore della Juve, colui da cui doveva partire tutto. E così è stato. Alberto ha faticato all'inizio, e ha faticato la Juve, poi per quattro-cinque settimane in autunno ha inanellato una serie di ottime partite, e casualmente a Natale la Juve era seconda. Dopo le feste Aquilani è finito in soffitta assieme agli addobbi, e ogni speranza di inizio anno si è rivelata l'ennesima illusione.
Speriamo che la speranza Dalglish non faccia la stessa fine.

Milos Krasic: 7
Dipinto come un salvatore della patria, per almeno tutto il girone d'andata lo è stato, con l'apogeo della tripletta al Cagliari, il bacio alla maglia e altre leccatine di culo assortite che mandano in brodo di giuggiole i curvaioli. A cui tra l'altro basta molto meno per eccitarsi e basta ancora meno per ripudiare.
Poi la simulazione imbecille di Bologna, la prova tv con relativa squalifica, l'umorismo sottile e ricercato di Pistocchi ("Pensavo fosse un serio, invece è solo un serbo"), fattostà che qualcosa si è rotto. Prestazioni in calando, ma sempre tanta generosità. Lo scatto nei primi venti metri è qualcosa di impressionante, la tecnica al momento è quella che è, ma se Milos impara ad alzare la testa prima di passare la palla può diventare davvero qualcosa di devastante. L'importante è che quest'estate dorma almeno 20 ore al giorno, dopo praticamente due stagioni senza pause. Perché sarà il punto di riferimento del centrocampo da cui ripartirà la nuova Juve. L'unico.

Alessandro Del Piero: 7
A quasi 37 anni la Juve dipende ancora totalmente da lui, e francamente è un paradosso. Ok, Alex è l'unico che continua a salvare la Juve da quell'ultimo baratro che è la totale perdizione, ma è pur vero che la società è schiava della sua ingombrante figura di leggenda in attività (leggi "col cazzo che mi mandate allo Schalke come Raul"). Lungi dal fargliene una colpa, sia chiaro, succede con tutti i mostri sacri dello sport. Però sono convinto che la Juve darà vita a un nuovo, vero ciclo (quelli del dopo calciopoli sono stati cicli mestruali, con una Vecchia Signora lunatica che fa incazzare tutti quelli che le stanno accanto) solo col dopo Del Piero. Sarà un vuoto enorme, pesante, che all'inizio magari lascerà smarriti. Ma sarà davvero nuova Juve.
Ah, un grazie a Capello per averci preservato un Alex così dorato alla soglia dei 37.

Alessandro Matri: 8
Universalmente stimato più per le doppiette di Veline rispetto a quelle di gol, attorno a Natale Matri era dipinto come bomber di razza quando accostato al Milan, una merdina quando è arrivato alla Juve. E invece il belloccio da Cagliari si è dimostrato un cecchino eccezionale. Alla faccia vostra, stronzi.
Centravanti contemporaneamente di potenza e movimento, rende meglio se accanto ha una torre attorno alla quale svariare. Una decina di gol nel girone di andata, un'altra decina in quello di ritorno. Se Marotta è lungimirante quanto è trasversalmirante, Matri è da riscattare con qualsiasi mezzo, perché in mezzo a tanto ciarpame che negli ultimi anni ha indossato il nobile bianconero, questo è un fuoriclasse puro che deve necessariamente diventare l'asse portante dell'attacco.



Panchinari, portaborracce e sagome per l'allenamento sui calci di punizione:

Marco Storari: 7.5

Personaggio sufficientemente cazzone e ruffianotto quanto basta da accattivarsi sin da subito le simpatie della tifoseria, Storari è stato decisivo in tantissime partite in cui è stato impiegato (tutto il girone d'andata più alcune presenze anche dopo il ritorno di Buffon), ha dimostrato attaccamento ai colori ed entusiasmo, oltre che a uno stato di forma miracoloso che si è confermato dopo la straordinaria stagione sampdoriana 2010. Ottimo nelle uscite dai pali, un po' meno in quelle con la stampa, coronate con la mezza cazzata "solo un cieco non vede come sto giocando". Marco, Del Neri non è cieco, gli piace la grappa.
Da confermare sicuramente, magari anche da titolare. Di certo sarebbe uno spreco come 12.

