La cognizione dello stupore
Era una pura questione di tempo, inevitabile come l'abuso di elenchi, subordinate e parentesi in ogni cosa che scrivo. Parlo di un mio intervento sul Giappone (champagne!).
Ma non starò a parlare del contegno dei giapponesi, della loro dignità, di quanto le ragazze giapponesi abbiano sì le gambe storte ma così deliziosamente sottili e affusolate che... oh, chiedo scusa. Dicevo, non parlerò di questo, uno perché tanti hanno scritto e detto fin troppo, spesso a vanvera; due perché una delle poche cose autenticamente belle e vere scritte sul terremoto, sullo tsunami, sul Giappone di ieri e di oggi è stata già meravigliosamente raccontata da Giorgio Amitrano (onore e gloria nei secoli dei secoli). Per chi se la fosse persa, eccone il link, La cognizione del dolore, al quale chiaramente fa riferimento il titolo del mio intervento.
Racconterò invece un'esperienza del tutto personale, attinta direttamente dalla mia infanzia e che nel corso degli anni, forse per puro caso ma forse no, non ha mai abbandonato l'album dei miei ricordi. Vi avverto che stiamo per entrare in un campo disseminato qua e là di sentimentalismo gratuito, quindi preparate i fazzoletti e cercate di non innamorarvi di me, di qualsiasi sesso siate.
Correva l'anno... boh. Quel che so per certo è che ero ancora alle elementari e che avevo il Mega Drive, quindi direi 1993 o giù di lì. Avevo i capelli, comunque. Neri. Con un caschetto che non mi avrebbe fatto sfigurare in qualche gruppo beat. Trent'anni prima, ovvio.
Ero nel pieno della mia passione per i videogiochi (altri tempi proprio, sì sì...) e avevo appena scoperto i Queen, il che denota una certa raffinatezza di gusti già nella prima infanzia. Ok, smetto di essere autocelebrativo, promesso.
Mi sembra fosse primavera, ricordo una bella mattina di sole. Ma era un grande giorno a prescindere, perché un mio compagno mi avrebbe prestato Sonic 2, che agognavo già da un po'!!
Arrivo a scuola, le prime due ore passano via veloci come l'illusione annuale della Juve post-calciopoli di poter lottare per lo scudetto. Moderno cane di Pavlov, al suono della campanella dell'intervallo mi fiondo al banco del mio caro amico, che mi guarda con un'espressione a metà tra divertimento e commiserazione, del tipo "capitelo, è fatto così", roba che mi porto dietro ancora oggi quando sto per ottenere qualcosa che desidero ardentemente. E, al diavolo, mi vado benissimo così.
Il mio amico rovista un po' nello zaino, poi eccola che spunta: la custodia di Sonic 2!!
Sfodero velocemente il gioco che gli avevo promesso in cambio (le elementari appartengono ancora all'età del baratto, ed è bellissimo, altro che capitalismo, comunismo o commercio equo e solidale...), consumiamo la transazione e mi riavvio al mio banco in uno stato di simil-beatitudine. Maledetto il giorno che ho scoperto l'esistenza delle tette...
Le seconde due ore passano via lente come i passaggi di Diego Ribas da Cunha, sino a quando suona finalmente l'agognata campanella finale. Esco da scuola, ad attendermi c'è la mia mamma sulla nostra scintillante, bellissima 500 bianca. Ignoro brutalmente mia madre, salgo sulla macchina e apro la custodia, sfoderando il libretto di istruzioni. Anche oggi amo sempre leggere i libretti di istruzioni dei videogiochi, non tanto per studiarmi i comandi (riassumo le funzioni dei tasti A, B, e C con i giochi di Sonic: salto, salto e... aspetta che non mi ricordo... ah sì, salto) quanto perché mi permettono di fantasticare sul gioco che sto per affrontare e aumentano la mia gratificazione nel momento in cui inizio effettivamente a giocare. I libretti di istruzione sono il preciso equivalente videoludico dei preliminari, con la fondamentale differenza che spesso a me andrebbero bene anche solo ore e ore di preliminari (sono un creativo, che ci posso fare), ma non ce la farei mai a limitarmi ai soli libretti di istruzione senza poi giocare da lì a pochi minuti. Sono pazzo, lo so.
