Radiohead - The King of Limbs (2011)


Eccomi a parlare di un disco di cui praticamente tutti ignoravamo l'esistenza sino a una settimana fa: il nuovo, attesissimo pargolo dei Radiohead, annunciato dalla band una manciata di giorni prima della sua uscita (digitale).

Innanzitutto vorrei chiarire un paio di cose.
La prima è essenziale: ho ascoltato il disco. In un mondo ideale la cosa dovrebbe essere un'ovvietà, ma dalle nostre parti non è così, visto che spulciando un po' la rete si trova  gente che è riuscita a scrivere di The King of Limbs il giorno stesso dell'uscita, con risultati un passo oltre il ridicolo (vero Jacopo Jacoboni, blogger de La Stampa? Piccola parentesi: diffidate dalle persone che hanno un nome ridondante rispetto al cognome. Se conoscete qualche Paolo Paoli, Giordano Giordani, Giacomo Giacomazzi e via dicendo, fuggite sciocchi!).

La seconda premessa è puramente personale: la mia non è una recensione. Odio il termine recensione, implica collocarsi su un piedistallo ed esercitare professione di spocchia, cosa che detesto. Si tratta invece di una raccolta di impressioni a getto, maturata da una settimana di ascolto intensivo e pressoché esclusivo del disco.

Ho notato che l'approccio che ho coi dischi è simile a quello che ho con le ragazze, e non so se sia una cosa buona o se dovrei esserne spaventato. Fattostà che sono decisivi i primi secondi che trascorro con loro: se non riesco subito a catturarne l'essenza allora ne rimango affascinato e tendenzialmente me ne innamoro. Perdutamente. Disperatamente. E tendo a parlare sempre di loro, annoiando così i miei interlocutori. Certo, può anche capitare che col tempo mi accorga di essermi sbagliato, per fortuna capita di rado. Ma quando rimango disorientato è un buon segno. Coi dischi, perlomeno.

OK Computer parlava un altro linguaggio rispetto alla musica che ero solito ascoltare ai tempi, ma avevo capito subito di stare per affrontare qualcosa di enorme, era la prima ragazza che ti faceva davvero sentire qualcosa, era la caduta della dittatura delle pippe; Hail to the Thief mi aveva fatto piangere dopo pochi secondi, ma allora ero in un momento di vulnerabilità, era stato relativamente facile sedurmi; In Rainbows era squisito nella sua bellezza essenziale e lineare, era la ragazza acqua e sapone, inappuntabile, di cui si innamorano anche tutti gli amici; lei apprezza l'interessamento, si sente lusingata, ma le sta bene rimanere solo amici, tu sul momento ci rimani male ma poi accetti la cosa e alla fine sei contento.

Sulla base di queste esperienze passate, carico TKOL su iTunes e mi accingo a premere play con speranza mista a timore. Via, si balla.
Il loop digitale di Bloom e il ritmo marziale del rullante, ideale degenerazione lisergica della coda di Videotape (outro di In Rainbows), mi spiazzano. E già mi sento bene. Quando poi attacca la voce di Thom, sfasata e siderale, perdo completamente la bussola. Sì, credo di essere innamorato!
Dopo un trittico di dischi (compreso il solista The Eraser) in cui Thom aveva dato libero sfogo a quell'autentica opera d'arte che è la sua voce, ecco che in TKOL le rimette il guinzaglio, la riconduce a diventare strumento tra strumenti, soggetto a distorsioni e campionamenti. La linea vocale di Bloom ricorda, per stile ed evoluzioni, quella di Like Spinning Plates, ma il tappeto strumentale che la accompagna è schizzato, fanno capolino ottoni lontani, mantra di archi ossessivi, casse digitali schizofreniche.

La successiva Morning Mr Magpie mantiene l'andazzo sincopato del brano d'apertura, ma stavolta a suonare sono esseri umani, dove detta legge la sezione ritmica di Phil Selway e Colin Greenwood. E' curioso che i miei gruppi preferiti abbiano un'evoluzione che li vede via via concentrarsi sempre più sulla sperimentazione ritmica, dopo aver dedicato la prima parte della loro carriera a una ricerca maggiormente incentrata sulla melodia. Anzi, in realtà è abbastanza normale, tutti quanti abbiamo un tipo di donna che preferiamo, no?