Andrea Barzagli: 6.5
Arrivato in inverno al posto di Legrottaglie, trasferitosi a Milano a fare il monaco cistercense, Barzagli è stato pagato l'inezia di poche decine di migliaia di euro più cinque pacchetti di figurine in omaggio ed è stato l'unico difensore che nel girone di ritorno non è affondato (ha toppato veramente una sola partita, quella del disastro di Lecce). Un prezioso rincalzo da confermare per la prossima stagione.

Frederik Sorensen: 7.5
Pescato nelle giovanili di una squadra danese di serie B, il 18enne Sorensen è stato prelevato di forza dalla Primavera e buttato nella mischia a fine autunno. Di lui si dice che sia freddo e impassibile. Ma chi non andrebbe a giocare tranquillo se sapesse di scendere in campo al posto di Grygera o Motta?? Sorensen è stato il jolly pescato nel mazzo, un'autentica rivelazione, non tanto perché per essere un bambino abbia rivelato un carattere pazzesco e sia stato più che dignitoso in un ruolo non suo (terzino destro, quando si vede lontano chilometri che è un centrale duro e puro. Sfido poi che venga bruciato in velocità anche dagli steward), ma perché è un difensore che, udite udite, difende. E si mette davanti all'uomo quando viene puntato. E' l'ABC del bagaglio tattico di un difensore, dite? Guardatevi le marcature a zona franca di Motta o Traorè in occasione dei millemila gol presi quest'anno da cross sulle fasce, poi ne riparliamo.

Armand Traoré: 5
Dall'arrivo di un manager straordinario qual è Arsene Wenger, l'Arsenal è diventato famoso per pescare in tutto il mondo giovani di prima qualità ed elevarli a giocatori di altissimo livello. A Londra Traoré alternava lunghi periodi di inattività per infortunio ad altrettanto lunghi soggiorni in panchina. Serve altro?

Paolo De Ceglie: 6 (sulla fiducia)
Delle drammatiche vicende che ha vissuto la posizione di terzino sinistro della Juve dal dopo-Zambrotta in poi non voglio parlare, ma De Ceglie mi è sempre parso inconsistente il giusto per ereditare il patrimonio lasciato da Molinaro. Poi a un certo punto ha iniziato ad acquisire personalità, le scorribande sulla fascia a diventare più efficaci sia come quantità che come qualità. Poi il crac col Milan (contro il quale stava giocando forse la partita più bella della carriera), stagione finita e arrivederci. Qualche giorno fa è arrivato Reto Ziegler, che 365 giorni fa sarebbe parso un acquisto straordinario. Confidando nella spedizione di Traoré e Grosso con posta prioritaria, si profila una stagione da riserva per De Ceglie, ma per la prima volta sono speranzoso per una sua definitiva consacrazione.

Simone Pepe: 6.5
Pepe è il prototipo del giocatore amato dalle curve: tatuaggi in quantità, bagaglio lessicale di 50-60 parole e cuore non quantificabile. All'Udinese sembrava anche discretamente tecnico, mentre a Torino ha dimostrato di essere un discreto scarpone ambidestro. Ma a fine partita la sua maglia è sempre la più sudata (l'unica?), e ogni tanto capita pure che la butti dentro. Simone è il classico giocatore arruffone che però, in mezzo a tanti pasticci, trova sempre la giocata che strappa applausi e simpatia. Merita anche lui la seconda opportunità con la maglia bianconera, sarà un panchinaro preziosissimo.