Colpo di scena: il libretto è scritto in caratteri strani e naturalmente incomprensibili. Senza essere ulteriormente e fastidiosamente lirico, era giapponese. Non ci capivo nulla ma era dannatamente bello, pieno di pagine colorate, con tanti disegni a mano affiancati alle consuete immagini del gioco stesso, e a sfilze di ideogrammi che significavano chissà cosa. Ricordo che nel lungo tragitto che separava la scuola da casa, intorno ai 200 metri (anche meno in linea d'aria), ero completamente sprofondato in un altro mondo, cullato da quelle immagini coloratissime e dalle sospensioni ballerine della 500. Sono state queste emozioni così intense a imprimere irrimediabilmente quel ricordo nella mia mente.
Ora ci potrebbe stare la chiusura gloriosa, inappuntabile, perfettamente circolare, come Paolo Maldini che, alla sua ultima partita, segna l'1-0 della finale di Champions League Milan-Liverpool e sembra suggellare in un solo attimo e nel migliore dei modi una carriera irripetibile (amo il calcio, si era mica capito?): il nostro eroe si innamora di quella lingua e cultura così strane, si ripromette di studiarle e di diventare un grande nipponista (tecnicamente si dice yamatologo, e non ditemi che non è figo aver scritto "yamatologo" sulla carta d'identità), da grande la principessa imperiale si innamora di lui in un incontro casuale durante una trasferta a Tokyo, l'eroe entra nelle grazie della famiglia imperiale e diventa il primo imperatore straniero e non diretto discendente del sangue divino di Yamato.
E invece no. Così come Gerrard e Dudek avevano piani diversi in quell'afosa serata di fine maggio, anche a me era toccato un destino beffardo, tragico per i toni dell'epoca: dopo un pasto frugale e velocissimo, corro verso il mio Mega Drive, prendo la cartuccia di Sonic 2 e... la cartuccia non entra!!!!
Perché era, per l'appunto, una cartuccia giapponese, e senza adattatore non sarebbe mai e poi mai entrata nello slot di un Mega Drive PAL, nemmeno spingendola con tutta la forza di cui disponeva un ragazzino di 9 anni, che a livello agonistico era medaglia d'oro nella categoria olimpica del "lancio di coriandoli".
Così eccomi sconsolato, seduto sul letto, con davanti la cartuccia inutilizzabile e quel meraviglioso libretto che tanto mi aveva fatto sognare. Il giorno dopo tornavo mesto a scuola e restituivo il gioco.
Perché allora mi ricordo tutto questo? Forse perché, panico e disperazione infantile a parte, l'accoppiata disegni coloratissimi+lingua incomprensibile ma bellissima a vedersi, aveva creato un mosaico di sorpresa e curiosità di tale intensità che, se provo a ricordarlo, riesco a rivivere ancora oggi.
Mi piace pensare che quel primo, inconsapevole contatto col Giappone e il suo mondo, quello scontro di emozioni brutalmente contrastanti, sia stato determinante per avvicinarmi nuovamente, e questa volta con consapevolezza, a un paese, una cultura, un sistema di vita e rapporti che a distanza di quasi vent'anni continua a farmi rivivere indescrivibili sensazioni di stupore e, benché possa suonare paradossale, di familiarità.
Tutto ciò accadeva quando su un treno il controllore si inchinava entrando nel vagone, dopo avermi controllato il biglietto e prima di lasciare suddetto vagone; accadeva quando io facevo danni in caffetteria rovesciando vassoi pieni di bevande e, per farmela pagare, gli inservienti mi ripreparavano velocemente quello che avevo ordinato e devastato, naturalmente senza farmelo pagare una seconda volta; accadeva quando un'amica in kimono piegava con cura un fazzolettino e io mi ritrovavo a pensare che se quei pochi istanti fossero durati tutta la vita, per me sarebbe stata la migliore vita che potesse mai capitarmi. Accadeva allora come accade oggi e spero accada per sempre.
Questo è il mio omaggio al Giappone. Non aggiungo altro. Non serve.
Il Discorso del Re (2010)
C'è speranza!