Little by Little cela, col suo titolo fin troppo banale, quello che secondo me è il primo gioiello del disco: è In Limbo che subisce il trattamento dei Radiohead degli anni Dieci, dove emerge l'inconfondibile tocco chitarristico del duo Jonny Greenwood-Ed O'Brien, un po' sullo sfondo sino ad ora.

Feral è l'unico strumentale del disco, un trionfo di batterie, digitali e non, e di campionamenti. Già me la immagino live, con Thom Yorke che raggiunge nuovi livelli di tarantolamento. Concettualmente Feral è la sorellina minore di Idioteque, benché non ne possieda né la potenza, né la portata epica. Sarebbe un magnifico spartiacque da concerto, non per niente anche nel disco è collocata grossomodo a metà.

Lotus Flower è il brano più convenzionale del lotto, una valvola di sfogo dal ritmo coinvolgente per potere apprezzare i deliziosi falsetti di Thom, che (volutamente?) nulla lascia intuire di quello che sta per arrivare.

L'atmosfera mantenuta sino a questo momento si spezza violentemente e si inchina di fronte a un pianoforte etereo, riverberato, che sembra provenire dai fondali oceanici. Sullo sfondo il ritmo regolare di una cassa digitale, e una linea vocale irripetibile. Quando poi tra le pieghe dei respiri di Thom si insinuano suoni che sembrano provenire dalle tastiere più dolci dei Pink Floyd di Shine On You Crazy Diamond, tutto attorno non c'è più niente, si galleggia nel blu infinito.
Codex. Non serve aggiungere altro.

Cinguettii e rumori di bosco (eh sì) mi riportano sulla Terra. Give Up the Ghost è di difficile collocazione, è uno spiritual acustico, azzardo a definirla la Here Comes the Sun oxfordiana. E' un brano che sto apprezzando alla distanza, benché abbia l'ingrato compito di occupare la scomodissima posizione di brano "del dopo Codex".

Il riff batteristico di Separator riprende musicalmente le atmosfere respirate nella prima metà di TKOL, ma le libera dei toni opprimenti. E' una Weird Fishes/Arpeggi sotto antidepressivi, decisamente migliore di quest'ultima. Anche la voce di Thom, via via caricata di eco, è libera e distesa, e si inerpica pian piano su un crescendo che sfocia... nel nulla. Quando infatti sembra che il brano stia per "svoltare", ecco invece che finisce. E con esso finisce il disco, per un totale di otto brani e poco più di mezz'ora di musica, andando a creare l'album più breve di sempre per il quintetto di Oxford. Almeno per ora.

Già, perché alcuni indizi presunti e non, a cominciare dal titolo stesso del brano, lasciano presagire che TKOL non sia ancora finito. Gli otto brani pubblicati sinora sarebbero solo la prima metà di un progetto più articolato. Le speculazioni ovviamente si sprecano, come da miglior tradizione Radiohead. Facciano pure con calma, io devo ancora sentirmi per bene questo (semi?)disco, che nonostante almeno una quindicina di ascolti non riesco ancora a cogliere nella sua (semi?)totalità. Però ho paura, perché mi sento un po' innamorato fin d'ora, e fin qui tutto bene. Ma se dovessi scoprire che in realtà sono solo semi-innamorato, beh, aiuto!