Fabio Quagliarella: 8
Classifica e prestazioni alla mano, quando il suo ginocchio fece crac dopo un minuto scarso della partita interna col Parma, nessuno avrebbe detto che con i suoi legamenti era andata in frantumi anche la stagione della Juve. Ma è innegabile, quando Fabio si contorceva dal dolore, il presagio l'abbiamo avuto tutti. E così è stato. Quagliarella è arrivato dopo il gran rifiuto di Di Natale (e nonostante Totò abbia di nuovo segnato millemila gol, se fossi in Marotta rifarei esattamente la stessa scelta), e con la sua follia geometrica ha illuminato il girone d'andata della Juve, culminato col capolavoro di Chievo (in quel momento eravamo a una manciata di punti dall'allora capolista Lazio). L'imprevedibilità del gioco di Quagliarella copriva spesso grandi lacune nella manovra e nell'impostazione dell'azione, e con la sua assenza le crepe si sono trasformate in voragini.
Il grande colpo del 2012 sarà il suo ritorno. Assieme a Matri può, anzi deve, formare la coppia del futuro dell'attacco della Juve.

Luca Toni: 7
Lucone l'avevo visto ad Acqui in estate, nell'amichevole col Genoa. Era stato una magnifica statua da giardino per circa 70 minuti. Il suo arrivo a gennaio, in piena emergenza in attacco, era stato accolto piuttosto malamente. Invece Toni è stato decisivo in più occasioni, dal gol annullato del pareggio col Napoli (che potenzialmente avrebbe potuto salvare l'andazzo della stagione) a quello splendido e convalidato col Genoa (gol da Toni al 300%), l'ex-scarpa d'oro avrebbe meritato più spazio concesso da Del Neri, soprattutto in questo finale di stagione. Ma, si sa, la grappa annebbia i riflessi e la prontezza del ragionamento.

Vincenzo Iaquinta: 4
Un'involuzione tanto spaventosa quanto inspiegabile, quella di Vincenzone, sia a livello tattico che realizzativo. Lo si ricorda più per i gol sbagliati che per quelli fatti (memorabile quello alla Roma, comunque), e soprattutto per le proteste. Cercasi acquirenti disperatamente.

Jorge Martinez: 4.5
Comprato non si sa bene perché, con l'aggravante di essere costato uno sproposito e mezzo, il figlio illegittimo di Dave Grohl si è fatto notare per i cerchietti variegati e per le modalità estremamente odiose di perdere palla che solo i sudamericani possiedono. 0 gol, 0 giocate significative, ha giocato pseudo-decentemente solo le ultime due giornate (poi sostituito in entrambe le partite, con la solita magnifica lettura di Del Neri), quando ormai era tutto compromesso. Soldi letteralmente bruciati.

Hasan Salihamidzic: 5.5
Messo assieme a Grosso nell'iniziale lista dei cattivi, Hasan si è ritagliato spazio nel girone di ritorno grazie ai soliti infortuni e alle prestazioni inguardabili della concorrenza. Giocatore onesto, jolly spesso prezioso, "Brazzo ha un cuore grosso così". Esatto. Peccato che abbia solo quello. E sono stanco di gente con tanto cuore e nessun piede.

Mohammed Sissoko: 5
Rimanendo in tema di gente senza piedi, non potevo non chiudere gloriosamente con Sissoko. Assieme a Iaquinta è il giocatore che ha avuto l'involuzione tecnica più clamorosa. Oddio, buono non lo è mai stato, ma nel primo anno almeno i passaggi di due metri li azzeccava, e ogni tanto centrava pure buoni tiri dalla distanza. Ora tutto questo è volato via nel vento coi miei capelli. Emblematica l'azione che valse il 2-0 di Del Piero a San Siro contro il Milan (forse il punto più alto della stagione e nel contempo l'illusione più amara): tiro clamorosamente ciccato con annessa culata per terra a pochi metri da Abbiati, quindi passaggio riuscito per miracolo (se ci fate caso accenna pure a un secondo tocco, vista la merdina prodotta un istante prima) all'accorrente Del Piero che infine realizza.
Una volta giocatori del genere il bianconero lo potevano indossare solo a fine partita, dopo lo scambio delle maglie.