Nel bacino del Mediterraneo si sta propagando una contagiosa febbre di democrazia contro capi di stato dittatori e puttanieri, qualche settimana fa a Sanremo ha vinto una canzone bella, io inizio a ricevere delle proposte contrattuali e la crassa, enciclopedica pochezza delle baggianate di Aldo Grasso sta emergendo purissima e levissima agli occhi di tutti (il Corriere della Sera si ostina a etichettarle come "opinioni", ma sono convinto che l'illuminazione sia prossima anche per il principale quotidiano italiano).
Venendo a temi più inerenti alle righe che sto per scrivere, sembra che anche alla cerimonia di consegna degli Oscar si siano finalmente decisi ad assegnare l'inguardabile statuetta a film e attori realmente meritevoli. Così ecco che questa tornata ha giustamente premiato Tom Hooper e il suo Il Discorso del Re (The King's Speech), risultato vincitore nelle seguenti quattro categorie: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.
L'intreccio del film ruota attorno alla figura del Duca di York (Colin Firth), secondogenito di Giorgio V (Michael Gambon) e affetto da un grave problema di balbuzie che non gli consente di tenere discorsi pubblici. Per ovviare al problema, la moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter, musa nonché moglie di Tim Burton) si rivolge a un logopedista di origine australiana, tale Lionel Logue (Geoffrey Rush), che con metodi poco ortodossi, a metà tra sedute psichiatriche e curiosi esercizi fisici, ha già guarito numerose persone.
Attorno alla vicenda personale del futuro Giorgio VI si schiude un'Inghilterra ricca ma inquieta, dove si presentano le prime crepe della fine dell'epoca coloniale e si guarda con timore all'ascesa di Hitler nel panorama politico globale.
Ulteriori menzioni alla trama sono superflue, dopotutto è Storia, quella con la S maiuscola, che bene o male abbiamo studiato tutti. Ciò che è invece dannatamente meritevole di attenzione è la confezione in cui è meravigliosamente impacchettata, a cominciare dal cast.
Colin Firth è totale, non trovo aggettivo migliore per la sua interpretazione. Non solo perché esprime apparentemente senza fatica un contegno regale e di sobria eleganza che gli è connaturato come attore e persona, ma perché dona a Giorgio VI una personalità prismatica, ora paterna, ora figliale, ora semplicemente umana. Lo spettatore ha davanti a sè un uomo con fragilità e debolezze, un re combattuto tra la paura per il fardello che concerne essere sovrano balbuziente di un'Inghilterra prossima alla guerra, e l'orgoglio un po' freudiano di poter dimostrare di avere tutte le capacità per poter indossare la corona.
Non è però da meno Geoffrey Rush, sublime concentrato di intelligenza e humour britannico (quello vero, cioè quello nerbante e laconico ma mai così sottile da passare senza essere avvertito. Il migliore, insomma), flusso pressoché ininterrotto di brillantezza e scambi di battute memorabili con Firth e la Carter. Già, la Carter. Sembra ritagliata su misura su Elizabeth, nella quale convivono l'autocompiacimento civettuolo di chi sa di diventare regina e la dolce praticità della donna borghese di buona famiglia, intelligente e protettiva con marito e figlie.
Sarebbe bastato un trittico del genere per fare del film un capolavoro. Invece si aggiungono una fotografia molto inglese, sobria ma vivace allo stesso tempo, la colonna sonora curata da Alexandre Desplat, di indubbio potere evocativo e arricchita dal meraviglioso secondo movimento della Settima di Beethoven, e un ritmo calibrato con maestria, per 111 minuti complessivi che scorrono via che è un piacere, dimostrando ancora una volta che si può dire tanto anche in poco più di un'ora, senza tralasciare niente.
Un'ultima considerazione: cercate di vedere Il Discorso del Re con l'audio originale, magari accompagnato con sottotitoli in italiano. Non ho visto la versione doppiata, né sono uno di quei cagacazzo che "il doppiaggio fa schifo a prescindere". Tutt'altro. Ma una visione in originale permette di apprezzare al meglio l'incredibile lavoro di Firth, che ha ricevuto lodi anche da chi dalla balbuzie è affetto veramente, e soprattutto permette di godere maggiormente la genialità di un buon numero di battute, che inevitabilmente andrebbe perduto con un adattamento.
Cos'altro dire? Ah sì: lunga vita al re!