Sonic the Hedgehog 4: Episode I (Sega, 2010)



Ci sono voluti diciassette anni (DICIASSETTE!!! Ma quanto cavolo sono vecchio???), una manciata di giochi poligonali mediamente rivoltanti, un universo di personaggi che si è sovrapopolato con risultati a tratti ridicoli (Charmy Bee, Vector... come dite? chi sono? appunto...) ma Sonic, quello vero, è tornato.
Eppure, diciamocelo, Sonic non se n'è mai andato. Nonostante Sega si fosse impegnata davvero tanto per spalare fango sul proprio simbolo con titoli improponibili, la popolarità del porcospino non si è mai affievolita nel susseguirsi di console, mascotte, icone: un sondaggio di un paio di anni fa di una testata generalista britannica vedeva Sonic al secondo posto assoluto tra i personaggi videoludici più amati di sempre.
Potevamo quindi evitarci un ritorno in grande stile, rigorosamente bidimensionale, in questi mesi di saccheggio furioso a giochi, mascotte e strutture ludiche di almeno tre lustri fa? No, non potevamo. Per fortuna.

Allora quando sullo schermo compare la storica schermata bianca col logo azzurro e il jingle "Seeeegaaaa" non sono più sicuro di avere 27 anni e di stringere tra le mani un Dual Shock 3. E ogni certezza si sgretola definitivamente quando inizia l'Atto 1 della Splash Hill Zone: ormai è chiaro, ho 11 anni, sono davanti al mio SABA 15 pollici e tra le mani ho il famigerato "bananino" del Mega Drive. Mi metto le mani nei capelli. Ma, colpo di scena, i capelli non ci sono!!! Così torno alla realtà, al 2011, alla tv full HD e all'alopecia androgenetica.
Tutta questa fuffa per dire che il ritorno alle origini è evidente, per non dire smaccato, in ogni singolo particolare, a cominciare da una Splash Hill Zone ancora più green di quella storica Green Hill Zone da cui iniziò tutto. E poi i Badnik, le palme, le colline a scacchi, un Dr. Robotnik ancora più baffuto grazie all'HD, le musiche dell'immenso Jun Senoue (due su tutte, il tema dei boss e quello del secondo atto della Casino Street Zone).

Come lascia intendere chiaramente il titolo, trattasi solo del primo episodio (presumibilmente di due, massimo tre) di Sonic 4, che riprende grossomodo dove era finito Sonic & Knuckles quasi vent'anni fa. Come se fosse importante...
Ognuna delle quattro "zone" principali consta di tre atti e un livello boss dove si affronta una delle infinite incarnazioni della mitica navicella ovoidale di Robotnik. La grafica HD esalta la palette cromatica dei giochi di Sonic, da sempre ricchissima, passando dalle tinte calde della Splash Hill Zone ai toni lisergici degli immancabili bonus stage, dove ancora una volta bisognerà andare a caccia dei sette Smeraldi del Caos. Per quanto riguarda il design dei livelli, non voglio anticipare nulla se non che ci sono moltissimi omaggi alle zone che hanno fatto la storia del porcospino blu, cui vengono integrate alcune novità sostanzialmente ben riuscite sia dal punto di vista coreografico che di gameplay.

Anche in termini di giocabilità si ritorna ai movimenti essenziali di Sonic, eliminando Blue Tornado, Super Spinning e Cazz e Mazz che altro non avevano fatto che complicare e appesantire una struttura che sull'immediatezza e la velocità aveva posto le basi: l'unica aggiunta ai classici salto e spinning dash è una sorta di scatto in avanti durante il salto, utile per ampliare la distanza coperta in aria e per inanellare combo di nemici posti a poca distanza l'uno dall'altro, con conseguente aumento del punteggio.

Una volta completato il gioco è poi possibile ripercorrere tutte le zone in modalità Time Trial, con la quale gareggiare contro se stessi o contro i fan di Sonic di tutto il mondo, confrontando le classifiche online alle quali si accede automaticamente terminando il livello.
Un'aggiunta a mio parere abbastanza superflua. Anche perché sarebbe un peccato non godersi appieno la magnificenza grafica e sonora di ogni zona, non spulciarne ogni angolo, non soffermarsi su piccoli grandi particolari che hanno fatto la storia con una saga iniziata vent'anni fa esatti. E a quel punto sarebbe un peccato non sorridere compiaciuti. Perché Sonic, quel Sonic, cioè il nostro Sonic è tornato. Anzi, come ho detto prima, non se ne è mai andato.

Seeeeegaaaaaaa!!!!