Sommelier prestato all'allenamento:

Luigi Del Neri: 4.5
A inizio stagione il rigoroso Del Neri sembrava la scelta ideale, dopo l'anarchia tattica in cui era sprofondata la Juve la stagione scorsa. Qualche giorno fa Allegri lo ha definito "un integralista", che in italiano più o meno suonerebbe come "è capace solo a usare il 4-4-2".
Del Neri si è dimostrato l'ennesimo allenatore non da grande squadra, incapace di gestire la pressione di un ambiente come quello della Juve, ormai esasperato da troppi anni di digiuno. Probabilmente avrebbe fatto meglio nel primo paio d'anni del dopo-Calciopoli, quando avevamo risorse più limitate. Non per niente, un altro allenatore capace di far rendere squadre mediocri al 300% come Ranieri, in due stagioni ottenne rispettivamente un terzo e un secondo posto, risultati miracolosi se confrontati col triste presente, e l'anno scorso con una squadra altrettanto limitata come la Roma è riuscito a perdere uno scudetto già vinto.
Dopo un buon girone d'andata, la squadra ha perso pezzi e coesione, e negli ultimi due mesi l'allenatore non ci ha capito davvero più niente, sbagliando formazioni e cambi. In certi momenti addirittura è sembrato che non volesse nemmeno più provarci.
Del Neri se ne andrà nella totale indifferenza, sicuramente tornerà in qualche squadra di medio-bassa classifica, altrettanto sicuramente farà bene, e altrettanto sicuramente sparerà a zero sulla Juve. Tanto ormai va di moda. Ma con un paio di bicchierini di grappa il rancora passa, suvvia.
Anche il nostro.
Forse.

Dead Space (Visceral Games, 2008)


Pare incredibile, ma nello sterminato catalogo delle più importanti console degli ultimi anni non esisteva un survival horror "spaziale" degno di tal nome prima di Dead Space. La cosa stupisce ancora di più se prendiamo in considerazione una produzione cinematografica che nel corso dei decenni ha offerto spunti a iosa per un settore che dal cinema ha attinto e continua ad attingere fin troppo, secondo me. Ma nel 2008 finalmente arriva il brillante team di Visceral Games, branca di EA, per colmare la lacuna con DS.

In un futuro meglio precisato, ma che al momento non ricordo, l'estrazione mineraria su pianeti remoti è diventata un'attività estremamente redditizia. Gigantesche astronavi denominate planet cracker vengono quindi costruite col preciso scopo di trivellare i corpi celesti ed estrarne le ricchezze naturali. Sono queste premesse a fare da prologo al gioco. A raccontarle è il capitano Hammond, ufficiale al comando di un team di soccorso inviato a verificare cosa sia successo sulla USG Ishimura, il planet cracker più importante in assoluto, con la quale è andato perduto ogni tipo di contatto già da parecchio tempo.

L'impatto visivo iniziale è semplicemente straordinario, nonostante siano passati tre anni dall'uscita del gioco, un'eternità in termini di evoluzione grafica: il ponte di comando dell'astronave di soccorso si fa strada tra gli anni luce fino a sbucare in mezzo a un piccolo sciame di meteoriti. Poco distante spunta il mastodontico profilo della USG Ishimura. E spostando un poco le telecamere, ecco penetrare dai vetri la luce abbagliante di un sole di chissà quale galassia. Le parole non riescono a descrivere la magnificenza del quadro d'insieme, un televisore Full HD invece ci riesce eccome, provare per credere.