Nel bacino del Mediterraneo si sta propagando una contagiosa febbre di democrazia contro capi di stato dittatori e puttanieri, qualche settimana fa a Sanremo ha vinto una canzone bella, io inizio a ricevere delle proposte contrattuali e la crassa, enciclopedica pochezza delle baggianate di Aldo Grasso sta emergendo purissima e levissima agli occhi di tutti (il Corriere della Sera si ostina a etichettarle come "opinioni", ma sono convinto che l'illuminazione sia prossima anche per il principale quotidiano italiano).
Venendo a temi più inerenti alle righe che sto per scrivere, sembra che anche alla cerimonia di consegna degli Oscar si siano finalmente decisi ad assegnare l'inguardabile statuetta a film e attori realmente meritevoli. Così ecco che questa tornata ha giustamente premiato Tom Hooper e il suo Il Discorso del Re (The King's Speech), risultato vincitore nelle seguenti quattro categorie: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.
L'intreccio del film ruota attorno alla figura del Duca di York (Colin Firth), secondogenito di Giorgio V (Michael Gambon) e affetto da un grave problema di balbuzie che non gli consente di tenere discorsi pubblici. Per ovviare al problema, la moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter, musa nonché moglie di Tim Burton) si rivolge a un logopedista di origine australiana, tale Lionel Logue (Geoffrey Rush), che con metodi poco ortodossi, a metà tra sedute psichiatriche e curiosi esercizi fisici, ha già guarito numerose persone.
Attorno alla vicenda personale del futuro Giorgio VI si schiude un'Inghilterra ricca ma inquieta, dove si presentano le prime crepe della fine dell'epoca coloniale e si guarda con timore all'ascesa di Hitler nel panorama politico globale.
Ulteriori menzioni alla trama sono superflue, dopotutto è Storia, quella con la S maiuscola, che bene o male abbiamo studiato tutti. Ciò che è invece dannatamente meritevole di attenzione è la confezione in cui è meravigliosamente impacchettata, a cominciare dal cast.
Colin Firth è totale, non trovo aggettivo migliore per la sua interpretazione. Non solo perché esprime apparentemente senza fatica un contegno regale e di sobria eleganza che gli è connaturato come attore e persona, ma perché dona a Giorgio VI una personalità prismatica, ora paterna, ora figliale, ora semplicemente umana. Lo spettatore ha davanti a sè un uomo con fragilità e debolezze, un re combattuto tra la paura per il fardello che concerne essere sovrano balbuziente di un'Inghilterra prossima alla guerra, e l'orgoglio un po' freudiano di poter dimostrare di avere tutte le capacità per poter indossare la corona.
Non è però da meno Geoffrey Rush, sublime concentrato di intelligenza e humour britannico (quello vero, cioè quello nerbante e laconico ma mai così sottile da passare senza essere avvertito. Il migliore, insomma), flusso pressoché ininterrotto di brillantezza e scambi di battute memorabili con Firth e la Carter. Già, la Carter. Sembra ritagliata su misura su Elizabeth, nella quale convivono l'autocompiacimento civettuolo di chi sa di diventare regina e la dolce praticità della donna borghese di buona famiglia, intelligente e protettiva con marito e figlie.
Sarebbe bastato un trittico del genere per fare del film un capolavoro. Invece si aggiungono una fotografia molto inglese, sobria ma vivace allo stesso tempo, la colonna sonora curata da Alexandre Desplat, di indubbio potere evocativo e arricchita dal meraviglioso secondo movimento della Settima di Beethoven, e un ritmo calibrato con maestria, per 111 minuti complessivi che scorrono via che è un piacere, dimostrando ancora una volta che si può dire tanto anche in poco più di un'ora, senza tralasciare niente.
Un'ultima considerazione: cercate di vedere Il Discorso del Re con l'audio originale, magari accompagnato con sottotitoli in italiano. Non ho visto la versione doppiata, né sono uno di quei cagacazzo che "il doppiaggio fa schifo a prescindere". Tutt'altro. Ma una visione in originale permette di apprezzare al meglio l'incredibile lavoro di Firth, che ha ricevuto lodi anche da chi dalla balbuzie è affetto veramente, e soprattutto permette di godere maggiormente la genialità di un buon numero di battute, che inevitabilmente andrebbe perduto con un adattamento.
Cos'altro dire? Ah sì: lunga vita al re!
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