Una volta raggiunto il planet cracker, l'equipaggio scende a verificare lo stato della Ishimura. A tal proposito, merita una menzione speciale l'assortimento dei membri del team di soccorso: un nero, una donna, un uomo dai tratti orientali e un paio di altri ceffi un po' così, roba da fare invidia alle orribili pubblicità IBM dei primi anni '90.
A noi tocca interpretare uno degli altri ceffi un po' così, l'ingegnere minerario Isaac Clarke, e non serve spiegare chi omaggi questo nome, se avete letto qualcosa di fantascienza. Oltre alla mssione, Isaac ha un motivo particolare per essere lì: sulla USG Ishimura lavora anche Nicole, la donna amata.
Sul ponte di comando nessuna anima viva, tutti i sistemi sono spenti, i trasporti interni alla nave bloccati. Neanche il tempo per studiare il da farsi ed ecco che la stanza è invasa da un paio di mostri ripugnanti (tecnicamente nel gioco si parla di "necromorfi") dotati di artigli affilati come rasoi che decimano in pochi secondi il già stitico equipaggio. I primi istanti, dove si fugge a gambe levate, totalmente disarmati e nel buio di una nave praticamente morta, fungono da elettrizzante prologo, ma non lasciano intuire assolutamente nulla dell'epopea che si sta per andare a vivere. E io farò altrettanto.

DS è privo di qualsiasi hud, la salute di Isaac è rappresentata dalle barre fosforescenti sulla tuta spaziale.

Strutturalmente, il gioco è saldamente basato sulle coordinate tracciate da Resident Evil 4, autentico spartiacque del genere survival horror: la telecamera è posta appena dietro le spalle di Isaac, mentre l'inventario di armi, medikit e oggetti varia per capienza a seconda del livello di evoluzione della tuta spaziale dell'ingegnere. A un arsenale di armi più o meno variegato (sette, se non ho contato male, tutte opportunamente potenziabili presso postazioni speciali disseminate qua e là per la Ishimura) si aggiunge l'interessante funzione strategica di due poteri disponibili praticamente da subito, quasi una versione ante litteram dei plasmidi della saga di Bioshock: la stasi e la cinesi, entrambi molto duttili sia contro i nemici, sia per interagire con particolari oggetti dell'ambiente circostante. Discretamente originale anche la metodologia di attacco, che privilegia lo smembramento dei nemici alla pura e semplice crivellazione di proiettili. E' quindi fondamentale analizzare le varie tipologie di nemici, cercando di approcciarli con la strategia più efficace e al contempo meno dispendiosa in termini di munizioni, che diventano tragicamente poche alle difficoltà più elevate.
Il sistema di controllo è ottimamente implementato, con una preziosa scorciatoia che permette di usare i medikit semplicemente premendo quadrato. La cosa si rivela di vitale importanza nei momenti più affollati di necromorfi. Non mi sarebbe dispiaciuta la possibilità di voltarsi di scatto di 180°, il famigerato strife, ma a parte questo funziona tutto egregiamente.

Ultima nota di merito: la sceneggiatura di DS è ottima, diversamente dalle consuete schifezzuole da b-movie tipiche del genere (perlomeno dei survival horror occidentali, ma alla lunga stufano anche i pipponi psicologici giapponesi, diciamocele certe cose): la trama è appassionante, affronta tematiche importanti senza però diventare ingombrante (hai sentito, Hideo???), colpi di scena e momenti più tranquilli sono equilibrati con perizia, anche se l'atmosfera in cui si è immersi è un'angoscia costante, e in questo concorrono allo stesso tempo le atmosfere sonore da camera da deprivazione sensoriale e una fotografia che rimanda costantemente a un capolavoro immortale del cinema horror: tutti si aspetterebbero Alien, vista l'ambientazione (al massimo Alien 3), invece ogni angolo della Ishimura, ogni luce livida dei corridoi, nonché almeno le fattezze di un paio di necromorfi, richiamano alla mente La Cosa del maestro Carpenter. Anche il doppiaggio è più che discreto, se si esclude l'insana mania di coinvolgere vip o simili per partecipazioni straordinarie. In principio furono i Simpson, con interpretazioni agghiaccianti di gente come Totti o la Littizzetto, nel caso di DS tocca invece a Dario Argento, che è un indubbio genio dell'horror e in quanto tale ha violentato l'interpretazione del dottor Kyne. Per favore, mai più!

Che altro aggiungere? Correte a comprarlo, oltretutto oggi si trova tranquillamente usato per non più di una ventina di euro.